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Prima di andare via

 

La mia vita, la mia vita, ora ne parlo come d’una cosa finita, ora come d’una burla che dura ancora, e ho torto, perché è finita e perdura insieme, ma con quale tempo del verbo esprimerlo? (Samuel Beckett, “Molloy”)

Come tutti gli anni, tra Natale e l’Epifania il centro di Milano veniva  temporaneamente abbandonato da gran parte dei residenti abituali e Brera non faceva eccezione, nemmeno in un anno di diffusa difficoltà economica. D’altronde è sui ceti medi e bassi, che difficilmente abitano a Brera, che si ripercuotono gli effetti di una crisi, in anticipo ed in modo più marcato e duraturo. Erano le nove del mattino del 27 dicembre 2010 e durante la notte la temperatura doveva essere scesa ben al di sotto dello zero, a giudicare dalla brina che riluceva sui rami spogli degli alberi donando a tutta la via un aspetto fiabesco. Mariella Brivio osservava pigramente la strada quieta e deserta dalla finestra del soggiorno che si affacciava su via dei Cavalieri del Santo Sepolcro e rifletteva che tutto considerato non era stata un’idea così brillante passare il giorno di Natale a casa da sola rifiutando gli inviti di parenti ed amici, dato che non le era ancora passato il magone.

Aveva apparecchiato accuratamente (lo faceva sempre, per la verità, perché odiava la sciatteria), aveva indossato un maglione nuovo sopra una gonna elegante, si era seduta a tavola ed era scoppiata a piangere sul piatto di ravioli in brodo che erano poi finiti in pattumiera (e l’altra cosa che detestava era sprecare il cibo). Non era così che aveva immaginato i suoi giorni alla conclusione della vita lavorativa: aveva sempre pensato che sarebbe invecchiata accanto a suo marito, come i suoi genitori che si erano amorevolmente e vicendevolmente sostenuti fino a un paio d’anni prima, quando papà era morto a 92 anni dopo una breve malattia.

Invece aveva appena 47 anni quando aveva scoperto il tradimento di suo marito, che intratteneva una relazione con la sua giovane segretaria da diversi mesi. In realtà non lo aveva proprio scoperto, le era stato scaraventato addosso con sorprendente e livida premura dalla precedente (e silurata) collaboratrice, tanto che le era sorto il dubbio che la sua sostituzione non fosse stata solo professionale. Non avevano figli ma il prestigioso appartamento in cui abitavano in via Manzoni era intestato a lei (suo marito aveva deciso così per ragioni meramente fiscali) e così con il divorzio era stato il fedifrago a dover fare i bagagli; Mariella era l’assistente del presidente di un’importante casa farmaceutica e l’impegno quotidiano al quale era chiamata l’aveva aiutata a reagire allo sconforto. Negli anni successivi le era capitato di imbastire delle storie che tuttavia non sfociarono mai in una relazione duratura. Del resto, avendo perso la capacità di fidarsi di un uomo e di abbandonarsi ai sentimenti aveva elaborato una sorta di avarizia sentimentale che la faceva sempre rimanere con un piede di fuori.

Quando andò in pensione dopo quaranta anni di lavoro (gli ultimi venti dei quali trascorsi nella medesima azienda)  aveva appena 59 anni ed era ancora una donna energica e capace, ma aveva sentito il bisogno di dedicarsi alla madre che dopo la morte del marito si stava lentamente ma evidentemente spegnendo; aveva quindi venduto l’appartamento di via Manzoni ed era tornata nella casa dove era cresciuta, in quella via un po’ appartata e piena di verde che unisce piazza Papa Paolo VI a via Solferino, nel cuore più intimo di Brera. La primavera precedente aveva portato sua madre in giro per Milano, la città dove era nata e che tanto amava ed avevano trascorso delle belle giornate ricche di chiacchiere e di confidenze, finché una mattina di giugno l’anziana donna non si era più svegliata. Mentre il cinguettio degli uccellini che popolavano le chiome degli alberi entrava prepotente dalle finestre aperte insieme ad una brezza tiepida che annunciava l’estate, Mariella aveva pensato che da quel momento in poi sarebbe stata davvero sola.

Per alcune settimane si era tenuta occupata con qualche modesto lavoro di ammodernamento del vecchio appartamento, poi aveva eliminato i mobili più malandati e quelli che non le erano mai piaciuti e li aveva sostituiti con i suoi che aveva conservato in un magazzino. In autunno aveva riallacciato i rapporti che negli ultimi tempi aveva un po’ trascurato con pochi amici di vecchia data e con qualche ex collega ed aveva ripreso ad andare a teatro e al cinema. Una cosa che aveva imparato in fretta ad apprezzare della sua condizione di pensionata ma anche della mancanza di qualsiasi legame familiare era la libertà assoluta di disporre del proprio tempo. Si curava poco dell’orologio, si alzava quando era stufa di stare a letto (anche se l’abitudine di una vita a levarsi intorno alle sette persisteva, ma non essendo più un  obbligo poteva essere una scelta), apriva le persiane, scrutava il cielo e mentre faceva colazione con calma decideva il programma della giornata.

Ma nonostante tutto ciò, il suo primo Natale in solitudine si era rivelato una prova molto dura

Il cielo era terso e azzurro come può essere solo in inverno a Milano e così decise di coprirsi bene e di fare una passeggiata: rispetto ad altre zone del centro cittadino, durante il giorno Brera aveva abitualmente un suo ritmo rallentato e morbido che abbandonava solo verso l’ora dell’aperitivo, quando si rianimava e si preparava a vivere la notte. In quelle giornate di vacanza l’atmosfera era ancor più sospesa e pareva di aggirarsi sul set di un film dove tutto era pronto per girare una scena decisiva, ma  si era in attesa della troupe.

Percorse un breve tratto di via dei Cavalieri del Santo Sepolcro ed entrò nel più grande dei due Chiostri benedettini della Basilica di San Simpliciano, sede della Facoltà di Teologia: la perfetta armonia di quel luogo silenzioso, con il grande giardino racchiuso dal portico circolare sorretto dalle eleganti colonne binate che poggiano su un basamento ininterrotto in pietra, le aveva sempre comunicato un senso di pace e non era per la sacralità del luogo, alla quale non aveva mai dato molto peso: semplicemente, era di una bellezza assoluta e da quella visione traeva conforto. Anche la facoltà di Teologia era chiusa per le vacanze natalizie e in quella fredda mattina che i raggi del sole illuminavano senza riscaldare il Chiostro era deserto. Fu forse per questo che fu colpita dalla presenza di una donna infagottata in un brutto cappotto troppo grande, che sedeva sullo zoccolo di pietra con la schiena appoggiata ad una colonna. Teneva tra i piedi un malconcio borsone e camminando nella sua direzione Mariella si accorse che aveva corti capelli grigi che sbucavano da un berretto di lana, il viso strapazzato di chi passa molto tempo all’aria aperta e mani grinzose dalle unghie non proprio pulite: tutto nel suo aspetto faceva pensare ad una vagabonda. Passandole accanto, Mariella mormorò un saluto al quale la donna rispose in ritardo perché dapprima la fissò stupita, come se non fosse abituata alla cortesia del prossimo. Ne fu turbata e tornò a casa poco dopo più immalinconita di prima.

Nei giorni successivi vide spesso la donna in giro per il quartiere: sempre avvolta nel medesimo brutto cappotto che svolazzava attorno alla sua persona macilenta e stringendo tra le braccia la borsa da viaggio che aveva i manici rotti camminava adagio ma con determinazione, come se avesse una destinazione da raggiungere. Quando si incrociavano aveva l’impressione che la guardasse sperando in un saluto che non osava formulare per prima, cosicché Mariella accompagnava il “buongiorno” che le pareva del tutto fuori luogo (“come può essere un buon giorno quello di chi non ha un tetto sopra la testa?”) con un sorriso.

Provava una profonda compassione per quella donna ma era anche curiosa di conoscere la sua storia  e la mattina di Capodanno, trovandola di nuovo seduta sotto il portico del Chiostro grande di San Simpliciano le si avvicinò con il preciso intento di stabilire un contatto. La salutò come al solito e quando la donna fece per rispondere fu scossa da un violento attacco di tosse. Mariella aspettò che le passasse e poi mormorò

“…non voglio offenderla, ma venga con me a bere qualcosa di caldo. La prego”.

Mariella Brivio era sempre stata animata da un innato senso di giustizia che le suggeriva una sincera compassione per coloro che restano indietro, e considerandosi una privilegiata sentiva fosse suo dovere aiutare chi era in difficoltà: così, il primo gennaio del 2011  pranzò a casa sua in compagnia di una sconosciuta vagabonda.

La donna che si presentò come Matilde Bonfanti si sedette a tavola compostamente, rivelando una familiarità antica con le buone maniere, in contrasto con gli abiti frusti che indossava. Alla fine del pranzo Mariella le fece una domanda molto diretta, in realtà l’unica che avesse senso fare:

“Matilde, che cosa le è successo?”

Matilde socchiuse gli occhi bui cercando una risposta accettabile.

“…ci vuole meno di quel che si pensi perché la vita di una persona possa essere stravolta, sa? Ad un certo punto il vento cambia, i tuoi giorni ti sfuggono di mano, gli amici ti voltano le spalle e alla fine ti lasci portare via da quel vento. Mio marito aveva una piccola tipografia, è fallito due anni fa ed è morto per il dispiacere e per la vergogna. Ho perso i nostri pochi risparmi per pagare i debiti e poi  la casa e quando nella panetteria dove lavoravo se ne sono accorti mi hanno licenziata. Questione di decoro, hanno detto: vede, è una bella panetteria in fondo a via Solferino. Io e mio marito eravamo figli unici e abitavamo in via Palermo, proprio di fianco all’ex sferisterio di pelota basca; a sessantacinque anni suonati eravamo soli, noi due soli. Ho incominciato  a vivere per strada, ho imparato che ci si può adeguare a tutto”.

“…ma i servizi sociali, la Caritas, i City Angels…”

“…non ha idea di quanti disperati vaghino per la città, in questi ultimi tempi. Anche i volontari fanno quello che possono; io sono fortunata perché Don Franco mi lascia dormire in una piccola stanza dietro la canonica, in San Simpliciano, ma devo andarmene prima dell’inizio della prima messa del mattino…”

Non c’era traccia di amarezza o di rabbia nella sua voce, si percepiva piuttosto la pacata rassegnazione di chi ha rinunciato a qualsiasi futuro e si limita a sopravvivere giorno per giorno. Mariella non sapeva cosa dire, ma ora che conosceva la storia di Matilde non poteva girarsi dall’altra parte: avrebbe trovato il modo di tirarla fuori da quella miseria, con un po’ di tempo e con la dovuta discrezione. Intanto, dopo molte insistenze, riuscì a farle accettare un bagno caldo, degli abiti puliti e un lungo piumino che l’avrebbe certo riscaldata meglio di quel logoro cappotto troppo largo. Matilde se ne andò nel tardo pomeriggio pulita e rivestita e con una scatola di aspirina in tasca, ma l’espressione grata con la quale si congedò lasciò una specie di scia polverosa dalla quale traspariva l’intimo convincimento che fosse troppo tardi per qualsiasi cosa. Quella notte Mariella rimase sveglia a lungo pensando alla storia di Matilde e al modo di aiutarla a trovare un’occupazione – le pareva che fosse l’unico sistema accettabile per risolvere la sua situazione – ma non riusciva a scacciare la sensazione di inquietudine che l’aveva colta quando la donna se ne era andata.

Il giorno dopo pioveva e benché Mariella avesse girato per le vie di Brera in lungo e in largo non aveva trovato Matilde e così fu anche nei giorni successivi, durante i quali nel quartiere vi fu un certo torbido fermento perché proprio davanti all’ingresso della facoltà di Teologia, all’alba del 2 gennaio un operaio della nettezza urbana si imbatté nel cadavere di un ragazzotto (che risultò poi essere un delinquente con qualche precedente per furto e per violenza domestica) apparentemente morto per cause naturali. Il malore doveva essere stato improvviso e doloroso, perché il volto del giovane si era immobilizzato in una smorfia che pareva di puro terrore.

Ai cronisti di nera non sfuggì – e ne parlarono diffusamente – che nel mese di luglio era accaduto un identico fatto e nello stesso luogo: anche in quella circostanza si trattava di un giovane malavitoso di piccolo calibro e nulla aveva fatto pensare ad un possibile omicidio, tuttavia il medico legale aveva rilevato un insolito ghigno distorto di sgomento assoluto.

Dopo l’Epifania i milanesi tornarono a popolare le vie del centro cittadino, frettolosi e indaffarati come sempre; alla Facoltà di Teologia ripresero le lezioni ed anche il Chiostro grande si ripopolò.

Matilde invece sembrava svanita nel nulla e Mariella incominciò a chiedersi se il suo interessamento non fosse stato inopportuno al punto da spingere la donna a cambiare zona; dopo qualche titubanza decise che sarebbe andata a cercare Don Franco alla Basilica di San Simpliciano per chiedergli se l’avesse vista. La mattina dopo si alzò presto perché voleva intercettarlo subito dopo la prima funzione che si svolgeva alle sette e mezza. Arrivò che qualche donnetta stava già uscendo dalla chiesa e si precipitò all’interno, dove l’officiante si stava  togliendo i paramenti. Quando raggiunse l’altare riconobbe il sacerdote che aveva celebrato il funerale di sua madre e si rammentò che si chiamava Don Franco.

“Scusi, Don Franco…ho bisogno di parlarle”.

Il prete la guardò e colse nel suo sguardo e nella sua postura l’urgenza e l’agitazione. La condusse in canonica, la ascoltò e poi tacque a lungo, il volto severo chiuso in un’espressione indecifrabile,  poi raccontò a Mariella la parte della storia di Matilde Bonfanti che lei non conosceva.

“Aiutavo quella poveretta come potevo, offrendole un pasto caldo e un ricovero per la notte; durante il giorno vagava per il quartiere, quando era stanca si riposava in chiesa o nel Chiostro grande. Una sera dello scorso maggio fu aggredita proprio dietro la canonica, un ragazzo chiamò la polizia dicendo che due uomini stavano prendendo a bastonate una vagabonda: quando l’autopattuglia arrivò Matilde era in fin di vita, morì due giorni dopo in ospedale. Il ragazzo non avrebbe saputo riconoscere gli aggressori: era certo che fossero due uomini poiché ne aveva sentito le voci, disse che da come si muovevano parevano giovani. Fu un omicidio brutale e senza senso, e come tanti irrisolto. Un mese dopo, nello stesso luogo dove era stata uccisa Matilde, fu trovato il cadavere di un giovane già noto alle forze dell’ordine – è un fatto di cronaca che certamente ricorderà – e nei giorni scorsi ne è stato trovato un altro. Io credo che il loro cuore abbia smesso di battere per cause tutt’altro che naturali, come dimostra l’identica e finale espressione atterrita che si è impressa sui loro volti”.

Mariella si sentiva come può capitare certe mattine, quando si fatica ad uscire da un sogno – o  da un incubo – e a rientrare nella realtà.

“…aspetti, Don Franco, cosa mi sta dicendo? Il giorno di Capodanno Matilde ha pranzato con me a casa mia, le ho anche dato degli abiti puliti…”

Il sacerdote le rivolse uno sguardo comprensivo e in qualche modo complice.

“…figliola, Matilde ha dormito nella stanza dietro la mia canonica fino alla notte del 31 dicembre: ecco, io e lei abbiamo avuto il privilegio di poter alleviare la pena di un’anima tormentata. Che ora – Dio mi perdoni, se può – ha potuto finalmente andare via, in pace”.

Di questa strana storia Mariella Brivio dovette farsi una ragione. Soprattutto quando, rincasando, davanti al suo uscio trovò gli abiti che aveva regalato a Matilde, accuratamente ripiegati.

“…tutto diverrebbe silenzioso e scuro e le cose al loro posto per sempre, finalmente” (Samuel Beckett, “Malone muore”)

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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