Pian Piano: una domenica in Islanda (2)

Tempo stimato di lettura: 2 minuti

Nella nostra seconda domenica in Islanda passeggiamo per alcuni chilometri fra prati e ghiacciai in lontananza. Vento, vento e vento, fino quando arriviamo ad un piccolo villagio di case candide perse sotto grandi montagne quasi nere. Qualcuno ha montato un palco.  Ci salgono dei ragazzi con maglioni, berretti e giacche a vento. Quest’isola è strana, c’è un pastore protestante vestito sobriamente, ed una ragazza con i capelli verdi piena di piercing che chiacchierano disinvoltamente. Ci avviciniamo, le nostre guide Vichinghe sorridono.  Dicono che suoneranno i Sigur Ros qui fra poco. Le Muse estasiate tacciono.

Sono elegiaci i suoni di questa band. Chiudo gli occhi dimentico tutto, anche il freddo e il vento, le chiacchiere e la birra. Mi vengono in mente le lunghe suite dal vivo dei Grateful Dead e per un attimo mi sento come se fossi nato 20 anni prima. Un hippie al pascolo in qualche festival Californiano, un figlio dei fiori prigioniero in frigorifero. Lo so che non c’entra, ma fa lo stesso.

Improvvisamente un soprassalto d’inferno cala nella baia, come se il demonio spuntato da qualche frattura della terra fosse arrivato qui in un baleno per ingoiare la piccola chiesa e tutti i suoi parrocchiani. Le chitarre urlano dissonanti e passiamo dal sogno ad un incubo in pochi passi.

Quel che sento in tutto il corpo è l’Islanda, il sogno della terra ultima, del cielo da toccare con le mani, del sole che non tramonta mai, delle aurore boreali con il cielo che impazzisce di colori, ma anche delle nuvole di cenere, dell’isola boscosa di un tempo su cui ormai non cresce un albero, dei giorni che sono solo lampi fra una notte e l’altra. L’animo nero e paradisiaco in isola persa in mezzo all’Atlantico e al gelo. Ascolto questi suoni strapparmi le orecchie e quando tutto pare rassegnarsi all’oscuro, la tempesta si placa, gli amici Vichinghi sorridono di nuovo e il sogno ritorna più sospeso ed etereo che mai…. Il tempo guarisce tutto, il tempo dà la vita. Si accendono dei fuochi che bruciano le nostre anime, non è più freddo, sono di nuovo vivo, la mia anima ritorna alla vita. Dipingo il mondo.

Prima affamato, poi ubriaco di sensazioni mi rialzo barcollando, qualcuno è arrivato fin qui a prenderci con una vecchia Volvo nera e scassata. Saliamo facendo rotta verso la città, verso strade larghe e lampioni a cercare posti per far notte fonde. Dico agli amici biondi e barbuti che non me la sento. Voglio tornare a casa, voglio spalancare la finestra al buio e far cadere le stelle dentro la stanza. Sono di nuovo qui, dentro di te, qui tutto va bene. Fluttuo in un’ibernazione liquida in un hotel connesso alla corrente elettrica. Telefono prima di addormentarmi e dall’altro capo del mondo mi leggono una poesia del poeta Norvegese Olaf H. Hauge. Mi sveglio improvvisamente e accendo la luce, deve essere notte fonda. Sono solo, ed il vento fa tremare le finestre e sbattere gli scuri. Un cane abbaia in lontananza.

 

 La tua strada

Nessuno ha segnato la strada
che tu devi percorrere
verso l’ignoto,
verso l’incerto.

Questa è la tua strada.
Solo tu
puoi percorrerla. E non
puoi tornare indietro.

E non segni la strada,
nemmeno tu.
E il vento cancella le tue impronte
sulla montagna deserta.

Olaf H. Hauge

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Precedente Un insolito Capodanno Successivo Una banca centrale sotto l'albero

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.