Quello che il petroliere non dice

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petroliere

Il settore petrolifero è uno degli snodi fondamentali dell’economia globale e alimenta uno dei mercati più estesi e liquidi del pianeta.

Quindi in teoria le informazioni chiave dovrebbero circolare istantaneamente ed essere analizzate al volo da un vasto spiegamento di specialisti, sia nell’industria che nel mondo finanziario. La realtà è completamente antitetica: il settore petrolifero è circonfuso da una patina di opacità al cui confronto il Cremlino di Breznev offriva un paradigma di trasparenza. E per rimanere nei confini dell’analogia, come la cremlinologia imboniva i boccaloni sul paradiso dei lavoratori la petrologia imbonisce i pollastroni sulle magnifiche sorti e progressive di aziende semi-decotte.

I fronti della disinformatzja sono molteplici, dai dati di produzione inattendibili, ai costi di produzione gonfiati o sgonfiati ad arte, ai contratti bilaterali che bypassano il mercato, alle bufale sulle riserve accertate ed economicamente sfruttabili e via opacizzando.

Le transazioni che si svolgono su mercati regolamentati sono una frazione del totale. Il Brent che costituisce il pricipale benchmark mondiale ormai è, non metaforicamente, agli sgoccioli. La quotazione di Aramco, il leviatano del greggio saudita, attesa come la Madre di Tutte le IPO, ha prodotto delle enormi forchette di valutazione, da 400 milioni di dollari a 2 trilioni.

I meandri di questo labirinto sono micidialmentre intricati: gli incauti Odissei che vi si avventurano finiscono per farsi obnubilare i sensi dalle suadenti melodie emesse dalle ugole di sirene metà zingare e metà squalo d Wall Street.

Prendiamo un caso macroscopico: shale oil and gas, cioè gli idrocarburi intrappolati da strati di scisti (shale) che vengono fratturati (fracked) con getti di acqua mista a sabbia e altre sostanze ad altissima pressione. Questi giacimenti non convenzionali in America hanno fatto impennare la produzione di circa 4 milioni di barili al giorno e hanno restituito all’America la supremazia nella produzione globale di idrocarburi.

E’ stata questa produzione aggiuntiva, al ritmo annuale di un milione di barili al giorno dal 2010 al 2014 a far crollare i prezzi mondiali del petrolio (e del gas, soprattutto in USA) e rivitalizzare il settore manifatturiero in USA grazie ai prezzi energetici in caduta.

Prima del crollo delle quotazioni si diceva che l’estrazione da questi bacini non convenzionali, tra pompaggio di acqua, trivellazioni orizzontali e altre difficoltà risultava particolarmente costosa. E infatti persino con i prezzi del petrolio intorno a 100 dollari non tutte le società attive nelle shale plays (i campi da dove si estraggono gli idrocarburi non convenzionali) facevano profitti.

Anzi accumulavano perdite e debiti.

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Si diceva che erano necessari grandi investimenti per sfruttare questi giacimenti. Poi il prezzo del greggio è crollato fino a 30 dollari al barile, la produzione si è ridotta di circa un milione di barili al giorno dal picco del 2015, ma molte società petrolifere hanno continuato ad operare nonostante si fosse stimato fino al 2014 che il pareggio tra costi e ricavi, il punto di pareggio (break even) medio per gli shalers, fosse oltre i 70 dollari al barile. La vulgata petrologica asserisce che grazie a giganteschi passi avanti nella tecnologia, nella conoscenza dei giacimenti, nelle infrastrutture e quant’altro i costi di estrazione sono stati abbattuti e il break even si è ridotto a 40 dollari o addirittura a 30 o 20.

Ma nel mondo reale, non quello delle magnifiche sorti e progressive costruito dagli uffici stampa, un’industria dove il prezzo di mercato è superiore al break-even, le aziende (per definizione) fanno profitti. Quantomeno sarebbe ipotizzabile che il cash flow al netto degli oneri finanziari (free cash flow) fosse positivo. Invece nel mondo delle ciarle orwelliane il break even evidentemente è un concetto evanescente come il paradiso dei lavoratori breznieviano.

Infatti i bilanci di molte società che estraggono shale oil e gas mostrano due tendenze: l’aumento dei debiti e il free cashflow negativo. Secondo i dati riportati da Bloomberg nei passati due anni di vacche magre il debito delle società energetiche è raddoppiato, e questo tutto sommato non è una sorpresa, ma rispetto al 2008 il debito è decuplicato. In anni di rendimenti obbligazionari ai minimi, il debito delle società energetiche ha cominciato ad apparire a troppi un ottimo sostituto per gli investimenti in titoli tossici basati sui mutui subprime cartolarizzati.

E quindi le società che la sparavano grossa sulle loro riserve e sulle loro prospettive attiravano comunque sempre capitali freschi alla ricerca di rendimenti alti. Tutti i soldi incassati dalla vendita del petrolio venivano reinvestiti per trivellare ed acquisire nuove concessioni. L’andazzo si è interrotto per qualche tempo dall’inizio del 2015 mentre il settore veniva devastato da un’ondata di fallimenti.

Dal gennaio 2015 a fine luglio 2017 quasi 130 società hanno dichiarato bancarotta secondo i dati compilati dallo studio legale Haynes and Boone di cui 58 nel solo Texas. Il totale dei soldi persi si aggira sugli 80 miliardi di dollari. A queste vanno aggiunti 35 miliardi di dollari persi nello stesso periodo in 144 fallimenti di società di servizi.

Per quanto il numero di fallimenti nell’anno in corso sia nettamente inferiore al 2016, uno verrebbe indotto a credere che queste perdite inducessero un minimo di sanità mentale: invece a inizio 2017 le società di esplorazione e produzione (E&P) avevano messo in programma spese che superano di 43 miliardi di dollari i loro introiti in contanti, secondo un calcolo di Alix Partners. Recentemente però qualche scricchiolìo ha cominciato a manifestarsi.

Ma di questo parleremo diffusamente nella seconda parte di questo post.

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Fabio Scacciavillani

Capo economista di Oman Investment Fund. In passato: Dubai International Financial Center, FMI, BCE e Goldman Sachs

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