Radiohead e Depeche Mode nel jukebox all’idrogeno

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Carissimi onorato da tutti i vostri voti, vedo che il nostro sondaggio incoccia in uno storico pareggio. Le due band sono cosa diversa e mi è parso opportuno onorarle con un pezzo che le abbracci entrambe. Partiamo con i vecchi Depeche Mode, nati per esser coccolati dal manager della label Londinese MUTE Daniel Miller. I nostri negli anni 80 paiono un boy band che usa l’elettronica come una gazzosa e il ritorno del rock nei 90 sembrava condannarli ad un inarrestabile oblio. Errore.
I Depeche Mode si mostrano assolutamente vivi creativamente e quando tutti li davano per spacciati partoriscono il loro meglio, ibridando blues ed elettronica in una miscela esplosiva. Certo potrei proporvi un excursus dei loro successi planetari, ma qui siamo su Pian Piano e allora perché non fare qualcosa di diverso?
Perché non sbirciare i musicisti in studio mentre abbozzano le loro canzoni? Facciamo come Degas che spiava le sue modelle prima di disegnarle. Lasciamoci alle spalle il grande Satana degli schermi giganti e degli stadi gremiti ed entriamo nell’intimo.

Dave Gahan si ritrova pian piano dopo anni di droghe e stravizi di ogni genere che lo hanno portato sull’orlo delle morte a più riprese. La band vive sull’orlo dell’abisso, sfornando dischi drammatici e video dai testi e dalle immagini espliciti. I migliori produttori del mondo li vogliono accompagnare in sala d’incisione e i più grandi dj remixano i loro successi. La band diventa un’icona planetaria.

La ricetta funziona, i dischi si vendono, i tour riempiono gli stadi e i nostri ritornano sugli altari del pop rock. Quel che amo dei Depeche mode è la capacità di imbastire un pop raffinato, ballate ben modulate, riferimenti culturali molto raffinati, testi mai banali.

Questi ragazzi ormai sessantenni vanno seguiti, perché invecchiano bene, come un vino di classe. Sbirciate oltre le loro hit, oltre i pezzi che martellano le radio e scartate i videoclip. Scavate nei loro dischi, ci sono molti pezzi belli, testi non banali, interpretazioni autentiche, voci vibranti. Roba buona, ben oltre gli stadi trabbocanti di grida, luci e muri di amplificatori su schermi giganti. Proprio per questo sono ancora qui a 60 anni.

Radiohead è tutta un’altra cosa. Non è pop, Radiohead è da subito un progetto con una precisa identità culturale, riferimenti alla musica colta, il chitarrista Jonny Greenwood cita ed esegue musiche di Steve Reich dal vivo. Anche qui come per i Depeche Mode e come le migliori band in genere il meglio non è agli inizi, ma nella maturità stilistica.

Non sto a farvi un’analisi della discografia, basta un salto su discogs ed un po’ di curiosità e trovate tutto per conto vostro. Seguiamo il percorso acustico che abbiamo iniziato con i Depeche Mode. Nascondiamoci dietro un albero invece di fare i finti giornalisti musicali. Ci sono due soggetti con chitarre ed amplificatori seduti su una panchina ed un certo Paul Thomas Anderson che li riprende. Non sapete chi è? Peggio per voi.

Navighiamo ancora, sfogliamo altre pagine acustiche, lasciamo perdere le canzoni più belle o i videoclip di gran classe con dietro alle telecamere i migliori registi del mondo. Sediamoci per terra intorno ad un fuoco e basta, senza niente da dire, senz’altro chiedere che la poesia dell’autenticità, dell’imperfezione, di quel che dal nulla scaturisce e meraviglia

Ecco cari amici cos’è stato questo pareggio, una magia. Perché qualcosa secondo me abita la musica di questi artisti: l’autenticità, il cantare l’incapacitazione per la complessa bellezza dell’esistenza, la capacità di esser semplici ed al contempo elaborati. L’autenticità coinvolge ed era giusto fare incontrare in gesti semplici e assai simili, musicisti seduti con una chitarra, una voce e poco più.

Allora ci salutiamo con qualcosa di onirico, senza una poesia, rompiamo una tradizione, facciamo che la poesia siano appunto le immagini di Paul Thomas Anderson e pensiamo ai Radioehead ed ai Depeche Mode come ad angeli sonori. Entrano ed escono dalle nostre case, dalle vite di milioni di persone, dai loro momenti di gioia e di tristezza, dal loro sconforto e dai loro sogni. Bellissimo.

Lo Chef per la prossima settimana propone:

a) Francia a scatola chiusa
b) Germania a scatola chiusa
c) Scandinavia a scatola chiusa

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