Pian Piano: Morton Feldman e l’eternità del suono

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Oggi la nostra stanzetta è vuota, solo silenzio e solitudine. Anche il gatto si è perso in campagna a fissare fossi. Il sole invernale filtra dalla vetrata ed entra dritto negli occhi.
La sera arriva in fretta, le giornate si accorciano. La meraviglia della luce che attraversa una foglia di tiglio ancora verde. La stanza perfettamente in ordine, il telefono spento. Sospensione, una folata di vento muove le foglie, alcune cedono e cadono posandosi sull’erba, fitta e verde dopo le recenti piogge. Mi siedo, ormai è il crepuscolo, accendo lo stereo con il telecomando, non ricordo il cd che ho lasciato nel lettore. Chi sarà? Sorpresa: Morton Feldman.

Molto può essere detto di Feldman, prima affascinato da Cage e poi con un percorso del tutto autonomo all’interno della musica contemporanea colta. Alcuni lo ritengono uno dei padri del minimalismo, con un forte legame con gli espressionisti astratti americani, artisti favolosi. Quella pittura così contemplativa, fatta di evanescenti masse cromatiche, la contemplazione, le lunghe pause, il silenzio come assoluto protagonista del discorso musicale. Se Rothko è probabilmente il pittore astratto che più sento vicino, Feldman indubbiamente è uno dei padri di quella musica che frequento da anni, minimalismo, Reich, Glass e l’ambient di Eno. Tutti gli sono debitori. Sapete che però qui non siamo esegeti, qui osserviamo solo il paesaggio. Oggi è bella la solitudine, l’inverno bizzosamente caldo, le castagne e perché no l’abbandonarsi alla memoria. Ricordo la mostra di Rothko a Roma a Palazzo delle esposizioni, aperta un mese dopo la nascita di mia figlia. Il viaggio, l’enorme bellezza dei quadri, la sospensione, la stessa di oggi.

Capisco, capisco che possiate non apprezzare affatto questa estrema lentezza, queste composizioni disorientanti e senza approdo, senza direzione, sempre più perse alla deriva. Magari anche noia e disappunto. Cosa volete farci? Oggi sono solo e posso concedermi ogni elitarismo, far passare le ore con composizioni chilometriche, perdermi in un delirio per la pittura, chiudere gli occhi e magari addormentarmi, cullato dal quasi nulla di Feldman, sorseggiando lo scorrere di tutte le cose, il perpetuo divenire, aspirando all’immobilità, contemplando i muri ed il giardino oltre le finestre. Quel che mi passa solitamente sotto gli occhi come un paesaggio indistinto, oggi si prende tutta l’attenzione. Un accendino spunta da sotto il divano, un pezzo di legno trovato su una spiaggia anni fa si prende una mensola, un cuscino scucito in un angolo riempie il pavimento. Feldman ha dedicato molte sue composizioni a persone che sono state il suo paesaggio spirituale ed esistenziale. Ha costruito una mappa di suoni affettivi.

La difficoltà della musica di Feldman è la difficoltà di stare in noi stessi, fra i nostri deserti interiori, nella sabbia di anni, nell’arsura di parole che spesso sfuggono od evaporano in un attimo, nel silenzio dell’abisso. Feldman è il retrobottega della nostra sfavillante vita sociale, del dire, del litigare, dell’amare e dell’odiare. Dietro a tutta questa agitazione sta la sua musica, la sospensione, il quasi niente, anche la noia se volete, ma sa andare ben oltre, nello spazio siderale di anni luce in cui non accade assolutamente nulla, se non il pulsare diafano di astri irraggiungibili. La nostra misteriosa coscienza e l’eternità del suono.
Il poeta di oggi? Può essere uno solo: Fernando Pessoa. Non lo vedo, ormai è buio, ma so che c’è.

 

L’ Abisso

Tra me e la mia coscienza
c’ è un abisso
nel cui fondo invisibile scorre
il rumore di un fiume lontano dai soli,
il cui suono reale è cupo e freddo –
Ah, in qualche punto del pensare della nostra anima,
freddo e scuro e incredibilmente vecchio,
in se stesso e non nella sua dichiarata apparenza.

Il mio ascoltare è diventato il mio vedere
quel sommerso fiume senza luogo.
Il suo rumore silenzioso libera sempre
il mio pensiero dal potere del mio pensiero di sognare.
Una temibile realtà appartiene
a quel fiume di mute, astratte canzoni
che parlano della non realtà
del suo andare verso nessun mare.
Ecco! Con gli occhi del mio sognato sentire
io sento il non visto fiume trasportare
verso dove non va tutte le cose
di cui è fatto il mio pensiero – il Pensiero
in Sé, e il Mondo, e Dio, che
fluttuano in quell’ impossibile fiume.

Ah, le idee di Dio, del Mondo,
di Me stesso e del Mistero,
come da uno sconosciuto bastione colpito,
scorrono con quel fiume verso quel mare
che non ha raggiunto né raggiungerà mai
e apparterrà al suo moto legato alla notte.
Oh, ancora verso quel sole su quella spiaggia
di quell’ inattingibile oceano!

Fernando Pessoa

 

 

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