Quando il necessario sembra impossibile – EPT #79

necessario

Girandola di premier in 44 giorni, una crisi finanziaria in piena regola, il partito di maggioranza dilaniato da faide, vendette, sconfitte e rivincite riuscite (Sunak) o solo sognate (Bojo). Nel Regno di Carlo III, Netflix sembra aver trovato un temibile competitor nella lotta politica interna.

Qui da noi ci si adonta per “Welcome to Britaly, la copertina dell’Economist con tanto di vignetta di Liz Truss che impugna una forchetta con prevedibilissimi spaghetti, ma forse non si coglie che il vero limite di quella cover non è il fatto di sfottere la politica britannica, accusandola di somigliare troppo a quella italiana, quanto di indurre a pensare che quanto accade in Gran Bretagna sia un pittoresco unicum, un primato negativo da condividere al più con la tradizione italica,  nel panorama politico occidentale.

Se invece i travagli britannici, al netto di alcune specificità locali come la crisi dei Tories e le nefaste conseguenze della Brexit, fossero un importante laboratorio di scontri, contraddizioni, ineludibili incompatibilità che presto si presenteranno in tutto il mondo libero?

E’questa la nostra ipotesi e per raccontarvela abbiamo “inclinato” la chiacchierata settimanale sul lato mancuniano del podcast, alla scoperta di quanto c’è di paradigmatico, o di contagioso, negli eventi britannici.

Non è stata, obiettivamente una ricerca difficile, solo una questione di imbarazzo della scelta.

Nello psicodramma consumatosi a Downing Street, c’è infatti la convinzione ormai radicata che con il bilancio pubblico si possa fare più o meno tutto, compreso ampliarlo ad libitum stampando denaro, anche quando la fase economica, come quella attuale, lo vieti categoricamente.

C’è tutta la difficoltà, il disagio della politica a condividere, o quantomeno a non ostacolare, la lotta all’inflazione condotta dalle banche centrali, ad accettare l’idea che quest’ultime non possano più essere, come a lungo accaduto prima e durante la pandemia, scontate e preziose alleate in politiche espansive che si credevano irreversibili.

C’è, ancora, l’insofferenza della classe politica, abituata a collocarsi a traino dei propri elettori anziché guidarli, a doversi confrontare con la realtà incarnata dai mercati finanziari, vissuti come i veri avversari politici.

Mentre i mercati non votano, servono solo a dare un prezzo alle cose: prezzano anche il debito di un paese e, se scorgono scelte politiche che ne possono inficiare la restituzione (del genere tagliare le tasse in compagnia di un aumento di spese), chiederanno rendimenti sempre più alti fino a costringere a rimangiarsi quelle scelte.
Risiede in questa gamma di atteggiamenti, nel nostro racconto, la valenza generale del caos che promana da Londra.

Lo si vedrà presto, quando alla recessione incombente, alla guerra all’inflazione lungi ancora dall’essere vinta e allo shock energetico si aggiungerà un ulteriore capitolo di drammatica tensione tra istanze della politica e stretta monetaria delle Banche Centrali.

Quando, cioè, si arriverà al nodo gordiano di spese che appaiono tanto necessarie quanto apparentemente impossibili nell’attuale contesto: la montagna di miliardi indispensabili per la tassativa transizione ecologica, per rendersi autosufficienti rispetto alla domanda del “nuovo petrolio” rappresentato dai semiconduttori, per la riscoperta necessità della difesa dopo decenni in cui l’Europa, mentre delegava la propria sicurezza energetica alla Russia, appaltava agli Usa quella militare.

Dove si troveranno tutti questi soldi con stati super indebitati? Forse in privati che possono, invece, investire in assets privi di rischio e per giunta con rendimenti in salita? E, last but not least, dove sono i leader politici capaci della necessaria, colossale “operazione verità” su questi temi nei confronti delle rispettive opinioni pubbliche?
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