Pian Piano: un doloroso viaggio nella memoria

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Oggi torniamo alla storia e alla follia dell’oblio. Il vostro vecchio compagno di avventure domenicali è andato con le muse al Museo del Deportato, ospitato nella bella cittadina di Carpi in provincia di Modena ed allestito da uno dei più grandi architetti Italiani del XX secolo, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, vittima lui stesso della deportazione, trascinato e riemerso dagli abissi della storia. Il museo segue un percorso che non è informativo, non documenta, non racconta, ma vi afferra per la gola e vi trascina fra forti e amare emozioni.
Sui muri compaiono graffiti con le struggenti frasi dei condannati a morte, ma appena entrati ci viene incontro Bertold Brecht con una delle sue fulminanti riflessoni:
” E voi, imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agiree non parlare. Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo! I popoli lo spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto:
il grembo da cui nacque é ancor fecondo.”. Se il mostro è stato il nazismo, il sinistro grembo ancor fertile dove abita ora, in questa piovosa domenica di maggio del XXI secolo?

Il cammino del terzo Reich pareva ainarrestabile, il sogno di una nazione eletta, protagonista della storia mise a ferro e fuoco l’intera Europa. Himmler e gli altri gerarchi nelle loro uniformi scintillanti sembrano invincibili e ferocemente distanti. Molti sostennero la barbarie. Hitler fu eletto dai cittadini Tedeschi e Mussolini ebbe il consenso di moltissimi Italiani. La persecuzione degli Ebrei in Germania portò alla creazione dei campi di sterminio e le famigerate leggi razziali del 1939 in Italia condannarono 14.000 Italiani alla deportazione. Non solo Ebrei, ma anche Rom, omosessuali, prigionieri politici e persone ai margini della società. Avanziamo passo dopo passo fra le teche del museo che scendono sotto il livello del pavimento e su cui ci si affaccia come per scorgere il fondo di un cupo abisso. Arriviamo ai disegni dei bambini di Terenzin e il cuore si accartoccia su se stesso, come di fronte agli abiti a strisce dei deportati che emanano emozioni indicibili, come fossero animati, come avessero la parola, come se gridassero silenziosamente.

Oggi l’Europa si sta nuovamente perdendo

Siamo onesti, almeno qui nel nostro amato piano inclinato non abbandoniamoci alla retorica dei discorsi di convenienza, delle visite presidenziali e delle vuote commemorazioni. Il ventre della bestia, come scrive Brecht, è sempre fecondo, i nazionalismi, l’odio razziale, le spinte xenofobe, la fine di Schengen sono dietro l’angolo… Vogliamo negarlo? Vogliamo volgere lo sguardo altrove? Non vogliamo vedere quel che accade in Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia? Gli smemorati amano utilizzare il termine “buonismo” per archiviare ogni presa di posizione contro i vecchi mali d’Europa tornati ora a farsi infettivi. Buonismo? E quale sarebbe l’alternativa? Camminiamo fino all’ultima sala dove campeggiano i nomi di tutti i 14.000 deportati Italiani, il “fiore all’occhiello” dei fascisti di ieri e di oggi. Donne, vecchi e bambini, oltre a uomini Italianissimi, finiti fra le fauci scellerate di Mussolini e dei suoi gerarchi, ma soprattutto dell’indifferenza, la nostra indifferenza. Molti non sono tornati dall’orrore dei campi di sterminio. Brividi. Perchè i disegni dei bambini di Terenzin? Perchè quegli ammassi di corpi nelle fosse comuni? Perché quei 14.000 nomi? Perché stiamo dimenticando?

Torniamo tutti e tre all’auto, il sottoscritto e le muse, in silenzio e con il cuore greve, le mani fredde malgrado maggio. Niente si ripete uguale, ma l’idea di Brecht di quel maligno ventre ancora fecondo ci rimbomba fra le tempie insieme agli occhi di Primo Levi, al suo sorriso gentile, al rebus che ci lascia fra le mani con le sue opere.
Arriviamo alla casa in campagna dopo un’oretta di viaggio. La porta è aperta e nel salottino seduto compostamente sul divano ci accoglie Paul Celan con una poesia carica di amore, carne, sensualità e respiro. Celan che seppe andare incontro ad Heidegger, in un confronto aspro e mai risolto da fronti diversi della storia. Da un lato il più grande filosofo del XX secolo, abbagliato da Hitler come “terza via” fra capitalismo e comunismo e dall’altro Celan condannato ai lavori forzati e con i genitori deportati ed uccisi nei campi di sterminio.

Dov’è l’Europa in questo preciso momento? Chiede il poeta. Ci guardiamo disorientati senza saper rispondere.

Corona

da “Papavero e memoria” (“Mohn und Gedachtnis”)

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
E’ tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
E’ tempo che sia tempo.

E’ tempo.

 

Paul Celan

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