Pian Piano: messaggi subliminali?

L’ evidenza che ci stiamo cibando gli uni degli altri prende corpo giorno dopo giorno. C’è il rischio fattivo che non si rottamino più le vecchie generazioni, ma che l’uomo stia rottamando se stesso, facendosi saltar per aria giorno dopo giorno.

Scontro di civiltà? Pare più un lento suicidio. La malattia è grave e qualcuno ha evidentemente sentito l’urgenza di agire e su Piano inclinato se ne è scritto, per mano del buon Andrea Boda.

Il sangue sparso invano, spesso di bambini come in Siria, ha un acre sapore di polvere, rimbomba di suoni e odori insopportabili, come in questo toccante video di Banksy. Eppure malgrado tutto la primavera ritorna, malgrado tutto i bambini nel video di Banksy si sorridono ancora. Qui nel salotto di Pian Piano oggi facciamo sedere una matura Signora di 72 anni, una che le cronache rosa vogliono sia stata molto vicina a Jimi Hendrix e di cui il grande chitarrista scriveva:  “Went down to little club to see Joni, fantastic girl with heaven words.”

La bellezza, la voce, i bei testi di Joni Mitchell ci prendono per mano in un cosmo femminile, lo stesso che Botticelli ha dipinto nel suo “Venere e Marte”. Nel dipinto un Marte sconfitto e caduto esausto nel sonno viene fissato da una Venere sveglia, donna capace di diplomazia, donna che probabilmente ha davanti a sé un orizzonte più ampio per ricomporre l’odierno dilagare del male e riportarlo al bene.  C’è un canto che nell’essere umano non declina mai e sempre riemerge per raccontarsi, anche nell’orrore più denso. Sta in questo canto un seme che può dar pace ai morti e placare la famelica fame di sangue dei vivi? Ascoltiamo Joni con Jaco Pastorius che attraverso il suo sublime basso duetta con lei regalandoci un complesso di dolcissime emozioni sonore: Hejira.

Le “heaven words” di Joni Mitchell, così come le ha battezzate Hendrix ci portano appunto in una dimensione poetica, che non è sdolcinatezza, ma è malinconico stare nel presente, mantenendo un lieve distacco.

In compagnia di Pastorius, Shorter e Hancock, la Mitchell si lancia nelle astrazioni del jazz e a queste astrazioni, tutte nel segno di una divina malinconia, è dolce abbandonarsi. Sono il canto fragile di una “dark age”, la nostra, che però allude ad altro. E’ un altrove che per ora non si mostra, deriso dalla carne straziata che incombe dai notiziari che ascoltiamo con angoscia quotidianamente. Eppure l’altro dal male si nasconde, ma c’è. La voce di Joni Mitchell rimanda appunto a delle “heaven words” che sono chiavi per una dimensione diversa. Il nostro direttore direbbe “più consapevole”, io dico poetica.

Dopo tanta dolcezza, in uno slancio che vuole essere esclusivamente al femminile, concediamoci allora una poetessa a chiudere il nostro salotto, concediamocii Alda Merini:

Io ho scritto per te ardue sentenze

Io ho scritto per te ardue sentenze,
ho scritto per te tutto il mio declino;
ora mi anniento, e niente può salvare
la mia voce devota; solo un canto
può trasparirmi adesso dalla pelle
ed è un canto d’amore che matura
questa mia eternità senza confini.

da “La Terra Santa”.      Alda Merini
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Pubblicato da Mr Pian Piano

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Una risposta a “Pian Piano: messaggi subliminali?”

  1. « Tout est bien sortant des mains de l’Auteur des choses, tout dégénère entre les mains de l’homme. », così Jean Jacques Rousseau apre ” Emile”.
    Il concetto romantico era che l’uomo nasce fondamentalmente buono e pacifico, ma si corrompe e diviene malvagio poiché contaminato dalla civiltà e dal progresso.
    Ma in realtà, che bisogno avrebbe il cucciolo di uomo di provare sentimenti malvagi e di prevaricazione, prima di aver preso coscienza dell’esistenza degli altri e della inderogabile necessità di interagire con loro?
    Penso che ogni individuo porti in sé tutte le possibili contraddizioni e contrapposizioni, e certo le sue scelte dipenderanno dall’indole ma anche dall’ambito familiare, dall’educazione, dalle circostanze, persino dalla casualità (ma nel merito occorrerebbe davvero stanare @drDedalo).
    E sicuramente, fra le tante antitesi in ognuno di noi l’istinto di sopravvivenza se la deve vedere di tanto in tanto con l’impulso all’autodistruzione.
    Sono entrata in questo pacifico salotto spalancando la porta con aria battagliera, e non va bene. Ma anche oggi piove e tira vento su queste colline, e sono solo una povera donna che lotta invano com l’aria che strapazza le persiane.
    E invece avrei tanto desiderato essere la Musa di qualcuno.
    “ci capitava di non tirare la fine del mese, e allora la sera giravamo per certi locali “minori” sui Navigli e chiedevamo al proprietario o se potevamo suonare qualcosa: all’inizio degli anni 80 a Milano, in Brera e sui Navigli non era una cosa così inconsueta. Lui era piuttosto bravo con la chitarra e si arrangiava con il piano, io usavo poco il diaframma e cantavo molto di gola, ma riuscivo a raggiungere note piuttosto alte senza che la voce si spezzasse. Avevamo un repertorio abbastanza vario, che includeva gli immancabili Guccini (“se io avessi previsto tutto questo” cantavo con molta convinzione cercando di dare spessore alla voce) e Battisti, ma privilegiando le voci femminili: Joan Baez, Marianne Faithfull, Carole King. E lei, Joni MItchell. Sbagliavo qualche parola, me ne accorgevo, cercavo lo sguardo sorridente di lui e tiravo dritto. Quando andavamo bene, ci guadagnavamo la cena.
    Poi qualcosa si spezzò.
    Ma forse, in fondo sono stata davvero la Musa di qualcuno”
    https://youtu.be/Wq2jhs19_V8

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