Pian Piano: I’m a DJ, I’m what I play

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Torno nel salotto, dopo settimane di lontananza o forse mi sbaglio? La memoria mi inganna. C’è polvere, meglio dare una pulita e spalancare le finestre: la primavera si avvicina. Mi prende un desiderio strano: raccogliere tutti i suoni che sono passati fra le nostre mani in mesi e mesi e sublimarli, spremerli, comprimerli e frullarli in un succo. Ho sete. Il profumo delle muse riempie la stanza, odore di muschio e boschi. Cerco il retino per catturare farfalle ed esco a passeggio fra tutti i post scritti ogni domenica a ripescari suoni per comporre un puzzle astratto. Si dice che la comunicazione in rete debba essere rapida e fulminea, sintetica e ficcante. Dunque oggi vi propongo tre ore di musica, tanto per concedermi un sano sberleffo e attirarvi in un mondo onirico ed in un viaggio estatico. Drogatevi pure, di idee e parole, di carezze e sguardi, se permettete vi cucino i suoni.

 

 

Adesso sono sveglio, raccolgo le tessere del mosaico sparse ovunque e sono suoni e rumori. Li martello dentro a gabbie digitali e li sbatto fuori in contenitori di vetro. Sono sfigurati e irriconoscibili, sono ormai suoni altri, fusi fra loro in un abbraccio inestricabile, come Zefiro e Cloris di Botticelli. Mi travesto da sarto di decibel, li cucio fra loro, attento al filo ed ai colori, li ascolto lamentarsi o gioire, li mescolo e li impasto e aspetto.

Le ore volano traslochiamo in un mix di suoni che sono anche un disco?

Siete usciti da oltre 50 minuti di vagheggiamenti umidi, unici e bastardi frutto di niente o di altre storie, campionamenti e collage, Matisse e Rauschenberg, pop art e mail art, Andy Warhol e Vittore Baroni, Cavallo Pazzo e Schifano, Giacometti, Magritte e crepi l’avarizia. Ho fatto musica senza saper di musica, ho dipinto senza saper dipingere. Ci sono anche voci, ci sono discorsi fatti con le muse, brandelli onirici raccontati in francese, allucinazioni ritmiche e acido lisergico di sintetizzatori.

Ritorno verso casa ubriaco dell’assenzio di diverse frequenze sonore e ripasso davanti allo stagno, mi concedo un’altra ora per un ultimo viaggio di tamburi e canzoni. E’ ora di ridestarsi dalla trance e di menar il corpo in qualche improvvida danza. Venite anche voi? Tracklist nel solito armadio, ma ricordatevi la chiave.

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Mi siedo fra le parole, vi offro la mia fatica di demolitore e ricostruttore di cocci, raccoglitore di briciole, collezionista di sassi, carpentiere di favole e fiabe, calzolaio di fiori. Ora mi incammino fra i libri a cercar un poeta.  Trovo un Thomas Bernhard liquido, come i suoni che ho assemblato, come lo stagno con i pesci: un tesoro d’acqua, una bellezza inafferrabile.

 

In un tappeto d’acqua

In un tappeto d’acqua
ricamo i miei giorni,
i miei dei e i miei malanni.
In un tappeto di verde
ricamo i miei dolori rossi,
i miei mattini azzurri,
i miei borghi in giallo e le mie fette di pane e miele.
In un tappeto di terra
ricamo la mia caducità.
Ci ricamo dentro la mia notte
e la mia fame,
il mio cordoglio
e la nave da guerra delle mie afflizioni
che scivola in mille acque,
nelle acque dell’inquietudine,
nelle acque dell’immortalità.

Thomas Bernhard

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Enrico Marani

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