Ravel e la fine di un’epoca nel jukebox all’idrogeno

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E’ mancato Leonard Cohen, lo scrittore, il poeta, il praticante Buddista ed è passato altrove in compagnia di altri grandi musicisti, che quest’anno sembrano fuggire dalla fine di una storia o dalla fine della storia, come direbbe qualcun altro.
Fuggo dalle didascalie e così mi concedo un ricordo di questi grandi come Cohen, Bowie, Keith Emerson (grande estimatore di Ravel) o Prince, giusto per citarne solo alcuni, proponendovi un viaggio che dalla fine dell’800 si affaccia sul XX secolo, in un’altra grande e drammatica discontinuità della storia. Ravel è il cantore di quest’epoca con Debussy, decenni di grande crescita e slancio, di pace, di fiorire delle arti e dell’economia. La seconda metà del XIX secolo è infatti la promessa di un benessere mai visto, di una distribuzione della ricchezza più equa, di nuove scoperte e ideali, di grandi viaggi. Ravel riempie la sua musica di tutto questo, abbracciando l’impressionismo, ma spingendosi ben oltre con rara inventiva e forza d’animo (compone per decenni minato da una gravissima malattia).

Al contempo però Ravel conosce il XX secolo, la prima delle due guerre mondiali e la fine proprio di questo sogno di perenne equilibrio, sogno che annegherà in un bagno di sangue senza precedenti. Cohen e gli altri vengono dopo, cantano dopo le due guerre, raccontano nuove speranze, si lasciano attraversare nella carne dal nuovo e dalla speranza di altro oltre al benessere borghese. Tutto avanza inesorabile ed i più accorti, come Cohen e Ravel, volgono uno sguardo acuto verso la morte, la sofferenza e l’impermanenza. Luoghi da poeti.

Come la nebbia non lascia cicatrici
sul verde cupo della collina,
così non ne lascia il mio corpo su di te, né mai ne lascerà.
Quando il vento e il falco s’incontrano,
che cosa rimane di duraturo?
Allo stesso modo ci incontriamo,
io e te,
per poi rigirarci e dormire
Come tante notti resistono
senza la luna né una stella,
così anche noi resisteremo,
quando uno di noi sarà via, lontano.

Leonard Cohen

La vita umana è scritta sull’acqua ed è all’acqua che torniamo. Dove siamo ora? Siamo come Ravel alla fine di un’epoca, siamo di fronte alla morte dei poeti e dei musicisti di un XX secolo che tarda a morire, ma ormai ci sta salutando, siamo di fronte ad una discontinuità, ad un cambiamento radicale di cui non sappiamo né l’entità, né la forma, ma lo sentiamo emotivamente come prossimo ed ineludibile.

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.

E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?

Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.

Adam Zagajewski

 

Tutto è scritto sull’acqua, non solo le gioie che non vorremmo mai veder concluse, ma anche le sofferenze che fuggiamo e malsopportiamo. Rassegnamoci al perenne mutamento ed a una nuova epoca di cui nulla sappiamo ed a cui dobbiamo abbandonarci come foglie scivolate fra le acque di un fiume.

Siamo su questa faglia signori, siamo allo sgretolarsi di un’epoca e di un mondo, verso un ignoto altrove che stentiamo ad immaginare. Lasciamoci andare a questi spartiti e alle parole dei poeti.

Sul passo montano
stanco riposo
al canto dell’allodola.

Matsuo Basho

La prossima settimana il menù del ristorante propone:
a) Radiohead alla brace
b) Depeche Mode e olive
c) Nirvana sotto spirito

A voi la scelta, come sempre.

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