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Pian Piano: un’oasi nel deserto.

Si sono mescolate le tessere del mosaico, il folle vento del deserto ha spazzato via il ricordo di come erano composte. La bocca piena di granelli di sabbia si fa arida di parole sensate e la tempesta sulla linea dell’orizzonte avanza. Cielo rosso.
Le strade della città vuote, soldati in assetto di guerra, la sorgente quasi secca e la sete sempre più forte.
I ragazzi morti trovano finalmente riposo sotto terra e una grande stanchezza circola nelle vene. Oggi cerchiamo un’oasi, un miraggio. La poesia di un’allucinazione che ricomponga il perfetto disegno perduto dell’antico mosaico, il suo splendore di oro e lapislazzuli. Qui nel salottino le Muse hanno invitato l’uomo giusto per farci questo dono, che ha la consistenza di sogno e acqua fresca, di datteri  e  silenzio, di sole allo zenith e algebra dimenticato: Anouar Brahem il tunisino dal magico oud.

Lontano lungo le vie dei Tuareg, fuggendo per dimenticare e galleggiare oltre l’amara inquietudine di queste ore, cerchiamo di dimenticare. Dimenticare cosa? Le grida selvagge e gli spari, i troppi cadaveri abbandonati ad ogni latitudine e longitudine e il minaccioso male, frutto di una spirale che si autoalimenta. Persi lungo la pista battuta dai Tuareg, persi fra i capannoni delle industrie produttrici di armi cerchiamo ristoro e pace nella musica eterna.

Storditi dall’orrore odierno il ricordo corre a tempi remoti, al canto dei mistici,  a Farīd al-Dīn ʿAṭṭār e al suo “Verbo degli Uccelli”, traccia di un’armonia dispersa, fotografia del mosaico integro e dell’armonia grande dei saggi. Chissà se Attar può dirci qualcosa di questo mondo disorientato….. Cos’è mai questa nostra immensa dimora? Questo mondo di gloria e d’infamia è simile ad una palma dagli infiniti colori. Se qualcuno sfregasse la sua corteccia con le mani, si scioglierebbe come cera. Ma essendo fatto realmente di cera, che altro può essere? E quegli infiniti colori in realtà sono pure apparenze! Poiché tutto è pura unità, ogni dualità è qui inconcepibile, per cui non ha senso dire io e tu. L’interminabile scala della creazione si snoda attraverso infiniti io e noi, e per questo è così facile cadere dai suoi gradini.
Così dice Attar e a noi sembrano parole di miele dal profumo dolcissimo di menta.

Mentre Anouar suona, gli occhi si chiudono nel sogno di un altrove che non sia angoscia e colpo su colpo in una perenne vendetta. L’umano assassino del fratello, ubriaco e preso da sete insana, vagheggia per sè l’intera oasi, e sparge sangue per avere sotto il proprio dominio tutte le sorgenti, dimentico che la fonte è una sola. Nella contesa scellerata il giusto non abita più nessun luogo e il male alberga ovunque.

Apro gli occhi e li trovo malinconicamente pieni di lacrime amare, il cielo ormai in preda alla tempesta di sabbia si fa sempre più rosso e carico di cupi presagi. Speriamo li spazzi via un vento buono, buono e profondo come i versi del nostro grandissimo poeta di oggi  Jalāl al-Dīn Rūmī.

Amici

Un uomo arrivò alla porta di un amico

E bussò.

Chi c’è?”

Sono io”

L’amico rispose “Vai via,

non c’è posto per mangiare a questo povero tavolo”.

Quell’uomo se ne andò vagabondo per un anno.

Nulla come una bruciante separazione

Può vincere l’ipocrisia e l’egoismo.

L’uomo ritornò provato e sfinito,

camminò incerto davanti alla casa dell’amico

e timidamente bussò.Chi è?”

Io sono te…”

Per favore, vieni dentro. Non c’è posto

per due persone in questa casa, ma tu sei parte di me”.

Jalāl al-Dīn Rūmī

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Pubblicato da Enrico Marani

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