Rimanere o lasciarsi? il San Valentino di UK e UE

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É noto che almeno dagli anni 70 i rapporti fra Inghilterra e Europa siano sempre stati ondivaghi e improntati a periodici movimenti “glaciali”, passo avanti e due indietro da parte di Londra, ma la promessa del 2013 di Cameron di indire un referendum popolare per scegliere definitivamente dove (ma soprattutto “come”, e questo non è a tutti i “pro-Leave” chiaro) mettere la Gran Bretagna in rapporto all’Europa è il più grave e pericoloso degli ultimi 40 anni.
Banca Imi ne approfitta per fare il punto della situazione in un suo studio.
La scelta elettoral-propagandistica di Cameron, per combattere opportunisticamente gli antagonisti del partito nazionalista UKIP e l’ala oltranzista e euroscettica del suo stesso partito conservatore, viene da lontano, fin dalla scelta del governo nel 2010 di sottoporre a referendum popolare ogni nuovo trattato europeo che prevedesse ulteriori cessioni di sovranità all’UE. Cameron deve essersene poi segretamente pentito se già durante la campagna elettorale del 2015 la sua posizione si era fatta meno decisa e più ambigua, forse conscio del bilancio fra costi e benefici emerso da un rapporto governativo dell’anno prima.
In ogni caso la frittata era fatta e Cameron non poteva rimangiarsi la promessa fatta, benché fosse nel frattempo rinsavito oppure qualcuno/a gli avesse da Berlino fatto presente l’irritazione europea per le sue scarse e indesiderate doti culinarie.
Con la lettera del 10 novembre 2015 il Governo Conservatore indicava 4 aree su cui avviare discussioni con la UE, plausibilmente al fine di dare in pasto all’opinione pubblica dei risultati che salvassero capra e cavoli e evitassero il referendum. Le aree riguardano:

1. Sovranità: richiesta di escludere la UK da ogni impegno ad “una unione sempre più stretta”, e proposta di rafforzare i poteri dei gruppi parlamentari nazionali a Bruxelles di bloccare proposte legislative comunitarie.
2. Governo dell’economia: riconoscimento della volontarietà di adottare norme comunitarie, autonomia nella supervisione bancaria, esclusione di responsabilità fiscale per i meccanismi di salvaguardia dei paesi non €-zona
3. Competitività: riduzione del carico amministrativo e normativo per le imprese.
4. Immigrazione: qui le richieste sono di non estendere a nuovi Stati membri il principio di libera circolazione, contrastarne gli abusi e limitare le prestazioni sociali a favore degli immigrati comunitari. (vds nota 1)

La risposta della UE non si è fatta troppo attendere, e il 2 febbraio il presidente Donald Tusk inviò una formale lettera dal titolo eloquente Letter by President Tusk to the members of the European Council on his proposal for a new settlement for the UK within the EU in cui venivano fatte ben più che ottime concessioni ai desiderata inglesi:
1. In tema di sovranità veniva non solo riconosciuta l’esclusione di Londra da ogni ulteriore coinvolgimento in un processo di integrazione, ma addirittura proposto un nuovo meccanismo di veto per i gruppi parlamentari nazionali sulle leggi in discussione all’Europarlamento (sufficiente il 55% dei voti). É chiaro che, se dovesse passare questa proposta, il rischio maggiore è quello di inceppare e ingolfare ancor di più la già burocratica, costosa e lenta macchina europea, in un momento in cui le spinte popolar-nazionalistiche nei vari Stati Membri sono più forti.
2. In tema di governo dell’economia i riconoscimenti sono meno vincolanti e (forse) forieri di destabilizzazioni per la UE, perchè sebbene venga riconosciuta la possibilità di formulare motivate opposizioni alle decisioni del Consiglio Intergovernativo Europeo, tuttavia questa non è un reale potere di veto. E tiriamo un respiro di sollievo vista la gravità delle richieste inglesi.
3. In tema di competitività le concessioni sono apparentemente anche minori: il Consiglio Europeo ha semplicemente accettato l’obiettivo di semplificazione e promesso di monitorarne i progressi. Roba da marinai.
4. É sull’argomento caldissimo e recente dell’immigrazione che invece la UE va molto incontro alle richieste inglesi: l’Europa propone di emendare l’attuale legislazione  per permettere ad un paese di bloccare la concessione di un beneficio sociale a un cittadino di un paese UE per un periodo transitorio di 4 anni. Questo significa che un cittadino italiano o polacco che desideri trasferirsi per lavoro a Londra si vede sospeso per 4 anni l’accesso allo Stato Sociale (per esempio gli assegni familiari). In questa scelta un ruolo fodamentale l’ha giocato l’interpretazione delle regole europee, che ha riconosciuto la “situazione di eccezionalità” per Londra in merito all’afflusso di lavoratori da altri Paesi Membri.

È importante capire che quella di Tusk è per ora una proposta che dovrà essere sottoposta alla ratifica del Summit dei governi europei del 18-19 febbraio, nel quale non è scontato che il testo subisca revisioni e modifiche, data la preoccupazione degli altri primi ministri che tali concessioni rompano le dighe che contengono finora simili rivendicazioni di frange euroscettiche attecchite un pò dovunque nella comune casa europea.
In parallelo però è cominciata la corsa del Regno Unito per il tanto agognato referendum che ormai sembra chiaro si terrà entro l’anno, a giugno o settembre, in un clima di totale incertezza e spaccatura a metà dell’elettorato inglese come mostrano molti sondaggi.
Se vincesse il fronte del “Remain” e dovesse passare l’accordo di febbraio, semplicemente si passerebbe alla fase della sua implementazione.
Ma cosa accadrebbe se vincesse il fronte del “Leave”? In base all’art.50 del Trattato della Unione Europea si dovrà avviare la procedura per l’uscita dalla UE (“ordinata”….ma dopo il caso Grexit sto termine mi sembra una pantomima), procedura che comporta diverse fasi:
1. Intanto il voto del Parlamento inglese e la formale comunicazione all’Europa
(e se Lords e deputati votassero contro il responso popolare?)
2. L’apertura di (lunghissimi, tecnicissimi, oscuri e mai definitivi) negoziati  in seno al Consiglio Europeo per definire all’unanimità le linee guida per siglare un accordo che definisca le modalità di recesso e il quadro delle future relazioni con la UE, accordo che poi dovrà essere approvato a maggioranza qualificata (72% dei membri del Consiglio, rappresentanti almeno il 65% della popolazione),
3. il tutto previa approvazione del Parlamento Europeo.
Un iter che si prevede lungo anni e pieno di insidie
.

Il lungo periodo di transizione sarà per la Gran Bretagna quello più difficile per garantire una “ordinata dismissione”: oltre al problema della rinegoziazione di nuovi accordi comerciali con la UE, altri problemi sono rappresentati dalla rinegoziazione e sostituzione dei tanti trattati sottoscritti dalla UE con paesi extra UE, e che Londra sarebbe costretta a riscrivere; altro problema riguarda lo status e le regole da applicarsi ai cittadini inglesi ora residenti in Europa, che da un giorno all’altro si troverebbero privi dei diritti riconosciuti dai trattati (anche quelli sullo stato sociale, del tipo “chi la fa l’aspetti”); l’adozione di nuove leggi doganali e tariffarie in sostituzione di quelle europee per evitare dazi sui propri prodotti.
Siamo certi che la rinegoziazione di questi tanti accordi potrà avvenire per Londra da una posizione di forza trovandosi da un giorno all’altro “legalmente” fuori dall’Europa? I “pro-Leave” ne sembrano convinti, e fanno riferimento al caso dei paesi scandinavi e della Svizzera come esempio della possibilità di raggiungere elevati livelli di integrazione economico e finanziaria con la UE pur non facendone parte. Questa strada, per quanto praticabile, non sembra però operativamente la migliore perchè comporta un tavolo permanente di negoziati con Londra, e non riguarderebbero i servizi, settore essenziale per Londra che è principalmente un hub finanziario.
Non dimentichiamo infine una cosa: fuori dalla UE Londra potrebbe disapplicare (o i suoi ex compagni europei di viaggio potrebbero pensare lo voglia) gli standard europei sulla concorrenza fra imprese, sui prodotti e servizi, sul trattamento di imprese e lavoratori. Ma mentre all’interno della UE non sono permesse “rappresaglie” in caso di violazione degli standard, una Londra fuori dalla UE si esporrebbe da subito a possibili “ritorsioni unilaterali” degli Stati Membri, con l’applicazione di dazi, barriere all’ingresso di prodotti e servizi, contingentamenti eccetera.
Tra l’altro molti commentatori vedono ben diffcile che la UE, Merkel in testa, possa accettare un vicino di cortile che goda dei benefici dell’area di libero scambio pur venendo sottoposto a standard inferiori a quelli degli altri aderenti.
Non è un caso che il mondo delle imprese inglesi e le multinazionali con sede a Londra appoggino apertamente la campagna per il “Remain”: per Londra un altro rischio (e questa volta enorme e veramente destabilizzante per la sua economia) è quello che molte imprese scelgano di delocalizzarsi fuori dall’Inghilterra per evitare di perdere l’accesso al mercato comune europeo. Il tutto si tradurrebbe in un crollo degli investimenti esteri (FDI). Londra è principalmente una piazza finanziaria e forse gli effetti sarebbero peggiori se la sua economia fosse invece prevalentemente manufatturiera, ma non sembra che la City abbia assunto in merito al referendum un atteggiamento neutrale o favorevole.

Come al solito la storia della sgangherata Unione Europea ci riserva le solite sorprese e gratificazioni: nuovamente un governo prigioniero delle proprie promesse elettoralistiche cavategli dai populisti che, laddove hanno preso il potere e provato le loro ricette autarchiche nazionalistiche e sovraniste hanno miseramente fallito; in risposta abbiamo nuove proposte che minano alla base la costruzione europea e gettano dubbi ben poco amletici sul processo di integrazione che pure si ritiene necessario per garantire la sopravvivenza stessa dell’Unione e dei suoi membri, come ricorda il Five Presidents’ Report.
Ma se anche il referendum dovesse fallire stiamo pur certi che ci sono fattori che garantiranno la sopravvivenza di posizioni populiste, oltranziste, euroscettiche dovunque in Europa, alimentate dall’ambiguità e dalla sostanziale incapacità dell’Europa di spiegare ai suoi cittadini i benefici dell’Unione e dalla sua incapacità di gestire “a voce sola” il problema dei flussi migratori e in generale della politica estera europea.
Insomma, non vi preoccupate, non finirà comunque qui.

 

———–
(nota 1) Naturalmente la posizione del governo Cameron è apparsa subito insoddisfacente al fronte del “Leave” che ha replicato alla “modestia” di tali richieste rivendicando l’obiettivo dell’abolizione della prevalenza delle norme comunitarie rispetto a quelle nazionali, la riallocazione a priorità nazionali delle risorse destinate al bilancio UE (allora tieniti i soldi, no…..?) e di negoziare un nuovo accordo di libero scambio con la UE (non vi preoccupate, se vincete ottenete subito tutto….vostro malgrado, come si capisce nel seguito dell’articolo).

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Beneath Surface

Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.

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