Pian Piano: il graditissimo fantasma

Tempo stimato di lettura: 3 minuti

Nel salottino si respira un’atmosfera malinconica di giornate brevi e fredde, la legna è finita, le muse si sono dileguate, il té preferito non si trova, lo zucchero si è calcificato ed un velo di polvere sembra essere calato come un sipario su ogni cosa e un’odiosa umidità avvelena le ossa.
Mi alzo in piedi e basta, mi infilo guanti nuovi di gomma verde ed inizio a pulire e riordinare. Sistemo la dispensa, pulisco, disinfetto, preparo le candele per la sera e sbatto il tappeto sotto al portico. Spalanco le finestre e mi incammino verso il  sentiero nel bosco per fare un po’ di legna con il fido carretto e la gatta bianca e nera che mi segue circospetta.
Mi sorprende il crepuscolo, ma il carretto è ormai pieno. Sulla strada del ritorno, prima della grande quercia, sento una strana melodia:

Da dove viene questa musica? Qualcuno è arrivato nel nostro rifugio di campagna? Allungo il passo e trovo la gatta ad aspettarmi sul davanzale della finestra aperta. Avrà preso una scorciatoia..Mi incammino verso l’ingresso e con grandissima sorpresa trovo un pianoforte sotto al portico. Lucido e nero.
Chiamo qua e là, ma nessuno risponde. La gatta immobile mi fissa, la musica è scomparsa. Ho saltato il pranzo e devo avere un calo degli zuccheri. Forse una delle muse ha vinto un pianoforte alla lotteria e lo ha parcheggiato qui temporaneamente? Entro, chiudo le finestre e accendo il fuoco.
Mi siedo sul divano, lotteria, lotteria, ma quale lotteria. Chiudo gli occhi e in un attimo Morfeo mi porta lontano nel suo soffice regno. In sogno sento una musica, un pianoforte suonato da un uomo di spalle e un canto da una voce nota. È una canzone di Jacques Brel ma non è lui che canta. Mi sveglio di soprassalto, la gatta è accanto al camino e la canzone continua ad entrare nella stanza dal vicino portico. Resto paralizzato sulla poltrona con dei brividi freddi lungo la schiena. Chiudo gli occhi e ascolto:

Finito il pezzo mi alzo di soprassalto verso la porta finestra, scosto la tenda, il piano è sempre lì, nero come la tenebra che si è presa il bosco ed il giardino, ma deserto, senza compari pianisti o qualsivoglia cantante. Cosa sta succedendo? Chi? Accendo il portatile e vigliaccamente mi concedo a google per rinfrescare la memoria: David Bowie!
Sarà l’immaginazione, sarà il dispiacere per la partenza del tanto amato Duca Bianco, saranno le travegole di un vecchio rottame come il sottoscritto…
Mangio un buon piatto di fagioli al pomodoro, con salvia, peperoncino, pepe e curcuma, pane fatto in casa ed un buon bicchiere di vino, facciamo anche due trattandosi di un buon Bolgheri rosso. Mi sarò liberato dai fantasmi con una degna cena? Mi riaccosto al fido divano, saluto la gatta immobile con una carezza e mi concedo ad un giallo degno di questo nome. Nella lettura, che al solito mi prende al guinzaglio, precipito a piedi pari. Intorno tutto tace, la notte semina un soffice silenzio.
Lentamente un ritrmo sincopato, una specie di jazz sembra spuntare fra le pagine.
Chiudo di scatto il libro, si interrompe il canto, ma il pianoforte continua a suonare. Mi si gela il sangue e resto come paralizzato, anche la voce riprende a farsi sentire, sempre la stessa.

Devo avere il portico impestato dai fantasmi. Mi alzo nuovamente in piedi, scosto ancora una volta la tenda: due ombre, una al pianoforte e l’altra che ha ripreso a cantare nel bel mezzo del cortile. Si ferma e senza voltarsi si incammina verso il sentiero che porta al bosco e scompare, il pianista per un po’ prosegue con una bella coda strumentale. Accosto la tenda e chiudo gli occhi, cenere alla cenere ma indubbiamente vivo e vegeto.

Furtiva mano di un fantasma occulto
fra le pieghe del buio e del torpore
mi scuote, e io mi sveglio, ma nel cuore
notturno non trovo gesto o volto.

Un antico terrore, che insepolto
porto nel petto, come da un trono
scende sopra di me senza perdono,
mi fa suo servo senza cenno o insulto.

E sento la mia vita di repente
legata con un filo di Incosciente
a ignota mano diretta nell’ignoto.

Sento che niente sono, se non l’ombra
Di un volto imperscrutabile nell’ombra:
e per assenza esisto, come il vuoto.

Fernando Pessoa

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