Pian Piano: nel giardino del suono

Tempo stimato di lettura: 2 minuti

Benvenuti, benvenuti carissimi al rito della comunione musicale nel giardino del suono. Siamo qui a celebrare i mantelli porpora e l’oro della città eterna. Siamo a spiare oltre le benedizioni dietro porte socchiuse, vecchi bavosi e cadenti con servitù al seguito, addobbati con insoliti abiti e strane collane di parole troppo buone e atti decisamente immondi. La grande bellezza ormai marcia fino al midollo cade a pezzi. I vecchi vuoti e alteri indicano il metafisico e intanto si immergono rettili in loschi affari mondani, mentre voi ammaliati e distratti li ascoltate masticar sacro e proferir dotte sentenze. Abiti esclusivi, aerei esclusivi, elicotteri esclusivi, attici esclusivi, terrazze esclusive, festine esclusive, automobili esclusive. Del lusso, nel lusso per il lusso. Sono il demonio in vena di travestimenti, sono il demonio putrido in vena di scherzi. Accomodatevi, voi ubriachi di sillabe, Soundgarden come medicina certamente e divinamente.

Fuori dalla finestra novembre 21 gradi sorride sinistro, e alla mattina gli uccelli si svegliano con il pensiero della primavera ed i cavalli scoprono erba fresca che sa di un marzo che non c’è. I ghiacci si ritirano e gli orsi polari muoiono di fame. La compagnia petrolifera più grande al mondo sapeva da anni dell’impatto sull’ambiente delle sue attività, ma ha preferito chiudere gli occhi. La casa automobilistica tutta d’un pezzo elargiva generosa veleni assortiti e cancerogeno benzene ai nostri figli. Balbettando parole e umido il sottoscritto e le muse respirano un insolito vento caldo d’Africa. Stanche amiche sono passati i tempi per esseri umani onesti e a volte nelle mie scarpe sento un sonno che cammina. Ditemi voi che vedete oltre l’orizzonte, verso dove non andiamo?

Giorni neri di disfacimento dedicati a simboli di convenienza che non sono niente se non bastarda retorica mediatica, parole vuote di plastica sfibrata e diossine emotive, vendute per sogni in cui non crede più nessuno. Le montagne ci guardano beffarde nel nostro futile agitarci di delirio in delirio. L’uomo con i cucchiai è il solo profeta dalla lingua tagliata. Forse lui sa, lui sa proprio perchè non dice, lui sa quando danza, quando è l’aria, quando è il sudore ed è il suono di mille campane. Non la rappresentazione, non il verbo, non le tavole della legge. Siamo stati lontani troppo tempo? Guarda nel palazzo abbandonato il cranio di antilope, le costole spalancate e le rose fiorite per sbaglio.

Andate, ora andate a spargere il vostro fiato, dentro al silenzio enorme. Le lucine per acchiappa farfalle le troverete sempre accese e danzanti. Sono lì per voi e per noi. Mosche sul vetro per secoli e secoli. Portate pure un poeta, uno che mastichi terra e si lavi i denti con filo elettrico o che contemplativo fermi la tempesta. Ci vuole la penna di un samurai del Sol Levante: Shuntaro Tanikawa.

Quando gli Uccelli sparirono dal Cielo

Il giorno in cui le Bestie sparirono dalla Foresta                                                 la Foresta trattenne il respiro.                                                                                    Il giorno in cui le Bestie sparirono dalla Foresta                                               gli umani continuarono a costruire strade.

Il giorno in cui i Pesci sparirono dal Mare                                                               il Mare cupamente gemette.                                                                                         Il giorno in cui i Pesci sparirono dal Mare                                                             gli Umani continuarono a costruire porti.

Il giorno in cui i Bambini sparirono dalla Città                                                     la Città si affaccendò perfino con più operosità.                                                 Il giorno in cui i Bambini sparirono dalla Città                                                    gli Umani continuarono a costruire parchi.

Il giorno in cui l’Umanità perse se stessa                                                           tutti gli umani furono simili uno all’altro.                                                                 Il giorno in cui gli Umani smarrirono la Personalità                                         gli Umani continuarono a confidare nel futuro.

Il giorno in cui gli Uccelli sparirono dal Cielo                                                       il Cielo pianse quietamente                                                                                             Il giorno in cui gli Uccelli sparirono dal Cielo                                                        gli Umani continuarono, inconsapevoli, a cantare.

Shuntaro Tanikawa

 

 

 

 

 

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3 commenti su “Pian Piano: nel giardino del suono

  1. fanSonia il said:

    non c’è pace in questo giardino, e in questo strano autunno con gli alberi impazziti che rifioriscono e il cavallo che pascola felice nell’erbetta tenera e verde la nebbia è tutta dentro di noi. E’ una nebbia spessa, nella quale la quiescenza si mescola alla consapevole e necessaria complicità, mentre sogni appena nati si dissolvono soffocati dalla banalità e dall’incapacità di andare oltre.

    Andare oltre, ecco: con rabbia, co coraggio, come se fosse l’ultima cosa che possiamo fare. Perché è l’ultima cosa che possiamo fare.

    https://youtu.be/rXAj3Pl5iiw

  2. Enrico Marani il said:

    dar fuoco alle polveri, schiacciare la retorica dei simboli e delle metafore di benessere e felicità con un trattore. Mandare gli spin doctor a zappare o a mungere mucche, rovesciare tutti gli alberi della vita e gli altri tralicci idioti e piantare alberi veri.

    I tralicci luminosi e le fontane compiuterizzate consumano energia e sono brutti, gli alberi veri danno ossigeno per i nostri polmoni e sono belli. Basta boiate.

    • fanSonia il said:

      ecco: la realtà sostituita dai simboli, da simulacri ai quali si attribuisce un valore sproporzionato. E si guarda a quelli, come lo stolto guarda il dito che indica il cielo e non vede il cielo. E tutto ciò mi fa infuriare, mi fa diventare volutamente provocatoria e paradossale quando sento discorsi che sono solo parole messe in fila con scarso mestiere. Con tutto il tempo che c’era, mi doveva proprio toccare il periodo della decadenza.

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