Il prestinaio di via Dolci

Tempo stimato di lettura: 8 minuti

Il miracolo economico iniziato in tutti i Paesi industrializzati negli anni successivi al secondo dopoguerra negli anni ’60 elevò il PIL a livelli mirabolanti, ma all’inizio del decennio successivo perse progressivamente il suo potere propulsore a causa di una serie di ragioni complesse e differenti da Paese a Paese. Tuttavia, ciò che fece percepire con immediata chiarezza al cittadino medio italiano che il relativo benessere a cui si era abituato non era al riparo da rovesci drammatici fu la crisi energetica del 1973, conseguente alla decisione dei Paesi dell’OPEC di sospendere le forniture petrolifere ai Paesi Occidentali per ritorsione, dopo l’appoggio di questi ultimi ad Israele che aveva combattuto e vinto contro Egitto e Siria nello Yom Kippur.

Piercarlo Brusadelli non ne poteva più di sentire la gente in negozio che discorreva di austerity, inflazione ed ecologia (termini recentemente entrati nel linguaggio quotidiano) ripetendo a pappagallo ciò che leggeva sui giornali o sentiva in televisione, oppure tirando fuori le teorie più strampalate. Ne sentiva parlare dal Natale dell’anno precedente, ed era anche stufo di domeniche senza poter usare la 500, con le vie del centro di Milano invase dalle biciclette e da qualche originale a cavallo (divertente le prime due o tre volte, poi però basta): fortunatamente, all’inizio dell’estate anche il  provvedimento della circolazione a targhe alterne era stato soppresso. Ora si poteva riprendere tranquillamente a parlare di DC, di gente che finalmente poteva divorziare anche in Italia grazie al referendum di maggio, e di mondiali di calcio.

Piercarlo era il figlio secondogenito del prestinaio di via Dolci, in zona San Siro: si chiamava così il panettiere a Milano, tanto che le insegne di alcune vecchie botteghe per amor di precisione recitavano “Prestineria – Panetteria”, come certi cartelli dei paesi bilingue in Alto Adige. Il primogenito, più vecchio di lui di cinque anni, se l’era svignata in Svizzera con la sua laurea in ingegneria poco prima che il papà morisse stroncato da un infarto, tragedia che aveva avuto l’effetto immediato di arrestare il percorso scolastico (e non solo) di Piercarlo. Si era appena diplomato in ragioneria quando aveva dovuto rimboccarsi letteralmente le maniche e aiutare la mamma a impastare michette e biove: sveglia all’alba tutte le mattine e quando la sera alle 19,30 tirava giù la clèr (la saracinesca della prestineria, per intenderci) l’aspettativa più ambiziosa era quella del divano

Le sue relazioni sociali ne avevano fortemente risentito, fino a ridursi al minimo, ma sarebbe stato disonesto attribuire solamente a questo stile di vita imposto dalle circostanze la solitudine desolante dei suoi ventisette anni. A differenza del fratello, che dal padre aveva ereditato un’intelligenza vivace e un carattere spigliato e brillante, oltre che un aspetto piacente ed energico, Piercarlo era schivo e posato come la madre, alla quale lo accomunava anche il colorito pallido, la fisionomia gracile e un viso non brutto ma privo di personalità e mortificato da un’espressione perennemente scontenta.

E in effetti proprio contento non  era: non aveva mai amato il mestiere dei genitori, che pure aveva consentito a suo fratello di laurearsi e a lui di diplomarsi, e si sarebbe iscritto anche lui all’Università se la morte inaspettata del padre non lo avesse costretto a subentrare nell’attività di famiglia: perché sua madre ne sarebbe morta, se non lo avesse fatto. Così però moriva lui, lentamente e consapevolmente.

Nelle domeniche invernali capitava che si impigrisse senza patirne troppo davanti alla televisione, ma in primavera diveniva irrequieto e malinconico. Questo stato d’animo ribolliva e fermentava con il passare delle settimane, e all’inizio dell’estate esplodeva in uno struggimento rabbioso che nelle notti più calde lo faceva rigirare nel letto, in preda a fantasticherie alimentate dalla nostalgia per ciò che non aveva mai conosciuto.

Quanto gli sarebbe piaciuto avere una ragazza con la quale parlottare per dei quarti d’ora al telefono la sera, nella penombra della sua camera, una ragazza da portare al cinema o a ballare al sabato sera, da prendere per mano passeggiando in campagna, in riva al lago Maggiore o in via Montenapoleone le domeniche pomeriggio: invece era troppo timido, troppo consapevole della sua pochezza, ed infine troppo stanco, di una stanchezza greve e rassegnata.

Ogni tanto andava a ballare con un paio di ex compagni di scuola sfigati come lui, e vedeva gli altri che si divertivano, che amoreggiavano, qualche volta si innamoravano persino, almeno finché durava, in una parola vivevano, mentre lui li osservava vivere, in una sorta di imbarazzato voyeurismo che lo faceva sentire sempre più frustrato. Il fatto è che non reggeva il teatrino trito di uscire dall’ombra per avvicinarsi ad una ragazza ed invitarla a ballare, e gli bastava un “no, grazie” accompagnato da un’occhiata di freddo disinteresse che diceva molto di più e di peggio di quel “no, grazie” per ritrarsi umiliato nell’oscurità a masticare amaro per il resto della serata.

Certo, c’era Rina, la figlia della vicina di casa con la quale usciva ogni tanto più che altro per far contenta sua madre che ci teneva tanto: era chiaro che aveva della simpatia per lui, ma con quel corpo lungo e ossuto, con meno curve di un rettilineo, gli occhietti scuri e tondi da topo nel faccino appuntito dominato da un naso troppo grande, era davvero al di là di ogni tentazione, e quando al cinema lei avvicinava con noncuranza la gamba alla sua e ve la appoggiava mollemente, sentendo il calore di quel contatto lui subito si figurava il suo corpo nudo sotto il suo e d’istinto si ritraeva.

Preferiva continuare a rodersi e vagheggiare di ben altre occasioni.

Quella domenica di luglio faceva davvero troppo caldo per passare la giornata in casa, così intorno alle nove si preparò un panino, prese della frutta e il flacone della lozione spray Ambra Solare ed annunciò a sua madre che avrebbe passato la giornata all’Idroscalo.

“Bravo, così stai all’aria  aperta e prendi un po’ di colore…aspetta, avviso la Rina che proprio ieri mi diceva che aveva intenzione di andare all’Idroscalo, così vi fate compagnia!”,

e la donna sfrecciò via prima che lui potesse dire alcunché.

Rina arrivò poco dopo, neanche fosse stata dietro la porta ad aspettare, con un corto vestitino giallo a pois bianchi che rivelava le gambe magre e pallide, le infradito di gomma gialle e una grossa sporta di paglia, il viso cavallino illuminato da un sorriso raggiante.

“Grazie dell’invito, ero già pronta per prendere l’autobus ma non avevo tanta voglia di andare da sola, sai com’è…”

No, non sapeva com’è. Piercarlo biascicò un saluto scontroso e quando salirono sulla 500 accese subito la radio, per non dover sostenere una conversazione che non gli interessava e per stabilire una distanza che scoraggiasse qualsiasi familiarità.

Si diresse verso l’aeroporto Forlanini attraversando una città tranquilla e già intorpidita dalla calura estiva, prese la Paullese per Segrate ed in breve giunsero a destinazione. Piercarlo amava l’Idroscalo, gli ricordava uno dei periodi più felici della sua vita, quando suo padre la domenica pomeriggio vi portava lui e suo fratello ancora bambini e si improvvisava istruttore di nuoto.

Inaugurato nel 1930 per l’atterraggio degli idrovolanti, l’ampio bacino nei dintorni dell’aeroporto di Linate è alimentato da acque sorgive e dalle acque del Naviglio Martesana. L’attività aviatoria iniziale fu presto abbandonata e dalla fine degli anni ’30 l’Idroscalo divenne la “riviera dei milanesi” ed ospitò manifestazioni sportive di rilevanza nazionale ed europea. Negli anni ’60 importanti opere di rimboschimento attorno allo specchio d’acqua diedero vita al Parco e l’offerta di attività sportive e ricreative dell’Idroscalo aumentò ulteriormente nei decenni successivi. Il mare di Milano, che in realtà si trova sul territorio di Segrate, ma i milanesi lo hanno sempre considerato roba loro, fu sempre ben lungi dall’essere un triste ripiego di chi non poteva permettersi le vacanze o il week end in luoghi più lontani ed esotici. Il panorama così differente da quello cittadino e l’atteggiamento dei frequentatori di quelle spiagge riuscivano a creare un’atmosfera rilassata e vacanziera, Milano pareva così lontana, e a fine giornata il tramonto che incendiava le acque del lago aveva una sua peculiare ed innegabile poesia.

Piercarlo lasciò l’auto nel parcheggio sulla sponda Est e scesero sulla spiaggia in grossa rena proprio sotto al dancing Punta dell’Est, affollata meta serale di molti milanesi nel periodo estivo. Rina non aveva parlato molto durante il tragitto in auto e si era limitata a lanciargli occhiate in tralice conservando un’espressione radiosa della quale il ragazzo non si capacitava: possibile che non fosse minimamente turbata dal suo fare scostante ed infastidito?

Si fecero strada tra la moltitudine di persone che occupava il primo tratto di spiaggia in quella giornata caldissima e quando trovarono un punto in cui la densità della popolazione era accettabile si sistemarono.

Sotto il vestitino a pois Rina indossava un castigato costume olimpionico blu e mentre si raccoglieva i capelli castani in una coda di cavallo Piercarlo si sottrasse alla prevedibile richiesta di stesura della crema solare sulla schiena tuffandosi immediatamente nel lago, con la certezza che senza Ambra Solare si sarebbe scottato, ma pazienza. Dopo un poco, mentre se ne stava a mollo godendosi il refrigerio dell’acqua la osservò mentre si contorceva nel tentativo di spalmarsi da sola la crema sulla schiena. Tornò a riva solo quando la vide seduta che sfogliava una rivista, sentendosi vagamente in colpa.

Trascorsero qualche ora leggendo, prendendo il sole e scambiando qualche parola, e Piercarlo prese a considerare con maggiore indulgenza quella ragazza poco attraente ma tanto gentile e tutt’altro che stupida, che di tanto in tanto lo guardava con espressione adorante. Pensò che gli sarebbe bastato fare un cenno, ma ciò che provava per lei non andava al di là della stima e di una blanda simpatia: un po’ poco, anche per uno come lui che pensava di non avere molte possibilità.

Il chiassoso gruppetto di ragazze arrivò mentre stavano mangiando i panini seduti sull’asciugamano e si accomodò a poca distanza da loro: erano cinque, tutte molto giovani e parecchio carine. Piercarlo fu subito distratto dal chiacchiericcio sovente intercalato da risate ma anche (soprattutto) dalla generosa esibizione della loro pelle già dorata dal sole, perché le ragazze indossavano tutte dei minuscoli bikini che risparmiavano qualsiasi sforzo di immaginazione.

La sua attenzione si concentrò in particolare su una biondina con i capelli raccolti in una lunga treccia: non molto alta, con una figura snella ma morbida e un seno malamente e miracolosamente contenuto in pochi centimetri di stoffa rosa. Aveva un grazioso naso all’insù e quando si tolse gli occhiali da sole per pulirli scorse gli occhi blu scuro che guardavano dritto nella sua direzione, e si voltò di scatto, sentendosi colto in fallo.

Andarono avanti per un poco a scambiarsi occhiate sempre più esplicite, e le amiche della ragazza se ne accorsero e mormorarono qualcosa ridendo con aria complice. Anche Rina si accorse di questo gioco di sguardi, ed entrò in una muta, sofferente agitazione.

Quando la biondina si alzò, togliendosi la sabbia dalle gambe con lunghe carezze studiate, Piercarlo la seguì, con la bocca completamente secca e dimentico di tutto, in particolar modo di Rina. Fece qualche bracciata energica allontanandosi dalla riva, anche per dominare la dolorosa eccitazione che lo aveva colto, e quando si fermò la vide nuotare nella sua direzione. Si presentarono cercando nel contempo di restare a galla e Anna gli posò subito le piccole mani sulle spalle:

“…sono già stanca, posso appoggiarmi?”

e lui vide che aveva il viso spruzzato di lentiggini, sentì le sue gambe che lo sfioravano lievi e pensò che aveva sognato da tanto un momento del genere. Dissero cose di nessuna importanza, ma lui era concentrato sulla sua pelle e sulla peluria bionda degli avambracci e quando lei disse:

“sei qui con la tua ragazza?”,

rispose senza esitazione:

“…chi, quella? Ma no, è mia cugina”.

E sarà stato tutto quel sole che intanto gli aveva bruciato la schiena e le spalle, o il rassicurante abbraccio dell’acqua fresca e l’improvvisa intimità con la pelle dolcissima di una sconosciuta, ma sta di fatto che Piercarlo si  fece ad un tratto audace ed invitò Anna a cena per quella sera stessa. Ed incredibilmente, lei accettò. Concordarono che sarebbe andato a prenderla a casa  alle sette e mezza, dopo avere riaccompagnato a casa “sua cugina”.

Sulla strada del ritorno, Rina aveva un magone incipiente che non si sforzò nemmeno di nascondere, e Piercarlo si sentì in dovere di dirle qualcosa per consolarla e per giustificarsi:

“…ascolta, Rina, tu per me sei una cara amica, ma capisci…”

Rina capì e scoppiò a piangere, e lui capì che avrebbe fatto meglio a stare zitto.

Giunto a casa, si lavò e si cambiò in fretta e furia ed uscì nuovamente diretto verso via Mac Mahon, dove abitava Anna. Lei si presentò con un corto abito bianco e i sandali dorati, e quando entrarono in pizzeria tutti si girarono a guardarla e lui non sapeva se esserne lusingato o disturbato.

La ragazza mangiò con appetito vorace e gli raccontò che la sua famiglia viveva in provincia di Piacenza e che lei era arrivata da poco a Milano. Gli fece un sacco di domande sul mestiere di panificatore e su quanto poteva rendere una panetteria avviata, e a lui non pareva vero che a una ragazza potesse interessare il suo mestiere, e fu felice quando uscirono e lei infilò il braccio sotto il suo e gli si strinse addosso.

Quando tornarono in via Mac Mahon lei lo abbracciò e si baciarono a lungo, ed infine lo invitò a salire. Il ragazzo era confuso ed emozionato e pensava alle fantasticherie delle sue notti insonni che stavano per avverarsi.

Lo stabile era vecchio e senza ascensore e per le scale c’era un penetrante odore di muffa; l’appartamento era angusto e troppo caldo, con le tapparelle abbassate e le finestre chiuse, e l’arredamento era essenziale e dozzinale, tipico degli ammobiliati.

Anna lo prese per mano e lo guidò in camera da letto, lo scostò da sé, gli si pose di fronte ed incomincio a sfilarsi lentamente il vestito:

“…fanno trentamila, anticipati, sai com’è”.

No, nemmeno questo sapeva com’era.

Mentre assisteva allo sconquasso del suo sogno che crollava, appesantito da un’ineludibile realtà, pagò e sopportò l’umiliazione della distaccata solerzia professionale di lei, ed infine fu di nuovo solo nella notte estiva, con il cielo squarciato da lampi che preannunciavano un temporale.

Camminò a lungo ed aspettò la pioggia, si lasciò inzuppare e mondare, e quando chiuse gli occhi rivide le lacrime di Rina ed il suo corpo scarno, e si ritrovò a rimpiangere la tenerezza del suo sguardo vanamente innamorato.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

Latest posts by Sonia Fantozzi (see all)

Precedente L'armata inglese alla conquista del mondo Successivo Il momento giusto

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.