Pian Piano: la capanna dello zio Tom

Fuori si sparacchia, si ammazza, si bombardano bambini ribelli, si urla dolore immane e si affoga di freddo e male. Va così senza capire se è sempre andata così o se andiamo perdendo saggezza e capacità di stare fianco a fianco senza ammazzarci come cani. Nel salottino attoniti ascoltiamo la radio generosa nel raccontar abominio e sterminio, decapitazioni, castrazioni e crocifissioni. Una musa stanca del macello si alza e regola la frequenza su un qualsiasi altrove, che non sia sangue e disperazione.
Spunta a sorpresa un riff di chitarra perforante ed una voce roca di polvere, bourboun e sigarette. Tom Waits!

Il nostro eroe è un circo equestre senza cavalli, ma con voci distorte ed altalenanti, strumenti improbabili, giacche scucite,  musicisti dal gran blasone al seguito, comparsate qua e là nel cinema di qualità USA (con Altman fra gli altri). Ha inciso una miriade di dischi, molti capolavori, e chi più ne ha più ne metta. Ha influenzato con il suo inconfondibile stile anche i paracarri sulle strade dell’Arizona e tutti gli altri, tutti, da Nick Cave a Mark Lanegan fino a Vinicio Capossela, passando da chi preferite. Tom è un monumento alla luna, ma chiuso discretamente in un bar di periferia, alle prese con un’ubriachezza autistica ma creativa, fatta di visioni surreali e mondi degni di Lewis Carroll.

Dopo due ascolti nel salottino ci sentiamo già meglio. L’atmosfera è più calda, un bicchierino di qualcosa di alcolico per ritrovare un po’ di speranza ci sta e naturalmente un blues. Il titolo descrive bene la nostra stanza e c’è anche il piano ubriaco che Waits sa impastare a suo modo.

La radio trasmette evidentemente uno speciale.  C’è qualcosa in Waits che effettivamente esce dagli stereotipi della rockstar, dai Mick Jagger sciupafemmine e ingoiapillole e ville. Tom si spinge oltre, nei territori del sogno e della fantasia più sfrenata, dove il tempo si accartoccia su se stesso e la storia si dissolve in vacue visioni. Proprio questo cercavamo, mentre le giornate si accorciano, fuori piove a catinelle ed i notiziari ci regalano solo bombardieri e bombardamenti.

La malinconia si è presa le muse, ma è una malinconia dolcissima. Mi sento come ci fosse una taglia sulla mia testa che mi squadra sullo specchietto, retrovisore. Come sogni svaniti a metà, come un sassolino nella scarpa mentre vado per la mia strada.
Sotto alla capanna dello zio Tom Waits abita qualcosa che ha a che fare con il grande Portoghese, con Ferdinando Pessoa. Dentro a Waits le visioni più amare si impastano di una dimensione surreale, ironica, assurda, sospesa ed allucinata. Dalla realtà distorta gronda una poesia densa. Di cosa abbiam più bisogno se non di poesia? In un mondo così, in un incedere alla Bertold Brecht a cavallo di Kurt Weill, tutto il mondo ci sembra verde, malgrado il sangue, il male e l’orrore.
Fernando Pessoa con i suo occhialini entra nel salotto con un impermeabile scuro, si toglie il cappello e sorride incerto, come a chiederci se sia capitato nel posto giusto. Mi alzo gli vado incontro con la mano tesa e la solita chiave per chiudere il nostro salotto.
“Certo Maestro, Lei è nel posto giusto.”.

Contemplo il lago silenzioso

che la brezza fa rabbrividire.
Non so se penso a tutto
o se tutto mi dimentica.
Nulla il lago mi dice
né la brezza cullandolo.
Non so se sono felice
né se desidero esserlo.
Tremuli solchi sorridono
sull’acqua addormentata.
Perché ho fatto dei sogni
la mia unica vita?

 Fernando Pessoa (dal “Canzoniere”)

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Pubblicato da Mr Pian Piano

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