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Pian Piano: è ancora aperta la caccia a Miles?

Navigando nel diffusissimo antiamericanismo Italiano, mi capita di chiedermi come mai sia così radicato e quali siano i contributi positivi, anche culturali, che gli USA hanno dato e danno alla contemporaneità. Si tratta in sostanza, per quanto mi concerne, di “non buttare il bambino con l’acqua sporca”, come recita saggiamente il proverbio. Mentre Andrea Boda, il nostro esimio Direttore, si chiede se sia ancora aperta la caccia al dollaro, noi nel nostro salotto apriamo lo spartito come ogni domenica e diamo la caccia a Miles.
Oggi sarà fra noi per un numero monografico Miles Davis, un musicista che ha fatto la storia del jazz ed è sicuramente uno dei giganti della musica nel secolo scorso. Materiale umano e vibrazioni musicali all made in the USA. Siamo un po’ in soggezione a farlo accomodare sul nostro divano, l’uomo ha un carattere difficile e non vorremmo essere protagonisti d uno dei suoi proverbiali scatti d’ira. Miles ha una carriera troppo complessa e ricca di incisioni, ragion per cui il nostro sarà solo un assaggio disordinato: esperti di jazz pazientate… Miles si siede e ci racconta degli inizi fino al primo quintetto con cui incide memorabili album. Nel 1959 accade però qualcosa di magico, con John Coltrane e Bill Evans ci sono  Jimmy Cobb alla batteria, al basso Paul Chambers e al sax oltre a Coltrane, Julian “Cannonball” Adderley. Vede così la luce “Kind of blue”, un disco da portarsi su un’ isola deserta, una di quelle opere d’arte che resistono al tempo ed alle intemperie. Miles ci propone la classica “So what” da quel capolavoro.

Quanto al sottoscritto vi raccomando con decisione l’ascolto dell’intero album. Miles dopo Kind of blue è arrivato: è una star. Sesso, droga e jazz sono il marchio di una vita dissoluta, di cui non ci premono episodi pruriginosi (chi ci tiene legga la sua biografia) ma l’irrequietezza che manifesta ad ogni passo il grande musicista. L’uomo è arrivato, ma non è pago, nemmeno artisticamente. Cerca esplora, sperimenta sbatte la testa con metodo. Facciamo grandi salti, passando per il quintetto con Shorter e Hancock, mentre Miles ci racconta del suo desiderio di altro rispetto alla purezza del jazz. Un’ altra pietra miliare è alle porte, anticipata da “In a Silent way” a cui vi rimando per un ascolto completo, per comprendere la forza innovativa del nostro ospite. Miles chiede quali erbe ci siano nella tisana e si gusta anche qualche biscotto alla vaniglia. E’ del 1970 “Bitches Brew” una fusione fra jazz, rock, etnica, contemporanea  e il diavolo sa cosa. Il doppio LP influenzerà generazioni di musicisti a venire, fino ai nostri giorni. Ascoltiamo “Sanctuary”, ma voi non perdetevi l’intero album.

La collaborazione con Zawinul (mente dei Weather Report), Shorter,  McLaughlin e tanti altri, ha prodotto qualcosa che esce dal jazz e si fa musica contemporanea, secondo un’accezione che dal colto spazia fino alla musica popolare.
L’ultima parte della carriera di Miles vede un interesse particolare del nostro per le contaminazioni con il funk, il pop ed il rock (Miles racconta delle session con Hendrix e di come Hendrix non leggesse lo spartito…). Folgorato dall’energia di James Brown ecco il Miles di “Black Satin” esplosivo e decisamente ballabile. Che ne dite boys&girls si balla o no?

Davis ha attraversato l’America spietata e razzista, ha visto Malcolm X e Martin Luther King, Ali e Foreman, è stato testimone e protagonista del XX secolo USA. Qui trovate la discografia di questo Maestro, per completare una panoramica parziale e azzardata come questa. Vi suggerisco anche un articolo (in Inglese) dove molti musicisti raccontano dei loro dischi preferiti di Davis; trovate pensieri su Miles di Nick Cave, Iggy Pop e tanti altri “insospettabili”. Artisti come Miles Davis risorgono ogni volta che li si ascolta ed ogni loro lavoro è a tutti gli effetti una “Pasqua”, un rito dove l’arte ci entra in corpo…..Troppa retorica? Ci pensa Brian Eno a rimettere le cose a posto con una brillante riflessione su Miles, che è anche un pensiero sulla musica nella contemporaneità e forse al di là dell’arte, sul mondo in cui viviamo.

Per chiudere questa puntata monografica, mi sembra giusto invitare un poeta Afroamericano come Langston Hughes. Chiediamogli se vuole chiudere la porta del nostro salotto. Langston accetta e ci propone una delle sue poesie più famose.

La mia vita non è stata una scala di cristallo

Figlio, ti dirò che la mia vita
non è stata una scala di cristallo
ma una scala di legno tarlato
con dentro i chiodi e piena di schegge
e gradini smossi sconnessi
e luoghi squallidi
senza tappeti in terra.
Ma ho sempre continuato a salire,
ed ho raggiunto le porte
ed ho voltato gli angoli di strade,
e qualche volta mi sono trovato nel buio,
buio nero, dove mai è stata luce.
Così ti dico, ragazzo mio,
di non tornare indietro,
di non soffermarti sulla scala
perché penoso è il cammino,
di non cedere, ora.
Vedi io, continuo a salire…
E la mia vita,
non è stata una scala di cristallo.

Langston Hughes
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Pubblicato da Enrico Marani

king for a day, fool for a lifetime

4 Risposte a “Pian Piano: è ancora aperta la caccia a Miles?”

  1. con me casca male, chi ce l’ha con l’America e gli americani: io sono stata preda consenziente delle fascinazioni americane privilegiando chi andava, come sempre, in direzione ostinata e contraria (niente scale di cristallo, insomma), da Sacco e Vanzetti a Kerouac agli Oglala Sioux. Poi ho incontrato i quarter horses (cavalli di origine americana) e mi sono appassionata alla cultura e alle tradizioni equestri americane. Insomma, i cowboys: ruvidi, persino grezzi, più propensi ad entrare in sintonia con un cavallo che con i propri simili. Possiedo persino uno Stetson 7 stelle, e naturalmente un paio di speroni con decorazioni flower.
    Degli americani amo essenzialmente due cose: una certa giocosità un pò pacchiana ma genuina e la capacità di mandare a casa dopo una sola legislatura chi la ha mal governati, o comunque non ha rispettato i patti.
    Dopodiché, nessuna democrazia è perfetta, ma questa è un’altra storia.
    Non oso avvicinarmi alla poltrona dove avete fatto accomodare Mr. Miles, uno che entra nel sangue e lo riscalda e lo fa scorrere troppo velocemente.
    Esco con discrezione lasciando un bollettino meteo: potrebbe essere utile.
    https://youtu.be/i8q6sR6yZCE

  2. Ciao
    Questa cosa degli americani avrà un seguito…..E’ talmente diffuso e automatico l’antiamericanismo in Italia che penso di lavorarci ancora, probabilmente la prossima settimana.

    Fanno gli antiamericani utilizzando Google, Facebook e hanno in tasca un iPhone, qualcosa che fa sganasciare dalle risate.

    1. In epoca di globalizzazione e di culto dell’effimero e’ impossibile essere anti qualsiasi cosa. Spesso si sbandierano luoghi comuni che esprimono solo un superficiale pregiudizio.
      Spazzolo lo Stetson e lucido gli speroni, ma mi metto in tasca “Sulla strada” e “Chiedi alla polvere”.

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