Pian Piano: e in Italia?

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E in Italia? Cosa succede nello stivale, cosa si agita? Fra tributi a questo ed a quello, cover band di ogni genere e risma, ultracinquantenni, sessantenni e settantenni che duettano e monopolizzano il mercato e soprattutto l’immaginario, come uscirne con qualcosa di vitale ed innovativo, ma soprattutto di autentico? Dove trovare qualche giovane ingiurioso o qualche vecchio coriaceo? Come evitare il cascame di icone retoriche, stelle, stelline, vite mediane, tremori di fronti a seni, buone domeniche, strade facendo e Albechiare o c’è chi dice no a buon mercato?
E’ dura, ma volendo….Partiamo con la musica di ricerca, quella roba ostica ed elettronica, tanto per accogliervi con un pugno nello stomaco.  Alessandro Cortini, personaggio poco conosciuto è stato in realtà uno dei pilastri del progetto di Trent Reznor, Nine Inch Nails, con cui ha lavorato sia in studio, sia dal vivo. Pochi lo sanno, ma una delle più importanti ed innovative rock band del pianeta aveva un Forlivese a “smanettare” fra strumenti elettronici e chitarre. Passato dall’insegnamento ai palchi di tutto il pianeta, Cortini è tornato recentemente ad una dimensione più sperimentale, lasciando i N.I.N. e riscoprendo la didattica. Ha inciso recentemente un nuovo lavoro solista come SONOIO. Qui potete ascoltare l’album . Noi ci cimentiamo in questa “Enough”.

Fra i gruppi Italiani indipendenti ho sempre coltivato un debole per i Massimo Volume. I testi poetici di Emidio Clementi e l’ottimo lavoro chitarristico di Egle Sommacal mi hanno sempre riempito e rapito il cuore, senza solleticare il glucosio nel sangue. Imperdibili i loro concerti, un misto fra happening rock e reading di poesia. La vicinanza alle tematiche di Carver di Clementi, riporta i testi dei Massimo Volume ad un’esplorazione letteraria non formale, come accade spesso in Italia, ma che si rifà ad un bisogno intimo ed autentico di raccontare. La narrazione come fatto artistico che si interseca con la musica, produce una miscela di grande impatto. Non posso che consigliarvi tutti i loro dischi.

L’ultimo tassello di questo improvvisato e parzialissimo puzzle di sonorità tricolori che stimo, ascolto e raccomando, lo voglio dedicare ad una band della mia città, rispettata in ambito internazionale e con una solida discografia alle spalle: i Giardini di Mirò. Dei Giardini c’è poco da dire. Le canzoni sono belle, dal vivo sono coinvolgenti e mai scontati ed hanno fatto ottimi dischi, rinnovandosi ben oltre gli esordi post rock ed esplorando con autenticità altre strade, incuranti degli imprevisti e delle cadute che questa attitudine comporta. Notevole anche la loro passione per il cinema e l’esplorazione della modalità compositiva della soundtrack, con l’album “Il Fuoco” dedicato al film omonimo di Giovanni Pastrone. Li ascoltiamo con “Time on Time”.

Ho invitato Emidio a chiudere il nostro salotto oggi. Il cantante dei Massimo Volume è da anni anche scrittore ed i suoi testi sono a tutti gli effetti purissima poesia. Lo amo per la sua distanza dal lirismo nostrano, per come le parole che scandisce: secche e nude. Si alza in piedi e come fa da tempo, con un libro o un foglio in mano, legge per noi:

ROBERT LOWELL
Simili a una folla di bagnanti
quando il cielo rannuvola
i giorni si accalcano
e spariscono
lasciando a quelli che restano
il conto dei vivi
Celebriamo allora i nostri sforzi,
il solco avaro da cui siamo partiti
(chi l’avrebbe mai detto
di ritrovarci qui,
giugno 2010
in un pomeriggio
di pioggia e di sole
seduti di fronte
alle nostre parole?)
Consideriamo questo
piuttosto che il resto
il peso
di cose fatte male
e fatte in fretta
cumuli di immagini sfocate
su cui si punta il dito
senza convinzione
solo per poter dire:
“Questo sono io”
nell’lllusione che ciò che siamo riusciti a dire
fosse ciò che avevamo da dire
Dimentichiamo tutto questo,
l’insormontabile scarto
che fissa il prezzo
della nostra libertà
Il terrore dell’assenza
di oggetti che ci sopravviveranno
la muta presenza
Dimentichiamo tutto questo
e continuiamo ad andare
gli occhi chiusi
e le braccia aperte
in equilibrio
nel nostro monotono sublime

Emidio Clementi

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Enrico Marani

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