Pian Piano: Ludovico Van ed il mutare delle epoche interiori

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Come in Arancia Meccanica si accomoda oggi nel salottino Beethoven. Non lui in persona, che etereo viaggia nel cosmo, ma l’intendimento che io e le muse ne abbiamo avuto nel corso delle ere geologiche passate insieme.
In gioventù il grande tedesco mi procurava difficoltà all’ascolto. Pareva pomposo e retorico, stracarico e mai essenziale. Bach era tutto su tutti. Sono trascorse le stagioni, i decenni, ed in una bella giornata d’autunno mi son capitati fra i denti i quartetti di Ludovico Van e con grande stupore ho scoperto l’indiscutibile genio.
Sordo ed abbandonato dal suono Beethoven immagina, ascolta interiormente la musica. Un titanico comporre oltre le percezioni, la sfida all’umano irrompe enorme.

A quel punto, dall’autunno dei quartetti, dall’aspro suono di quelle composizioni, si è reso necessario un sentiero nei boschi che a ritroso ne esplorasse le dense stratificazioni, non si fermasse alla superficie, al terriccio fatto di foglie da poco decomposte, ma scavasse oltre le argille. Una scoperta. Fra le pieghe delle sinfonie, anche nei sapori elegiaci della “Pastorale” o nella monumentalità della settima e nella prorompente forza “Eroica”, è bello ritrovare Claudio Abbado “vivo e vegeto”, come un novello Bowie risorto fra i solchi di un disco con Eno. Regaliamoci il grande direttore al calar della sera, l’uomo colto e l’intellettuale amico di Luigi Nono, capace di crescere orchestre come fossero margherite in un prato (su tutti la Mahler chamber Orchestra che mi son goduto iersera a teatro) e di dirigere i Berliner così:

C’è evidentemente nel nostro animo un mutar delle stagioni, una diversa capacità di ascoltare che probabilmente è preclusa all’irruenza della gioventù, un’ attitudine che chiede al fiume di arrotondare le pietre per limare spigoli e riscoprire in una luce diversa suoni ed immagini, sguardi e contatti fra i corpi. L’impermanenza non impone solo il deteriorarsi delle carni, lo sfacelo delle cose, ma dona anche il mutare delle attitudini, mostra lo scorrere delle acque in una diversa lucentezza. L’artista che sa proporre questi “testacoda” e si lascia rileggere rovesciando prospettive che sembravano definitive abita l’Olimpo eterno della poesia, come se la sua capacità di raccontarsi fosse multiforme e fatta di infinite dimensioni e impossibile da circumnavigare completamente.
Allora possiamo concederci anche alla “Pastorale”, alla sua dimensione di serenità ed immersione nella natura, nella belleza ed in una struggente armonia dell’uomo con il paesaggio, secondo un’alleanza che suscita più di uno spunto malinconico osservando la contemporaneità o riempie il cuore quando la si ritrova passeggiando in un bosco, fra le nevi o lungo le sabbie deserte di un mare in inverno.

un Friedrich Holderin può forse riassumere il nostro cammino musicale di oggi? “Non piangete se le cose migliori sfioriscono. Presto ringiovaniranno. Non affliggetevi se la melodia del vostro cuore si spegne. Presto si troverà una mano che la ridesta.”. Beethoven e la sua musica sono innegabilmente una di queste mani capaci di ridestare ogni cuore, proprio come accaduto alla nostra poetessa di oggi: Inge Muller.

Quando ci incontrammo

Quando ci incontrammo
In una strada laterale delle nostre vie
Sentivi paura della vita
Sentivo paura della morte
Che era vicina e vedemmo il cielo rosso
Avvolgerci soffice come una coperta di lana
E ci riscaldammo per un attimo

L’attimo
durò sette estati. Quando levammo gli occhi
Il tempo era già trascorso.

Inge Muller

 

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