La rivincita dei cowboys

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Se la crescita è una preoccupazione comune per Cina e Stati Uniti, i trend correnti li pongono su valutazioni opposte. La prima è disturbata da un Pil da modulare, mentre i secondi vedono segnali incoraggianti, pur se lontanissimi da quelli di Pechino. Non conta ovviamente il valore assoluto: gli Stati Uniti non possono crescere del 7,5% (come è atteso per la Cina). Devono soltanto mantenere il benessere, la supremazia internazionale, conservare la leadership tecnologica.

Se è questo il terreno di scontro, nella gara con la seconda potenza, la prima può registrare un sorriso, seppure relativo e limitato. La produzione industriale in Cina è aumentata lo scorso Agosto del 6,9%, rispetto alle previsioni dell’8,7 e all’incremento del 9% del mese precedente. Si tratta del valore più basso da 6 anni, cioè dallo scoppio della crisi. A conferma del dato, la produzione di energia elettrica è diminuita del 2,2% su base annua. Contemporaneamente, nei primi 8 mesi dell’anno le vendite di case sono calate del 10,9%. Il premier Li Ke Qiang non sembra preoccupato. Il suo obiettivo è mantenere una crescita sufficiente a evitare le tensioni sociali. Ma i timori crescono e molti analisti sostengono che sempre più probabilmente il governo dovrà immettere denaro nell’economia e rifugiarsi nella tradizionale politica di traino degli investimenti.

La produzione industriale è invece negli Stati Uniti in costante crescita, ritornata ormai livelli del 2006. Non si tratta di un risultato esaltante, ma va valutato che nel 2009 era diminuita di 21 punti percentuali. In quegli anni il declino dell’America manifatturiera sembrava inarrestabile. Ne era simbolo il Mid West, soprattutto la Regione dei Grandi Laghi. Il cuore dell’industria era fotografato in capannoni vuoti, ciminiere spente, manifestazioni disperate di operai ormai senza lavoro. Oggi questa situazione è migliorata, certamente non risolta. Sarà impossibile rivedere le stesse auto prodotte a Detroit, ma l’industria automobilistica è stata salvata e ritorna a creare reddito e occupazione. La cintura industriale ha risultati migliori del resto del paese e la disponibilità di energia a buon prezzo con lo shale gas ha rivitalizzato le vecchie industrie.

Al di là delle cifre, si respira nel paese un clima meno rassegnato e più incline all’orgoglio, alle maniche da rimboccare, perfino all’autarchia. Sembra prevalere la convinzione che la delocalizzazione – soprattutto verso la Cina – abbia favorito le multinazionali ma non il paese, che la perdita di posti di lavoro nell’industria non sia stata compensata da nuovi impieghi nei servizi, proprio quelli che un’apertura della Cina avrebbe suggerito. Senza reticenza, si sostiene ormai che l’accordo per l’accesso della Cina nel Wto sia stato troppo generoso. Soprattutto con le elezioni di mid term alle porte, i temi nazionalisti – declinati come interesse della popolazione – sono al centro del dibattito. In questa cornice, è difficile immaginare nuove concessioni alla Cina o la firma di accordi multilaterali, come il Trans-Pacific Partnership e il Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership. Obama non ha ricevuto nessuna delega dal Congresso, dove, già ora, è maggioritaria una posizione che privilegia la politica interna. Nessun paese negozierà con gli Usa, quando l’accordo dovrà essere approvato da un Congresso riluttante. È molto probabile dunque che gli Stati Uniti ritorneranno sui terreni nei quali hanno eccelso: l’innovazione industriale e la straordinaria capacità agricola. La Cina, l’Asia dovranno necessariamente aprirsi alle eccedenze statunitensi. Già oggi le derrate alimentari sono la prima voce del flusso commerciale tra Washington e Pechino. Se queste previsioni motivate dovessero avverarsi, si avrebbero negli Stati Uniti una conferma e una rinascita. Le idee della Silicon Valley continuerebbero, in caso realizzate nello sterminato crogiuolo industriale che gravita su Chicago. Con lo stesso ottimismo, l’opera sarebbe completata dall’altra parte del Midwest – le immense praterie dei Great Plains – dove abbondano i trattori, i cowboys, le mietitrici, le spighe di grano e la middle class.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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