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Pian Piano: i Clock Dva e il paesaggio digitale.

“Stiamo andando incontro a un processo nel quale creiamo macchine che fanno il lavoro degli uomini e, di per contro, uomini che si comportano come perfetti automi.”.
Adi Newton

Oggi siamo in città, lontani dal nostro rifugio in campagna, immersi nel traffico mefitico, sfregiati dalle insegne scintillanti al led, ubriachi d’elettricità e cavi, connessi al fiume della rete, sepolti fra smartphone e ubriachi di big data. Si parla su piano inclinato di tecnologia e la musica è da almeno 50 anni attratta da una poetica futurista e futuribile che racconta di suoni elettronici e operatori digitali e le radici di queste ricerche affondano fino agli albori del XX secolo, con le ricerche sonore del futurista Russolo.
La tecnologia nel mondo del lavoro ha colpito al cuore l’idea di occupazione come bene diffuso e condiviso. Robot sempre più sofisticati sostituiscono umani e gli umani devono ridursi parallelamente a robot sottopagati per sostenere la concorrenza di macchine sempre più sofisticate. Un orizzonte opaco, pieno di interrogativi irrisolti e mondi inesplorati di cui non è chiaro l’orizzonte. E la musica? La musica è stata letteralmente travolta dal digitale, rendendo quasi impossibile rilevare con precisione i diritti d’autore e rendendo sostanzialmente indifendibili i supporti, un tempo scrigno del lavoro degli artisti, e mi sto riferendo ai dischi in vinile ovviamente.
Non mi lancio in una dissertazione in proposito, preferisco narrarvi di un gruppo che ha fatto della tecnologia una musa ispiratrice: i Clock Dva.

I nostri, dopo ottimi dischi ispirati al jazz più avanguardistico, fradicio di riferimenti al noir, operano una svolta poetica radicale alla fine degli anni 80, dedicandosi anima e corpo al suono generato digitalmente. Il loro è un mondo fantascientifico, esoterico e fantapolitico, popolato da forze sotterranee, presenze aliene, complotti oscuri, paesaggi distopici. Ne esce un quadro degno di un Blade Runner sonoro. Ascoltare i Dva scrutando le luci di una citta di notte, il cielo solcato dagli aerei, le strade allagate dal flusso dei fari delle auto, rimanda una sensazione di freddezza e lontananza, dove l’umano si nasconde e si dissolve in un orizzonte frammentato di informazioni, organizzato secondo trame invisibili di dati, ragnatele di messaggi, ascolti attesi e sommersi.

Adi Newton, leader indiscusso della band e vate del progetto, sta preparando nuovo materiale in vista dell’uscita a breve di nuove musiche. Godiamoci il teaser del loro nuovo lavoro sonoro, come monumento alla devianza digitale ed alla dissoluzione dell’umano in un oltreumano di cui non sono ancora definiti i contorni, fra ombre di controllo globale e perdita di ogni autonomia di pensiero, impoverimento e decadenza di vecchi sistemi, anche economici. Il mondo che conoscevamo si sta evidentemente frammentando e dissolvendo ed il prossimo non lo conosciamo ancora, se non per deboli e oscuri segnali che arrivano dalle profondità dell’oceano web. Manning, Snowden e Assange sono i precipitati politici di questa chimica digitale degli eventi che nella musica dei Clock Dva si fa metafora e che Adi Newton in molti suoi scritti ha previsto con decenni di anticipo

I Clock DVA sono uno dei vari progetti del nostro cyberartista, fra gli altri ricordiamo in chiusura anche Antigroup, indirizzato a suoni estremi e sperimentali. L’elettronica oggi l’ha fatta da padrona e capisco che questa non sia una cartolina per tutti i palati, ma attenzione  la poetica dei DVA ci racconta qualcosa di prossimo al mondo che stiamo attraversando ed alla sua imminente dissoluzione verso nuovi equilibri.
Roberto Bolano chiude il nostro percorso fra circuiti digitali, informazioni rubate, hacker esplosi in mille frammenti e universi paralleli.

I detective smarriti

I detective smarriti nella città oscura.
Udii i loro gemiti.
Udii i loro passi nel Teatro della gioventù.
Una voce che avanza come una freccia.
Ombra di caffè e parchi
frequentati nell’adolescenza.
I detective che osservano
le loro mani aperte,
il destino macchiato dal proprio sangue.
E tu non puoi nemmeno ricordare
dove si trovava la ferita,
i volti che una volta amasti,
la donna che ti salvò la vita.

Roberto Bolano

 

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Pubblicato da Enrico Marani

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