Quell’estate del ’69 (diario di una sconosciuta)

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Nella cittadina rurale di Bethel, Stato di New York, tra il 15 e il 17 agosto 1969 sui 600 acri di prati a ridosso di uno stagno, nel caseificio di proprietà di Mr.  Max Yasgur si riversarono da ogni angolo degli States circa 400.000 giovani rappresentanti della controcultura hippy, in cerca di “pace, amore e musica”. Portarono amore e una cospicua dose di pacifica trasgressione e si trovarono immersi nella più grande e mai superata esibizione di musica rock. Di quella moltitudine di persone male organizzate, che potenzialmente avrebbero potuto dare luogo a situazioni davvero pericolose, dopo la chiusura del festival Max Yasgur ebbe modo di dire: “Se ci ispirassimo a loro potremmo superare quelle avversità che sono i problemi attuali dell’America, nella speranza di un futuro più luminoso e pacifico”.

Dovettero passare più o meno dieci anni perché potessi appena iniziare a rendermi conto del valore e della portata di molti fatti accaduti nel 1969, che avrebbero influenzato e addirittura determinato gli eventi degli anni successivi.

Allora ero in quella meravigliosa età ingrata situata in un ipotetico limbo tra fanciullezza e adolescenza che si riassume nell’antica espressione “né carne né pesce”. E’ il tempo in cui gli accadimenti più clamorosi o comunque più commentati suscitano una curiosità autentica ed una partecipazione emotiva intensa ma passeggera, e certamente molto influenzata dai discorsi degli adulti con i quali ci si confronta quotidianamente. E’ anche il periodo in cui in cui sensibilità e capacità di percezione si proiettano verso un futuro immaginato e ci si trova in balia della natura che con una manciata di ormoni esuberanti allunga (qualche volta allarga) e tende il corpo facendone prendere coscienza, ed è a quel punto che si incomincia a guardare con occhi diversi l’altro sesso.

Nello stesso anno in cui Neil Armstrong e Buzz Aldrin posarono i piedi sul suolo lunare, commuovendo ed entusiasmando quella parte del mondo che poteva permettersi di guardare un televisore, a Praga il giovane Jan Palach si diede fuoco per protestare contro l’invasione dei carri armati russi, in Spagna il Principe Juan Carlos successe al Caudillo e in Libia il colonnello Muammar Gheddafi prese il potere con un colpo di stato, Brian Jones annegò nella sua piscina in seguito ad un’overdose di eroina (si potrebbe dire che affogò nell’eroina, in un certo senso) e Charles Manson espresse la sua follia omicida con una regia alla Quentin Tarantino nella villa californiana di Roman Polanski, e così l’affresco delle possibili manifestazioni dell’animo umano fu ben rappresentato.

La ribellione al conformismo borghese ebbe due manifesti luminosi e potenti, nati all’insegna di un certo ingenuo dilettantismo che rifuggiva gli schemi organizzativi tradizionali: “Easy Rider”, film senza lieto fine girato sulla strada dove il sogno americano finisce in una morte casuale e tutt’altro che eroica, ed il più grande, magico concerto rock di tutti i tempi: il festival di Woodstock, che condusse a Bethel  una moltitudine di giovani hippies variamente fumati o impasticcati  e li vide vivere per tre giorni in una pacifica e sognante promiscuità.

Poi, in dicembre, in Italia arrivarono le bombe, a Roma e a Milano.  Della strage di Piazza Fontana fu tragicamente, visceralmente consapevole ogni milanese di età superiore ai 5 anni, e dopo quella deflagrazione a Milano niente fu mai più come prima: questa per noi fu davvero la fine degli anni ’60.

Ma prima di quel tragico Natale, vi fu un’indimenticabile estate.

 Uscita a testa alta dall’esame di terza media avevo la coscienza di avere infine maturato il diritto di entrare in una fase successiva della vita che mi avvicinava finalmente all’età adulta ed  al diritto all’esercizio  pieno del libero arbitrio.

Dopo il liceo linguistico avrei fatto la hostess (le “assistenti di volo” sarebbero giunte sulla scena solo molto più tardi) per girare il mondo e per adottare quello stile di vita che mi figuravo nomade ed avventuroso. Avrei sperimentato tutto lo sperimentabile che non mi facesse rischiare la pelle (avevo ben assimilato alcuni solidi principi) e forse mi sarei sposata, ma molto tardi. I figli non facevano parte dei miei progetti futuri. Qualcosa di tutto ciò si è poi effettivamente compiuto, ma  non è sempre stato frutto di una scelta o di un programma.

Credo di non avere mai più avuto, in tutta la mia vita, la medesima rigorosa chiarezza di idee di allora, e d’altronde è solo con il passare degli anni che si diventa possibilisti e ci si adegua, rassegnandosi a rivedere i propri piani e le proprie aspettative un numero infinito di volte.

Tuttavia, alla fine di giugno del ‘69, nell’attesa di iniziare il Liceo Linguistico Manzoni in via Manin (per i milanesi “la Manzoni”, da non confondere con “il Manzoni”, il classico in via Orazio) avevo in mente soprattutto una cosa: Villa Ines a Milano Marittima. Per il terzo anno consecutivo avrei trascorso il mese di luglio presso il kinderheim gestito con piglio efficiente e salutista dai coniugi Raimondi, svizzeri trapiantati a Milano e insegnanti di educazione fisica. Per la mia famiglia far fronte ad una retta abbastanza al di sopra delle nostre possibilità comportava dei sacrifici, ma tra le colonie statali o gestite da religiosi (di cui avevo avuto anni prima una sgradevolissima esperienza) ed i rari e costosi kinderheim non vi erano soluzioni intermedie. Ero molto soggetta alle forme bronchiali e i medici raccomandavano almeno un mese di mare, non avevo nonni che mi ci potessero portare e i miei lavoravano: così, fu Villa Ines.

Il pullman privato diretto a Milano Marittima partiva da Piazza Castello e ci conoscevamo già tutti. Liquidati frettolosamente gli ansiosi genitori sul marciapiede davanti al Castello Sforzesco, salimmo a bordo salutandoci e valutandoci velocemente, a un anno di distanza dall’ultimo incontro. Per ragioni che non mi spiego nemmeno oggi, dopo un mese di legami intensi e quotidiani che si formavano all’interno di quella piccola comunità rigidamente chiusa e bastevole a se stessa, una volta rientrati in città non ci si frequentava affatto.

Forse la ragione stava proprio nella completezza irripetibile legata all’ambiente nel quale queste relazioni si sviluppavano, e sapevamo che altrove non sarebbe stata la stessa cosa. In fondo, eravamo già cinicamente saggi.

Villa Ines era una grande casa bianca a due piani con la pianta a elle, circondata da un vasto giardino piantumato a pini marittimi e palme,  posta su un breve viale a poche centinaia di metri dal centro di Milano Marittima. Le persiane rosse con un cuore intagliato al centro dell’anta erano l’unica concessione dei proprietari alla nostalgia per le valli alpine dalle quali provenivano: erano abbastanza fuori posto in un luogo di mare, ma proprio perciò rendevano Villa Ines unica e particolare.

Al piano terra c’era l’ampia sala da pranzo con un mastodontico televisore sulla parete di fondo, c’erano la cucina, la lavanderia, le camere del personale ed i locali riservati ai coniugi Raimondi. Di età per me difficilmente definibile ma di certo oltre i cinquanta,  il signor Raimondi era un omone corpulento  ed affabile, mentre la signora Ines era una ex bella donna ancora affascinante dai modi aristocratici, elegantissima con i suoi costumi neri e le infradito decorate da una margherita di stoffa con cui ci raggiungeva in spiaggia tutte le mattine. Al primo piano, le grandi camere a otto letti destinate agli ospiti dai 7 ai 13 anni, le femmine in un’ala e i maschi nell’altra. Al secondo piano, con la stessa suddivisione, le camere a tre letti per i ragazzi dai 14 ai 17 anni e la grande terrazza dove tutte le mattine, dalle 7,30, i due professori ci sottoponevano all’inderogabile rito dell’ora di ginnastica.

Quell’anno era arrivato anche per me il momento di salire al secondo piano, ma fu subito chiaro che le ragazze più grandi avrebbero snobbato la sottoscritta e l’unica altra quattordicenne, consentendoci magnanimamente di assistere agli incontri che si svolgevano in una delle loro camere nelle ore canicolari del riposo pomeridiano senza coinvolgerci in discorsi che, peraltro, stentavamo a capire.

La responsabile del nostro gruppo composto da dodici ragazze era un’insegnante milanese di mezza età, la  signorina Marisa.  Alta, la figura armoniosa, una bella testa di capelli biondo miele e gli occhi di un caldo castano dorato, era una donna riservata e gentile che con la sua apparente e benevola distrazione sulla nostra vigilanza si guadagnò subito simpatia e rispetto, riuscendo a stabilire senza esplicite imposizioni regole e confini che mai ci sognammo di infrangere.

Dei ragazzi quell’anno si occupava invece un giovane istruttore diplomato ISEF, bel ragazzo biondo con un fisico scolpito a cui mancava l’altezza per essere elegante, arrogante e dedito ad un palese quanto instancabile autocompiacimento. Divenne ben presto l’idolo dei ragazzi e l’oggetto della curiosità mascherata da scherno delle ragazze, che sintetizzarono la sua evidente ed esagerata autostima nel soprannome “Coca Cola”, intendendo alludere alla gasatura ma anche alla martellante promozione del prodotto. Lui non mancava di ingaggiare schermaglie verbali con le più grandi, che trattava con sufficienza ma che talvolta sbirciava di sottecchi con malcelata cupidigia.

Certamente in virtù di uno strano scherzo della memoria, di quel mese di luglio non ricordo alcun giorno di pioggia né di cielo coperto, ma solo una sequenza di cieli azzurri, di rondini che stridevano sopra le cime dei pini e di profumo di resina e di piadina, perché all’imbocco della pineta stazionava il baracchino dell’ambulante che lavorava a tutte le ore.

Fu proprio il Coca Cola, del quale la mia mente ha cancellato il nome mantenendo il ricordo del meritato soprannome, che il giorno successivo all’allunaggio dell’Apollo 11 a pranzo incominciò a lanciare occhiate incuriosite nella direzione dell’impassibile signorina Marisa, seduta a capotavola della nostra tavolata, proprio di fronte a quella dei ragazzi. Se ne accorse per prima Emanuela, milanese di Corso Magenta che tra le sedicenni del gruppo era la più carina e anche la più sgamata. Nel primo pomeriggio, nella sua camera, l’argomento fu proprio quello.

“Ho parlato con Lucio e Domenico: il Coca Cola dice che ha visto la signorina Marisa che rincasava all’alba, stamattina…”

“E lui come fa a saperlo? E poi magari è uscita presto a fare due passi, no?”,

replicò Fabiana, alta e bruttina, che non sopportava il Coca Cola, dal quale era ignorata.

“…lo sa perché stava rientrando anche lui e a un certo punto l’ha vista che gli camminava davanti, vestita come la sera prima. Avevano la serata libera, ricordate?”

“… ma quindi la signorina Marisa…”

“… non è la santa asessuata che pensavamo che fosse!”

Nei giorni successivi sbirciammo tutte quante la signorina con curiosità, ma a parte un inspiegabile accenno di sorriso che le accendeva lo sguardo dorato, quando le capitava di distogliere l’attenzione dall’immancabile libro per smarrirsi sulla piattezza del mare Adriatico, non notammo nulla di strano. La amammo forse ancora di più per quel suo piccolo segreto e per quella luce interiore che non capivamo, ma che avremmo tutte voluto avere, almeno una volta nella vita.

Mentre Emanuela si fidanzava e si sfidanzava dopo qualche bacio furtivo con i tre ragazzi più carini del gruppo le altre stavano a guardare e pontificavano sulla parte teorica, sognando ma non osando. Quando il pomeriggio, con la benevola condiscendenza della signorina Marisa e del Coca Cola il gruppetto dei più grandi si trasferiva intorno al juke box del bar dei bagni Marinella, io li osservavo dalla porta aperta. Avevo fretta di crescere, volevo incominciare a vivere, volevo il bikini alla Brigitte Bardot al posto del costume intero, e la minigonna e i sandali alla schiava, volevo saper giocare con lo sguardo e con le mezze parole, volevo l’indefinibile aura che cattura l’attenzione della gente quando entri in una stanza.

Fu appena un poco prima della nobile e presuntuosa urgenza di cambiare il mondo, prima che l’irrequietezza di fondo si traducesse in ribellione, prima di molti errori e di altrettante disillusioni. Fu prima di molte cose.

Quel mese di luglio trascorse caldo ed impetuoso tra spiaggia, serate alla sala giochi “Il Dollaro” o al Luna Park vicino alla pineta, canzoni che raccontavano le storie che ancora non erano mie ma che avrei voluto che fossero, turbamenti ed incomprensibili languori.

E in una mattina di mare mosso, sotto il cielo limpido spazzato da un vento robusto, ce ne stavamo con l’acqua alla gola saldamente aggrappati alle funi tese tra le boe, ignari figuranti di una meravigliosa metafora della vita. Avevo affidato i miei occhiali da miope alla signorina Marisa, come sempre quando entravo in acqua e casualmente mi ritrovai di fianco a Domenico, ragazzino di Casalecchio di Reno più grande di me, sveglio e agile come un furetto, il quale ad un certo punto si volse nella mia direzione, mi guardò e disse, con sincera e comica sorpresa:

“veh, ma hai gli occhi verdi!”

Finalmente, qualcuno se ne era accorto. Accolsi quella frase con imbarazzata gratitudine, la coccolai e la rigirai nella mente, la trattenni a lungo con me e tornando a casa alle amichette di Milano raccontai che mi ero fidanzata con un ragazzo che abitava vicino a Bologna. Lui non lo seppe mai, naturalmente.

Prima di iniziare il liceo, pretesi ed ottenni le lenti a contatto (rigide, scomodissime, ma in alcune circostanze si riesce ad esprimere una capacità di adattamento straordinaria) e la mia vita cambiò. Non per le lenti a contatto, certo che no. Cambiò perché passavano gli anni e maturava la coscienza delle ingiustizie e delle disparità sociali, e cresceva la rabbia, e anche Milano mutava ma è sbagliato pensare che negli anni cosiddetti di piombo fosse una città cupa e ripiegata su se stessa, in balia delle ideologie: Milano rimase una città complessa e viva, con robusti e pragmatici anticorpi che la resero capace di sopportare e superare molte cose.

Di quei tempi mantengo tuttora la fretta, la costante proiezione verso un dopo e un altrove, quella smania che impedisce di restare fermi, che distoglie presto da qualunque passione e  fa passare attraverso la vita con un certo distacco. E’ ciò che consente di allontanarsi in fretta dai dispiaceri ma che appanna i ricordi più belli, facendo riaffiorare immagini svuotate di sentimenti. Come se quei momenti non fossero mai stati miei, come se fossi stata più persone e tutte diverse da quella che sono ora.

Chissà,  così riuscirò ad ingannare anche la morte: quando verrà a prendermi, io sarò già oltre.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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