Rivoluzione, evoluzione e italianità

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Un tornado sta per abbattersi sul mondo del risparmio gestito, della raccolta del risparmio e della consulenza europee e specialmente italiane: il 3 gennaio 2018 entrerà in vigore la direttiva MiFID 2 che aggiorna e rinnova la precedente normativa europea sul mercato degli strumenti finanziari, una bomba a sentire i primi commenti e l’analisi dei relativi regolamenti attuativi.
Se ne è discusso ampiamente a Roma in occasione di Consulentia17 l’appuntamento organizzato dalla Associazione Nazionale dei Promotori Finanziari tenutosi dal 14 al 16 febbraio. Evento molto atteso considerate le buone cifre della partecipazione, circa 2600 fra consulenti e alte personalità delle Banche Reti. Fra i presenti, Massimo Doris di Mediolanum, Foti di FinecoBank, Molesini di Fideuram IntesaSanPaolo Private Banking, Rebecchi di Bnl Private Banking, Escalona di Finanza&;Futuro e altri, giunti lì per fare il punto della trasformazione (apparentemente) imposta dalla normativa a venire.

MiFID2 prevede tre novità: la netta distinzione tra servizi di investimento a valore aggiunto (la consulenza e la gestione individuale del portafoglio) e i servizi meramente esecutivi (ricezione e trasmissione e esecuzione di ordini); la possibilità di nominare agenti collegati; la distinzione fra consulenza indipendente e non indipendente (o ‘ristretta’, con mandato)
Quest’ultima novità è stato quello più ampiamente discusso, per l’impatto “da meteorite” che esso comporta per banche collocatrici e società prodotto.

MiFID2 stabilisce che l’indipendenza della consulenza sia valutata sulla sufficiente ampiezza della gamma di prodotti offerti da diversi fornitori e dalla assenza di legami forti con le Sgr e le società prodotto.

Il ‘legame forte’ si presuppone nel caso che la società sia captive, cioè facente parte del Gruppo Bancario cui appartiene la rete consulenziale collocatrice, e/o se fra Sgr e Rete Bancaria esista un accordo commerciale che preveda retrocessioni (inducements nel linguaggio della direttiva).

https://i2.wp.com/www.segretiemisteri.com/wp-content/uploads/2015/04/Asteroide-in-rotta-di-collisione-con-la-Terra.jpg Viene da sé la conclusione che la direttiva vieta qualunque retrocessione nel caso che la consulenza voglia definirsi ‘indipendente’.
La ratio della normativa è di fare un passo nella direzione della consulenza priva di quei conflitti di interesse che avevamo visto nel post precedente; una consulenza che preveda quindi costi certi, prestabiliti e trasparentissimi (fee solo per la consulenza), evitando i costi impliciti dei prodotti offerti.

La normativa prevede un doppio binario per le società, per esempio le banche, che possono optare per entrambi i modelli di consulenza, indipendente e non, purchè si attrezzino con strutture separate e il consulente non indipendente sia distinto da quello indipendente.
Più delicata la situazione dei professionisti che dovranno giocoforza optare per un solo modello.
Nel seguito continuo parlando delle banche e della scelta quasi unanime che esse seguiranno.

LA BANCA FARA’ CONSULENZA INDIPENDENTE?

Come avevamo visto nel precedente post, i Gruppi Bancari italiani si sono tutti dotati di società ‘captive’, utilizzando abusando del modello basato su commissioni e retrocessioni (i famigerati inducements). Pertanto nessuna filiale retail e nessuna Private Bank italiana odierna si può fregiare del titolo di ‘consulenza indipendente’.

Lo rimarco perchè grande è la confusione sotto il cielo e per rendermene conto mi è bastato scambiare quattro parole con alcuni promotori anche di diverse reti. La bestialità maggiore l’ha detta uno che ha asserito trattarsi di un problema dei soli professionisti, perchè lui propone prodotti di tantissime società…….ma con retrocessione annessa, mio caro….

Perciò se le banche italiane vogliono sfoggiare il blasone della indipendenza di giudizio, devono in poche parole duplicare la propria rete, e quindi i relativi costi: di personale, di sistemi informativi, di controllo, di compliance e di informativa a reti e a clienti.

E quello dei costi che lievitano è un argomento a cui i Consigli di Amministrazione sono allergici da anni.
Il modello indipendente, senza retrocessioni, tra l’altro significa una compressione dei ricavi, altro tema allergenico, a cui si aggiunge l’avvilente risultato di una indagine d’opinione secondo cui i risparmiatori italiani siano ancora diffidenti all’idea di pagare una banca per la consulenza.
Conclusione che è una realtà, anche se razionalmente ne sfugge qualsiasi motivazione, il che conferma la refrattarietà dei risparmiatori alla educazione finanziaria.

La scelta – scontatissima – delle Banche è stata perciò quella di rinunciare al blasone, e rimanere aderenti al proprio modello NON indipendente.
Dovranno d’ora innanzi riferire in modo trasparente al cliente che la propria consulenza non è indipendente e esplicitare sempre i guadagni per la Rete
.
Una bella rogna, ma per capire la posizione delle banche leggiamo la seguente dichiarazione di Paolo Molesini di IntesaSanpaolo Private Banking:

Il modello del consulente non indipendente resta il futuro con prodotti diversificati e un set di regole che garantisca l’assenza di conflittualità. Al cliente, al di là del fascino del nome, non interessa che si tratti di un consulente indipendente o no, quello che conta è la qualità del servizio.

Affermazioni di questo genere, su cui i succitati dirigenti private italici concordano all’unanimità, ci da l’esatta misura della attenzione rivolta alla vera qualità del servizio: laddove esiste una retrocessione e un budget da raggiungere, esisterà sempre un latente conflitto di interessi. Se lo ignori non sei mai stato in una filiale bancaria, oppure sei un mistificatore.

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Eppure altre due possibili soluzioni ci potrebbero essere:
1) progressivamente uscire dall’industria dell’asset management, mediante la cessione della società di gestione
la quale dovrebbe perciò trovare altri canali distributivi (benché sia naturale che per un certo periodo i suoi prodotti restino quelli privilegiati dalla banca cedente).

É la soluzione adottata da Unicredit con Pioneer Investment SpA, ceduta l’anno scorso ad Amundi del gruppo Credit Agricole. La cessione, oltre a rimpinguare le casse della banca che allora si accingeva alla sua fortunata ricapitalizzazione monstre (insieme alla cessione della polacca Pekao portò circa 8 miliardi di dote), permise il salto qualitativo di Pioneer in ambito internazionale, e forse permetterà in futuro a Unicredit maggiore flessibilità e minori costi di transazione qualora volesse/dovesse optare per il modello di consulenza indipendente..

2) l’altra soluzione consiste nel far realizzare alla società captive un salto dimensionale, anche mediante la fusione con altri operatori, per raggiungere dimensioni internazionali, e quindi progressivamente smarcarsi dalla dipendenza dalla propria rete bancaria per le proprie remunerazioni.
Ho la presunzione di pensare che questo fosse il vero obiettivo di IntesaSanpaolo quando volse lo sguardo a Generali.

D’altronde tutto il settore sta vivendo da anni una forte concentrazione.
Non solo Pioneer con Amundi, ma anche l’accordo fra Poste, CdP e Anima Holding per il conferimento di BancoPoste Sgr in Anima, passando per la fusione che ha creato il grande gruppo ex-popolare di Nuovo BancoBpm, arrivando alla possibile fusione fra Aletti Gestielle e Anima.

Al momento i primi 5 gruppi gestiscono oltre il 60% del totale del settore, ma nessuno ha la dimensione per competere a livello internazionale.

Anche nel caso si scegliesse la seconda opzione, l’obiettivo rimarrebbe quello di poter mantenere un modello non indipendente ma remunerativo, ma alla bisogna capace di modificarsi in indipendente pur mantenendo la profittabilità in capo alla società prodotto. Non è un caso che il Private di Intesa si stia espandendo a est (Europa e Asia) e a ovest (Cile) con acquisizioni e partnership strategiche.
Dovremmo pertanto stare alla finestra: forse non solo Messina ma anche altri CEO avranno qualche altra sorpresa per i mercati.

E nell’attesa, il risparmiatore si vedrà conservata la sua “amata” consulenza non indipendente e relativi latenti conflitti di interesse. E sia ben chiaro: forse le cose cambieranno in futuro per i grandi patrimoni, ma nessuno si sogni cambiamenti per quelle piccole mucche razza Dexter che sono i retailers, che sono e rimarranno centri di mungitura. Certo, a loro colpa va detto che si ostinano a essere bovinamente ineducati finanziariamente, e infatti Molesini li ama così.

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Banchiere Cannibale

Mi piace avere vecchi amici a cena... Perché sotto la più bella ruota di pavone si cela sempre un culo di pollo.
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