Profitti privati, salvataggi pubblici: corsi e ricorsi storici

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Un recente post del Prof Boeri sul Ministro Lupi ed Alitalia (qui) mi fa tornare in mente la telenovela di qualche anno fa, quando fu approntato un salvataggio “nazionalistico” di dubbio gusto. Allora  scrissi un articolo su “stampa” cartacea – il 26 marzo 2008 – e vorrei riportare qualcuna delle mie frasi di allora per comprenderne l’attualità:

“Il destino della nostra compagnia di bandiera è diventato un fatto di curiosità popolare al punto che ognuno di noi si è fatto un’idea diversa; tuttavia non v’è dubbio alcuno che la soluzione più auspicabile sia un intervento chirurgico radicale: il fallimento. Negli ultimi anni le perdite sono diventate ingenti, amplificate dai ripetuti errori dei vari governi che hanno sperato di poter risanare un’azienda pubblica inefficiente con dei manager di partito”

Le mie conclusioni di allora sulla vicenda sono state confermate dagli eventi di oggi: a distanza di 6 anni e tanti miliardi di euro accollati dalla collettività, Alitalia rappresenta ancora una fonte di spesa improduttiva e clientelare dello Stato. Ricordo che al giorno d’oggi ancora qualcuno degli “esuberi” di allora gode di un trattamento economico senza fare nulla, solo godimento del diritto di essere dipendente Alitalia. Anacronistico.

“Possiamo trarre degli insegnamenti da questa vicenda. Prima di tutto dal punto di vista di un dipendente: Alitalia, come tutte le aziende statali ed enti pubblici, soffre di un eccesso di lavoratori e di un deficit di investimenti, tipicamente conseguenza dell’uso elettorale della società. Gli stessi dipendenti dovrebbero dare l’allarme invece di nascondersi dietro l’illusione del posto sicuro, mostrando la consapevolezza che una simile gestione spesso conduce al declino dell’impresa e quindi in ultima analisi alla perdita del lavoro”.

Questo punto è cruciale e rimanda alla interazione fra fattori produttivi, capitale e lavoro. In Italia la politica lascia persistere combinazioni totalmente inefficienti di capitale e lavoro attraverso l’immissione via via crescente di fondi pubblici in funzione di un non ben specificato “interesse nazionale”. Si sta addirittura pensando all’ENAC – Autorità di regolazione tecnica, certificazione, vigilanza e controllo dell’aviazione civile – come ente collocatore degli esuberi verso altre compagnie (qui). Paradossale.

“Il supporto artificioso alle aziende pubbliche porta esclusivamente alla distruzione di ingenti risorse dello Stato. Le imprese falliscono perché non hanno capitale, o hanno troppi costi o un pessimo management o perché non si sono adattate ai cambiamenti di mercato. Solo uno di questi fattori porterebbe una normale azienda alla chiusura; Alitalia soffre di ognuno di questi problemi e quindi avrebbe più di un motivo per chiudere. La politica, senza distinzione di schieramento, spera di poter trarre beneficio da questa vicenda senza mostrare alcun rispetto per l’elettorato: non si perde occasione per dimostrare che non è solo la mancanza di idee a guidare le decisioni politiche, ma soprattutto la protezione di interessi particolari.

Il tempo passa, gli eventi si susseguono, ma le cose non cambiano: la caduta di Berlusconi e la fine del PDL; la crisi finanziaria e il fallimento de-facto dell’Italia; il governo Monti e la supplenza indiretta dell’EU e della BCE; la crisi della politica italiana, il fenomeno Grillo e l’avvento del Governo Renzi. Ancora una volta tutto cambia perche nulla cambi.

“La chiusura di Alitalia libererebbe spazio per delle nuove compagnie internazionali capaci di fornire un miglior servizio a costi ridotti. E’ nell’interesse nazionale fornire un vero servizio agli italiani abolendo ogni posizione dominante.

Tutelare l’interesse di tutti invece di quello di parte; questo sì che sarebbe un vero miracolo.

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Wealth/Asset manager. Ha sposato la causa dei bond ed è ossessionato dalle banche centrali.
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