Quello che il petroliere non dice – terza parte

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il petroliere

In questa terza puntata (qui trovate la prima e la seconda) partiamo da una domanda che aleggia come il vascello fantasma dell’Olandese Volante: come mai investitori e banchieri continuano a pompare risorse nelle società petrolifere dai bilanci disastrati?

Nei 29 trimestri dal 2010 ad oggi le maggiori società che estraggono shale oil hanno generato un cash flow positivo in un solo trimestre. Queste società contendono ad Alitalia, alle imprese pubbliche cinesi e agli unicorni di Silicon Valley la Palma d’Oro del falò di capitali. Per giustificare le attuali valutazioni di borsa, le società petrolifere quotate attive nelle shale plays dovrebbero tutte insieme in un futuro alquanto prossimo produrre stabilmente almeno 50 milardi di dollari di free cashflow ogni anno. Ai prezzi attuali questo obiettivo richiede un raddoppio della produzione (o un raddoppio dei prezzi).

Per rispondere alla domanda iniziale, escludendo l’insanità mentale, si possono formulare essenzialmente tre ipotesi.

  • Gli analisti delle banche d’investimento che piazzano i bonds guardano alle commissioni, non ai bilanci, come ai bei (per loro) tempi delle dot com. Per di più, come insegna l’esperienza del crack Parmalat, i falliti hanno una certa propensione a concedere commissioni principesche per tacitare dubbi e coscienze.
  • Chi compra, pur sapendo che si tratta di un’azzardo ritiene di essere più furbo degli altri, quindi incamerare gli alti interessi e anticipare quando è il momento di vendere prima che la bolla scoppi.
  • Non è semplice analizzare una società petrolifera: per valutare la profittabilità bisogna tener conto di troppe variabili interconnesse: i costi operativi, le tasse sulle concessioni, il servizio del debito, il progresso tecnologico, i rendimenti dei pozzi, il trasporto del greggio o del gas, le regolamentazioni, i costi dei servizi, il costo del capitale, l’obsolescenza. Ognuno di questi aspetti ha mille sfaccettature, insidie contabili, trappole previsionali di cui il tipico gestore di fondi ha un’idea, nel migliore dei casi, approssimativa. Quindi se il break even price di una società E&P corrisponde a 40, 60 o 100 dollari al barile non è in grado di appurarlo. E tantomeno è in grado di appurare se continuerà ad esserlo negli anni a venire. Le banche per semplificarsi la vita basano la concessione di crediti sulla stima delle riserve, ma anche questo metodo è abbastanza fallace perché il valore delle riserve dipende dal prezzo del greggio e dalla convenienza economica ad estrarre, non dalla mera quantità stimata di petrolio sottoterra.

In definitiva il segreto di Pulcinella per attirare i gonzi consiste nell’elaborazione di una narrativa, sulla falsariga di quelle che si imbastisce in politica a beneficio dei telelobotomizzati. Prima del 2015 lo specchietto per le allodole mostrato dagli shalers ai fondi e ai banchieri era ovviamente il prezzo a tripla cifra del greggio. Con l’inversione dei prezzi si è invertito anche lo story telling.

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Decine di articoli ripetono che il learning by doing ha permesso giganteschi passi in avanti sia nell’accuratezza delle trivellazioni che nell’efficienza dell’estrazione e nella capacità di individuare i punti migliori. Insomma i processi pioneristici nelle trivellazioni orizzontali e nel fracking sono stati ottimizzati, standardizzati e industrializzati permettendo di conseguenza un abbattimento dei costi. Gli executive delle società petrolifere amano portare gli ospiti ad ammirare i pozzi nuovi di zecca che vantano (a loro dire) ritorni del 50%. Ma ci sono anche i pozzi la cui produzione non copre i costi operativi e quelli fissi, quindi non è chiaro quale sia il risultato della somma algebrica. Non sarà un caso che persino la Exxon nelle sue attività estrattive (convenzionali e non) negli USA ha perso soldi per 10 trimestri di fila.

La puzza di bruciato ha raggiunto persino le narici di una figura chiave nell’eterna pochade che prelude al botto di una bolla: i regolatori delle banche, specializzati nell’ermetica e inflessibile chiusura delle stalle quando i buoi (e i porci) sono ormai ben oltre la linea dell’orizzonte.

The Office of the Comptroller of the Currency, una delle sei (dicasi 6) agenzie preposte alla supervisione (si fa per dire) bancaria, nel marzo del 2016 ha emesso nuove linee guida per i prestiti bancari al settore energetico. E quali sofisticati parametri di rischio avranno mai imposto codesti inflessibili Controllori della Moneta? Con encomiabile sprezzo del ridicolo hanno raccomandato ai banchieri che quando concedono prestiti alle società energetiche dovrebbero valutare la loro capacità di ripagare tutti i debiti, non solo i prestiti bancari. La cosa sconvolgente è che se i regolatori hanno sentito l’impellente necessità di ricordare ai grandi banchieri un principio elementare, noto anche a persone di media intelligenza, significa che dalle parti di Houston le banche interpretano il loro ruolo come quello di Alice nel Paese delle Meraviglie. Mentre i Cappellai Matti continuano a ripetere che i biblici tempi di investimento, i complessi piani di sviluppo e, di conseguenza, i grandi capitali necessari nell’industria petrolifera tradizionale sarebbero stati stati drasticamente tagliati nel settore degli idrocarburi non convenzionali.

L’aderenza di questa narrativa alla ruvida e abrasiva superficie della realtà sarà l’oggetto della prossima puntata di questa saga.

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Fabio Scacciavillani

Capo economista di Oman Investment Fund. In passato: Dubai International Financial Center, FMI, BCE e Goldman Sachs

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One thought on “Quello che il petroliere non dice – terza parte

  1. Sinbad il said:

    Due domande.

    Secondo lei, si può dire che il Debito sta ritardando il “picco”?

    Quanto è plausibile che si voglia mantenere basso, direi deprimere, il costo del petrolio?

    sinbad

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