Pian Piano: anime morte?

Buongiorno! Scendo dalla casa in collina, i tornanti, l’autoradio accesa e la solita stanca rassegna stampa. La discussione, o meglio il cascame di una discussione, è incagliato in acque torbide. Si ringhia intorno al concetto di “buonismo” naturalmente riferito ai migranti. Non riuscendo a seguire la trista sequela di idiozie cattive, salto dal lettore cd alla radio imprecando. Nausea. Adesso sono qui, sono sul divano del nostro salotto pieno di rabbia. Partiamo da un video di save the children. Gli art director inglesi sanno sempre come assestarci un improvviso pugno nello stomaco e tagliare il respiro come si deve. Buona visione!

L’incapacità così capillarmente diffusa di non riuscire a vivere un briciolo di empatia verso sofferenze crude ed immani ci disorienta qui nel salotto di Pian Piano. Cos’è successo? Cosa si è spento e cosa resta di umano in questa totale incapacità? Siamo ridotti ad anime morte? Siamo zoppi e paralizzati nel cuore? non sentiamo?

Resuscitiamo i GANG OF FOUR, storica band del postpunk Britannico, recentemente in tour in Italia, e diamogli il compito di incendiare questa nostra cecità. Il chitarrista della gang, Andrew Gill, è il maestro poco conosciuto di The Edge e Tom Morello, non un tizio qualunque. Gang of Four sanno dar voce a tematiche sociali con rara forza corrosiva, gustiamoci un brano dall’ultimo album. Anime morte appunto….


Siamo dunque anime morte? Dove abbiamo impiccato i nostri cuori, chi li ha avvelenati? Cosa significa farla finita con il “buonismo”? Tenere migliaia di famiglie prigioniere delle bombe, delle armi chimiche, della fame e del freddo? Noi come ci comporteremmo e come ci siamo comportati quando la guerra ha azzannato i nostri cari? Davvero saranno sempre rogne di altri, davvero non toccherà mai più a noi e ai nostri figli scappare? Siamo paralizzati, dentro alle nostre arterie scorre benzina. Paraocchi , paralizzati, distesi sulla schiena, dicono che ogni uomo è per se stesso. La ricchezza è per chi la vuole e il paradiso si può guadagnare. Quello che volevamo ora sembra solo una perdita di tempo, siamo paralizzati, distesi sulla schiena.

Isolati nel fango di non poterci toccare oltre la fragilità della carne, ridotti ad inciderci la pelle per avere uno straccio d’identità, siamo in totale balia di parole cariche d’odio. Non ci vediamo? Non ci vediamo trincerati dietro alle imposte di casa, armati di disprezzo e solitudine, incancreniti dalle abitudini, affogati in convenzioni di plastica, infettati da aspirazioni prefabbricate? Difendiamo il niente che abbiamo accumulato ridotti a poveri automi ubriachi di propaganda, storditi dalle merci.

Diamo voce ad un esule allora, diamo voce a chi ha dovuto andarsene, facciamo parlare chi conosce Ulisse e sa perché la sua storia eternamente si ripeta. Un poeta naturalmente, con un volto triste, ma pacato, capace di calmare la rabbia incendiaria dei Gang of Four e sappia riportarci nel fluire del tempo, nell’inesorabile impermanenza delle cose e degli stati d’animo, nell’ineffabile ripetersi di guerre ed esodi. La porta oggi la chiude Iosif Brodskij.

tratto da

Ninnananna da Cape Cod

Nella parte settentrionale del mondo ho trovato un rifugio
nella parte ventosa, dove gli uccelli, volando giù
dalle rocce, si riflettono nei pesci e scendono a dar di becco
fra i gridi su una superficie di screziati specchi.

Qui non trovi te stesso, anche chiuso a doppia mandata.
In casa non c’è un cane e freddo nero è in branda.
La finestra al mattino ha una tenda di cenci di nuvole.
Poca terra, e non si vedono uomini.

In queste ampiezze signora è l’acqua. Nessuno il dito
punta nello spazio e “via di qui” strilla.
L’orizzonte si rivolta come un cappotto,
aiutandosi con queste ondate mobili.

E non riesci a distinguerti dai pantaloni tolti, dalla maglia
appesa – evidentemente, i tuoi sensi sono corti
o la lampada ti oscura-. Tocchi il loro gancio
per dire, ritirando la mano: “sei risorto”.

Iosif Brodskij

 

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