Ruzzolando sulle dune come barili di petrolio

Molto spesso le cose cambiano, anche molto, a seconda del punto di vista da cui le si guardano. Siamo abituati a pensare alle imposte come elementi che limitano la nostra libertà, che disincentivano all’attività di impresa. Siamo portati a considerare le tasse come l’espressione di uno Stato opprimente, che si incunea nei meandri del nostro quotidiano. Consideriamo il Fisco una sorta di insaziabile vampiro, affamato di succhiare ogni goccia di sangue che riesce a stillare dal nostro corpo.

Ed in molti casi ne abbiamo tutte le ragioni.

Basta pensare alle soglie di pressione fiscale complessiva a cui siamo sottoposti, magari confrontandola con la quantità di servizi e la dimensione del welfare che riceviamo in cambio. C’è purtroppo una ingente mole di interessi sul debito da considerare, ma in fondo quella è stata una scelta, che poi le risorse ottenute emettendo debito siano state impiegate più o meno bene (male) è altra faccenda.

Ma, dicevamo prima, bisogna sempre considerare che, da altri punti di vista, le cose possono assumere aspetti molto -a volte totalmente- differenti. Vi invito a fare un viaggio con me in Arabia Saudita.

dune

Entrando nel paese potremmo incontrare qualcuno che tenta di passare il confine per andare in Bahrain. Perché mai? Per andare al cinema, perché in Arabia Saudita i cinema sono vietati. E’ un peccato, in un Paese che è un solido alleato dell’Occidente, che non ci sia spazio per la settima arte.

Ehi, ma noi siamo qui per parlare di tasse, non di cinema!

A quel cittadino potremmo chiedere quindi quale sia l’imposizione fiscale a cui sono soggetti i suoi redditi:

Zero

Caspita! E quali sono allora le tasse sul patrimonio, o sulla proprietà?

Zero

Zero? Ma come, non ce l’avete l’IMU? una imposta sulle vendite, sugli affitti, delle accise?

Assolutamente no, niente di tutto questo. Qui non abbiamo alcun tipo di imposta

Certo che se ogni volta che vuoi andare al cinema ti tocca viaggiare fino in Bahrain… spenderai un sacco di soldi in benzina. Quanto costa la benzina in Arabia Saudita?

Il prezzo alla pompa è 0,45 riyal (0,11€) al litro

Coooosa? Ma questo è il paese delle 1000 e una notte! Sanità gratis, Istruzione gratis, energia così economica che la gente lascia il condizionatore acceso anche quando va via per il weekend, niente parcheggi a pagamento… Prima di finire sotto shock Mettiamo un po’ di musica:

Per la verità qualche difettuccio ci sarebbe…. c’è la pena di morte e i condannati vengono giustiziati sulla pubblica piazza, e non è solo proibito il cinema: alle donne è proibito guidare, per esempio.

Le contraddizioni di questo Paese si fondano tutte su un unico elemento: il petrolio ed il suo prezzo, che da solo sostiene tutta l’economia nazionale. E’ come se fosse uno Stato-azienda, da cui esce uno ed uno solo prodotto: il petrolio. Ogni dollaro che entra in Arabia viene dalla vendita di petrolio, estratto dall’azienda nazionale Aramco.

Per avere un’idea delle dimensioni delle riserve di Aramco basta pensare a questo: valutando 10$ al barile le disponibilità ancora presenti nel sottosuolo, la Aramco capitalizzerebbe quasi 4 volte la somma di Apple e Google (le due più grandi aziende quotate del mondo) messe insieme. E la Aramco è, almeno per ora, interamente di proprietà della famiglia reale saudita.

Gli abitanti, più che normali cittadini, sono dipendenti: l’80% dei lavoratori in Arabia Saudita è un dipendente pubblico. Mansioni? Tirar sera. Anche meno. Altro che controlli per chi “timbra” il cartellino e poi sparisce: ci si può far vedere in ufficio anche ogni 40 giorni. Licenziamenti? Ma quando mai? al massimo si viene trasferiti da un dipartimento ad un altro.

Sono standard di vita fuori dalla logica, frutto di una situazione di difficile gestione: flussi di denaro enormi in entrata. Tanti da non sapere quasi come spenderli. e perdere il senso dello spreco, dell’opportunità. Quando negli anni ’70 i prezzi del petrolio andarono alle stelle in pochi giorni, l’Arabia Saudita si trasformò da un paese di tribù nomadi in uno dei paesi più ricchi del mondo e si mise a costruire città dal nulla, i cantieri spuntavano come i funghi nei boschi di Pontremoli.

Strade, scuole, quartieri residenziali… Riyadh cresceva senza nemmeno domandarsi chi avrebbe vissuto lì. Per riempire le città venne offerta energia elettrica a prezzi stracciati (attraverso sussidi), posti di lavoro pubblico, istruzione gratuita, assistenza sanitaria… una trasformazione innaturale, frutto della “maledizione” di una singola, preziosissima risorsa: il petrolio.

Esattamente come accadeva nelle città che spuntavano in America ai tempi della corsa all’oro. E’ una “maledizione” perché quando hai una risorsa facilmente ottenibile e vendibile poi a prezzi alti l’unica cosa che realmente è “da fare” è estrarre dalla terra ciò che essa ha da offrire, generando di riflesso un’economia strutturalmente fragile, dipendente da quell’unica specializzazione che sei in grado di sviluppare.

Chi, in un contesto simile, desiderasse mettersi alla prova, esercitare il proprio spirito imprenditoriale, invece di essere una possibile risorsa, diventa un problema sociale: introduce il concetto di rischio in un’economia basata su posti di lavoro garantiti dall’unico soggetto che detiene tutto il potere economico e politico. Pur essendo ovvio che la manna da petrolio non avrebbe potuto durare per sempre, l’aspettativa era che, nel tempo, per effetto del consumo, un calo delle disponibilità della preziosa risorsa, ne avrebbe fatto salire i prezzi. Nessuno si aspettava una situazione speculare e inversa rispetto al boom degli anni ’70.

Ed invece il prezzo del petrolio, da giugno del 2014, ha iniziato a scendere, piombando da oltre 110$ al barile a meno di 30.

Aramco estrae il petrolio ad un costo medio di soli 12,5$ al barile, ma l’impianto di costi determinato dai sussidi di cui parlavamo prima è sostenibile solo con prezzi del petrolio molto più alti di quelli di oggi.

Cosa può fare uno Stato-azienda quando il suo unico prodotto non è più richiesto dal mercato?

Più o meno quello che è successo a Blockbuster: vedi il tuo mercato erodersi e pensi: devo diversificare, proporre un nuovo prodotto che possa essere comprato, ma è già troppo tardi e in breve vai nel panico.

Negli anni ’80 provarono a stanziare enormi fondi per l’agricoltura (non esattamente una grande idea, nel deserto). La produzione di grano, nell’Est del Paese, crebbe velocemente portando il paese prima all’autosufficienza e poi a diventare esportatore. Ma il consumo di acqua era tale che le città iniziarono a patire la siccità, finché l’Arabia Saudita mise fine al programma.

Provarono allora a sfruttare l’alto livello di istruzione che nel frattempo si era sviluppato nel paese, cercando di dar vita ad incubatori per le startup, stimolando le banche ad erogare denaro per le iniziative private, che però in un modo o nell’altro si trovano tutte legate a doppio filo con il governo (a chi vuoi vendere i tuoi servizi se l’unico grande cliente a disposizione è lo Stato?), e dunque anch’esse sono dipendenti dal prezzo del petrolio: al suo calo corrispondono tagli di budget e di progetti.

Col turismo non è andata molto meglio, e con la plastica -un derivato del petrolio- non si fanno grandi guadagni.

Negli anni buoni i Sauditi hanno potuto accantonare miliardi di dollari (si stima 1000 miliardi) di riserve, nonostante le “spese pazze”, ma oggi queste riserve si stanno consumando rapidamente (da dove credete che vengano le vendite continue ed indefesse sui mercati finanziari di queste ultime settimane?)

E così il governo ha dovuto fare quello che fino ad un paio di anni fa sembrava impensabile.

Tagliare i sussidi, facendo salire di colpo i prezzi dell’elettricità, dell’acqua e della benzina. E, non ultimo, a introdurre una sorta di IVA su alcuni prodotti.

C’è da guardare con preoccupazione a queste novità: non si sa mai come possano reagire le persone a cose inedite. Si sono viste code ai distributori per riempire serbatoi e taniche, è subentrata l’ansia di fare scorte, temendo ulteriori aumenti.

Il costo della bolletta elettrica, nel 2016, è già salito del 40% per i cittadini sauditi. Ed ora altro che condizionatori accesi anche a casa vuota… vedo già nonnine saudite spegnere le luci in giro per casa, sgridando i nipoti più disattenti.

Ma tutto il disagio economico non può essere scaricato sui cittadini, non senza temere una rivolta.

Ecco che allora si profila l’ipotesi della quotazione di Aramco. Potrebbe sembrare una follia collocare in borsa (ancorché solo parzialmente) la propria unica fonte di reddito, specie in un momento in cui verrebbe valutata poco generosamente dal mercato, ed infatti il progetto sembra essersi fermato. Il principale freno, però, non è l’opportunità economica: quotarsi in Borsa significa anche aprire i libri contabili, esporsi alla trasparenza. Aramco dovrebbe illustrare quanto denaro spende per finanziare la costruzione di palazzi e foraggiare gli oltre 5mila principi del regno. Davvero vogliamo credere che Aramco riveli pubblicamente quanti soldi elargisce alla famiglia reale?

Rinunciando a chiedere soldi agli investitori, mentre di quei soldi ne ha dannatamente bisogno, l’Arabia Saudita si mette da sola nella condizione di doverli chiedere ai cittadini.

I quali, sorpresa, potrebbero non essere del tutto scontenti.

Dipende sempre dai punti di vista, dicevamo.

.

Iniziare a pagare le tasse, a diventare contribuenti, porterà i cittadini sauditi a non essere solo dei dipendenti, ma a ritenersi autorizzati a reclamare dei diritti, e di avere voce in capitolo sul governo del paese. Le generazioni più anziane sono imbevute di gratitudine per un regime che percepiscono come generoso, perché dà loro dei soldi -risorse e servizi- che non sono i “loro”. Ma in generale pagare le imposte comporta anche la facoltà di dire “merito quel che ricevo, pago per averlo“.

La presenza delle imposte impone (scusate il gioco di parole) una maggior responsabilità del governo. Per quanto i sauditi, e non solo loro, desidererebbero rivedere prezzi più alti per il petrolio, la loro discesa potrebbe essere il motore di una svolta sociale. Sempre che le cose non sfuggano di mano socialmente, facendo scaturire a colpi di tagli dei sussidi una “primavera araba” nell’area più calda -geopoliticamente parlando- del mondo.

 

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L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere.
Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi si occupa di Private Banking.
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