Il pianista di piano bar

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Con tre anni bisestili, gli anni ’80 furono tra i decenni più lunghi del secolo, insieme agli anni ’20, ’40 e ’60. Eppure, nessuno parve accorgersene: c’era troppa fretta di andare avanti, anche se il “dove” diveniva via via più indistinto ed aleatorio, e rimaneva solo la fretta.

“…ah, si sposa l’Antonietta”,

disse sua madre al telefono, ed il “persino” che non aveva pronunciato era nell’aria, tacitamente allusivo.

L’Antonietta, la più sfigata del loro gruppo: piccolina, con le gambe storte, piatta come l’Autosole appena asfaltata, pochi capelli dritti e unti di uno spento castano topo, gli occhi piccoli e tondi dietro gli occhiali dalle spesse lenti che le conferivano l’espressione perennemente attonita che hanno certe piccole scimmie.

“Bene, falle gli auguri da parte mia. E non preoccuparti per me, quando non ci sarete più tu e papà mi comprerò un grosso cane”,

rispose con tono leggero.

“Sei proprio scema, Maridel”.

“Anch’io ti voglio bene, mamma. Ci vediamo presto”.

Chissà che avevano in mente i suoi quando decisero di chiamarla Maria Ideale: roba da restarne segnati per tutta la vita, soprattutto crescendo in un rione popolare della periferia milanese come Musocco, sviluppatosi attorno al Cimitero Maggiore (il cimitero dei poveretti, in contrapposizione al Monumentale che era il cimitero dei “sciuri”) dopo gli anni ‘20. Fortunatamente, le difficoltà che sua madre incontrava ogniqualvolta doveva richiamarla a squarciagola (spesso, perché tendeva alla fuga fin da piccola) la spinsero ad affibbiarle quella felice contrazione che divenne poi il suo nome

A trent’anni appena compiuti, con un ottimo impiego nella prestigiosa sede della Dischi Ricordi in via Berchet e un appartamentino in affitto in via Leopardi, dietro alla Stazione delle Ferrovie Nord di piazzale Cadorna, Maridel non aveva ancora incontrato nessuno che le facesse venire voglia di sposarsi. Del resto, vivere da single a Milano nel 1984 non era poi così male, soprattutto per le ragazze della sua generazione, che non ponevano la vita familiare tra le loro priorità.

Si esaminò nello specchio a figura intera dell’armadio in camera da letto: forse aveva esagerato un po’, considerato che si preparava ad una serata tra donne per festeggiare i trentacinque anni dell’amica Chicca, ma tra le quattro inseparabili fin dai tempi del liceo lei era la più giovane e la più carina, l’unica che non aveva un matrimonio precocemente fallito alle spalle e un figlio piccolo a casa con i nonni o con la baby sitter, ed anche la più disinvolta, in barba alla minaccia incombente del contagio  da HIV.

Era un venerdì di fine maggio, uno di quei momenti dell’anno in cui il cielo di Milano può essere bello come narrava il Manzoni:

”…quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace”,

anche senza lago e poi a Milano c’è l’Idroscalo che ha una sua particolare poesia, soprattutto in questa stagione, quando il litorale (certo che ha un litorale, l’Idroscalo) esibisce ancora sé stesso invece che orde di milanesi che non si possono permettere né il mare né il lago, e l’aria ha ancora odore di acqua e non di sudore, di Ambra Solare e di panini con la porchetta o il salame. In queste giornate, quando il sole infine tramonta distribuisce generose pennellate di oro e di rosso e i milanesi che si ricordano di guardare in alto, oltre i tetti, le antenne, le guglie, i pinnacoli e le torri che osano sfidare il cielo, ridicoli nella loro insanabile piccolezza, pensano che dai, Milano è proprio bella, e tutto può ancora accadere. Soprattutto a trent’anni e in quel decennio di insostenibile leggerezza che furono gli anni ’80, in particolare proprio a Milano.

L’appuntamento con Clara, Chicca e Roberta era per le otto e mezza in Brera, al Club 17. Il locale era un ristorante e piano bar situato al n. 17 di via Fiori Chiari, dove fino al 19 febbraio 1958, vigilia dell’entrata in vigore della Legge Merlin, operò il bordello più lussuoso tra i diversi che si trovavano nella zona: il “Fior Ciar 17”. Ad imperitura memoria dei vecchi tempi rimaneva la bella scala in stile liberty che collegava il piano bar al piano superiore: al posto delle stanze nelle quali un tempo non così lontano le signorine si appartavano con i clienti vi erano diverse piccole sale riservate al ristorante.

Maridel riuscì a parcheggiare in via Madonnina e raggiunse le amiche al Club 17 ticchettando veloce sul selciato con i tacchi troppo alti. Erano tutte in gran tiro: perché i trentacinque anni di Chicca andavano festeggiati adeguatamente, perché il profumo di primavera si insinuava nelle sinapsi prevalendo sulla puzza di gas di scarico e perché era un venerdì sera carico di aspettative scambiate per promesse.

Dopo cena scesero al piano bar ed ordinarono una bottiglia di Cartizze. Il piano acustico era collocato in fondo alla sala ed il repertorio eseguito era diverso da quelli abitualmente proposti in locali simili: pochi cantautori italiani, molti francesi, alcune divagazioni jazz.

Maridel notò che il pianista era molto alto e perciò stava leggermente chino sulla tastiera, con i capelli biondi che ricadevano a nascondergli il volto in due bande corpose e fluide. Pareva che suonasse per sé e cantava su tonalità molto basse, la voce in molti passaggi ruvida, sporcata da una malinconia amara che si disfaceva piano in una fiacchezza languida. Forse aveva solo bevuto un po’ troppo e questo bastava a spiegare la suggestione che la stava invischiando come una sottile ragnatela.

“…ma ci stai ascoltando, Maridel?”

“…no, sto aspettando che il pianista alzi la testa per vederlo in faccia”.

La musica tacque all’improvviso e l’uomo sollevò il viso, scostandosi i capelli con un gesto lento delle mani lunghe e sottili. Aveva lineamenti spigolosi ma delicati, e grandi occhi che in quel momento osservavano la sala con tranquillo disinteresse. Incrociò lo sguardo di Maridel che lo fissava con sfrontata curiosità, e mentre un angolo della bella bocca si sollevava appena – non proprio un sorriso, semmai una benevola concessione – levò nella sua direzione il bicchiere che il cameriere gli aveva appena portato, in un accenno di brindisi.

Le amiche se ne andarono poco dopo, tornando alle loro faticose vite di madri separate, ma lei decise che avrebbe aspettato la chiusura del locale. Fu veloce ad intercettarlo quando lo vide alzarsi dopo avere augurato la buonanotte ai pochi avventori rimasti e lui strinse la mano che lei gli porgeva con inaspettata energia, scrutandola con gli occhi chiarissimi ed enigmatici, imbarazzanti e severi come quelli dei gatti. Si avviarono affiancati nella notte mite e stellata ma poco dopo lui si fermò accanto ad una vecchia Dyane 6 azzurra con i cerchi verniciati di bianco e disse, con la bella voce bassa e stanca:

“…io sarei arrivato. A meno che tu non abbia in mente qualcosa”,

e di nuovo quell’accenno di sorriso che sollevava appena un angolo della bocca.

Lei, che stranamente non trovava le parole giuste e si sentiva anche la testa un po’ vuota, ma non voleva lasciarlo svanire nel buio, lo prese per mano e si incamminò verso via Madonnina. Lui sentì che la sua mano era fredda, la chiuse nella sua e la mise nella tasca della giacca,  e quel gesto inaspettatamente intimo e premuroso la turbò profondamente.

In auto scambiarono poche frasi banali e un poco impacciate e quando furono a casa della ragazza lui si soffermò ad osservare con attenzione i titoli dei numerosi volumi nella libreria in soggiorno e dei dischi impilati accanto allo stereo. Ma in realtà nessuno dei due aveva voglia di conversare di musica o di letteratura, e gli argomenti che li avvicinarono e che li condussero ad una sintonia istintiva furono di ben altra natura.

Qualche ora dopo, lei osservava il profilo armonioso dell’uomo nella penombra della stanza, rannicchiata contro il suo fianco. Di solito a quel punto si sentiva rilassata e compiaciuta, la sua vanità era soddisfatta e il suo ego pure. Non c’era bisogno che glielo dicesse sua madre, che incontri del genere difficilmente hanno un seguito e forse la loro bellezza sta proprio nella caducità, che li colloca in un limitato spazio temporale e ne trae il meglio.

Invece, quando poco dopo vide David alzarsi e rivestirsi fu presa dall’ansia e gli chiese, con improvviso disagio:

“Ti rivedrò?”

“Sai dove trovarmi”,

e di nuovo quel tentativo di sorriso che non si schiudeva, e quello sguardo sempre un po’ altrove.

Di lui sapeva solo che abitava in via Ferrante Aporti, che era nato a Londra da genitori madrileni i quali dopo aver vissuto vent’anni a Miano, dove lui aveva frequentato il Conservatorio, ora si erano trasferiti in California.

Nelle settimane successive Maridel andò ad aspettarlo al Club 17 dal giovedì alla domenica. Lui la seguiva docilmente e si tratteneva da lei fino al mattino, ma i loro incontri non si tramutavano in storia e i discorsi si mantenevano su un piano generico, senza mai colmare la distanza che normalmente c’è tra due sconosciuti, che pertanto seguitano a rimanere tali. Lei non era abituata ad essere ignorata ma non avrebbe saputo dire se la sua ostinazione fosse legata al disappunto, alla curiosità o ad altro, che non voleva prendere in considerazione.

Una sera decise di seguirlo fino a casa sua, dove lui non l’aveva mai invitata: si fece prestare l’auto con una scusa da sua madre e lo aspettò nella notte, poco distante dalla sua vecchia Dyane. Lui uscì dal Club 17 intorno alle tre e rimase per qualche istante sul marciapiede, guardando a destra e a sinistra. Fumò una sigaretta appoggiato al muro, poi salì in macchina e se ne andò. Maridel gli si piazzò dietro e quando giunsero in via Ferrante Aporti lo vide parcheggiare in fondo alla via, davanti alla lunga fila dei Magazzini Raccordati ormai in disuso.

L’edificio, in stile tardo liberty con fregi in cemento art déco, risaliva ai primi del ‘900 ed ospitava una lunga fila di spazi un tempo destinati alla distribuzione e allo stoccaggio delle merci che dovevano passare la Dogana all’interno della Stazione Centrale. Si trovava sotto la massicciata dei binari della medesima, alla quale era collegato da rotaie interne; con l’espansione progressiva del trasporto su strada quegli spazi furono affittati ad attività commerciali ed artigianali. Dagli anni ’70 in poi la maggior parte degli esercizi chiuse e l’imponente manufatto, che si estende per due chilometri e prosegue lungo la via Sammartini, fu abbandonato al degrado.

Quando sentì battere sul finestrino dell’auto, Maridel sobbalzò: David la guardava con la consueta, indecifrabile espressione felina. Scese dall’auto e gli si parò davanti ma lui la spiazzò:

“Cerchi delle risposte. Hai ragione, è il momento di dartele”.

Girò sui tacchi con un movimento elegante, lei seguì la sua figura dinoccolata e ad un tratto si chiese se quel modo di procedere sempre con le spalle un poco curve non fosse dovuto solo all’altezza.

Si fermò davanti ad un portoncino in ferro a doppio battente che una volta doveva essere bello, la parte inferiore piena e la superiore a grata con dei motivi floreali. Armeggiò con un grosso lucchetto che chiudeva una catena e poi con un altro collocato sulle ante di una porta di pesante legno, ed entrò in un ampio locale che dopo qualche istante fu parzialmente rischiarato dalla luce fredda di due potenti torce.

“Prego, accomodati. Io vivo qui”.

Maridel pensò che in virtù di qualche strano sortilegio forse non si trovava più a Milano, né nel 1984. Nella stanza aleggiava un lieve odore di chiuso. Lungo le due pareti laterali e fino all’alto soffitto correvano delle scaffalature metalliche sulle quali scorse tre grosse valigie ed alcuni borsoni; al centro una branda, il letto accuratamente rifatto e apparentemente pulito, due sedie di plastica. Sul fondo, attraverso una porticina aperta intravide un piccolo bagno. Guardò David e nei suoi larghi occhi chiari lesse la sconfitta e l’umiliazione. Non sapeva cosa dire, gli si avvicinò e gli pose la mano sul braccio, ma fu come cercare di afferrare una nuvola.

Lo ascoltò narrare che cinque anni prima era il promettente pianista ventiseienne di un quartetto jazz che riscuoteva un discreto successo: non si arricchiva, ma ci campava decorosamente. Poi si innamorò di una ricca ragazza che rimase quasi subito incinta: si sposarono, ma la sua professione di musicista non era gradita alla moglie, che lo convinse ad accettare l’offerta del suocero, proprietario di una grossa cartotecnica.

“Lasciai il gruppo jazz ed incominciai a lavorare in ufficio, ma la mia inadeguatezza era evidente ed imbarazzante: io conoscevo la musica, non capivo nulla di marketing né di amministrazione. Dopo tre anni infelici e litigiosi, me ne andai. Mia moglie non mi perdonò quello che considerava un suo personale fallimento e chiese la separazione per abbandono del tetto coniugale. In breve mi sono ritrovato senza un soldo, ormai tagliato fuori dal giro dei musicisti e privato del diritto di vedere mio figlio”.

Alla fine dell’inverno aveva dovuto lasciare il monolocale ammobiliato dove viveva, perché con gli ingaggi saltuari nei locali non ce la faceva a pagare l’affitto, e si era trasferito ai Magazzini con l’aiuto e la complicità di un amico, che gestiva uno dei pochi esercizi ancora attivi in quel luogo, un laboratorio di falegnameria. La bella voce pastosa fluttuava nella tristezza di quella stanza vuota con pacata indifferenza, come se avesse preso le distanze da quella disfatta.

“…io posso provare ad aiutarti ad avere un’audizione, lavoro in Ricordi, conosco un sacco di gente…”

Lui la fermò con un gesto deciso delle mani e le piantò in faccia uno sguardo risoluto:

“Per favore. Ne devo uscire a modo mio. Ora che conosci la mia storia, è meglio se te ne torni a casa”.

La sera successiva Maridel scoprì che il contratto di David al Club 17 era terminato e nessuno sapeva se suonasse in  qualche altro locale. Andò a cercarlo ai Magazzini ma non lo vide rientrare per diverse sere né vide la Dyane in sosta; individuò l’amico falegname e gli domandò se lo avesse visto, ma quello negò addirittura che ci fosse qualcuno che occupava quel locale. Tuttavia, un sabato pomeriggio dovette avere compassione di quella bella ragazza appostata da giorni in via Ferrante Aporti, e allora l’avvicinò e le disse:

“Senta, non perda altro tempo. Se ne è andato chissà dove, non credo che tornerà più”.

Alla fine si rassegnò, ma faticò a rientrare nel ruolo spensierato che aveva interpretato fino a poche settimane prima: per qualche ragione, non era più tempo.

Era rattristata dal rimpianto di non essere riuscita ad avvicinarsi a quell’uomo, per il quale continuava a non capire cosa provasse, e la feriva l’indifferente evanescenza con la quale lui l’aveva tenuta a distanza.

Incominciò a non sopportare più la vacuità di troppe persone e di tante situazioni e sparì da molti giri. Le amiche se ne stupirono, sua madre se ne rallegrò ma si preoccupò per la malinconia che leggeva nei suoi occhi. La città continuò a correre frenetica, incurante dei vinti e di coloro che rimanevano indietro, e a un’estate torrida e sfiancante seguì un autunno uggioso e freddo che sapeva già di inverno.

Era una sera di novembre e uscita dall’ufficio Maridel fece fatica a trovare la strada di casa per via di un nebbione spesso e viscido che confondeva le idee. Dopo un tempo che le sembrò lunghissimo arrivò, raccolse in fretta la posta dalla casella nell’atrio ed infine si richiuse la porta alle spalle con un sospiro di sollievo. Fu subito incuriosita dalla busta  con il suo indirizzo vergato a mano in caratteri maiuscoli e la lacerò con impazienza: al suo interno trovò la locandina a colori di un locale parigino, ”Le Caveau de la Huchette”, che annunciava il concerto di un quartetto jazz, tre serate nel mese di dicembre. C’era anche la foto del quartetto, e il pianista dai lunghi capelli biondi aveva un sorriso che accendeva gli occhi chiarissimi. Si accorse che c’era anche un biglietto:

“Forse ti interesserà conoscere il seguito della mia storia. Se decidessi di raggiungermi a Parigi, potrò ospitarti nel mio appartamento nel Quartiere Latino, al n. 3 di Rue Cuvier. Sappi che rivederti mi farebbe un immenso piacere (David Delaney).

Un leggero stordimento, che passò in un lampo e lasciò il posto ad un pensiero:

“…il seguito della sua storia. Che forse, chissà, potrebbe diventare la nostra”.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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