Una rotonda sul mare

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Milano nella settimana di ferragosto è una città quieta, nelle strade alleviate dalla rumorosa fatica del traffico quotidiano non vi è più traccia di tutta quella frenesia produttiva, dell’ineludibile fretta di andare da qui a là con uno scopo preciso.

Il milanese che per una ragione o per l’altra si fosse ritrovato a rimanere in città potrebbe attraversarla in auto in un quarto d’ora, da Piazza San Babila al Lorenteggio, da Brera alla Barona, da Corso Magenta a Quarto Oggiaro: sempre un quarto d’ora, più o meno.

Noterebbe quanto possa essere bello affacciarsi su Corso Venezia nella tiepida caligine del primo mattino e contare le poche vetture che vi transitano, mentre qualche accanito salutista grondante eroico sudore intossicato corre sul marciapiede schivando cani e relativi orgogliosi proprietari diretti ai Giardini, e percepirebbe l’atmosfera raccolta di certe viuzze in Brera, respirando la fragranza del pane appena sfornato passando davanti alla bottega del prestinaio, come si è sempre chiamato a Milano il panettiere.

Se invece il milanese rimasto in città abitasse nella via intitolata al poeta e drammaturgo madrileno Felice Lope de Vega, il quale forse non ne sarebbe significativamente lusingato, ovvero in quella parte della Barona non nobilitata dalla contiguità con il Naviglio né con l’Ospedale San Paolo, noterebbe come la repentina e provvisoria migrazione della popolazione metta a nudo la desolata, marcescente bruttezza di quella strada, rivelandola appieno.

Quel sabato mattina, 11 agosto 2007, per acquistare un quotidiano ed un po’ di pane Martina aveva dovuto camminare dall’inizio di via Lope de Vega, dove abitava, fino al supermercato Coop in viale Famagosta ed era tornata a casa accaldata e stanca. Strada facendo, aveva visto molti appartamenti con le tapparelle completamente abbassate, i lembi dei tendoni parasole arrotolati e fissati alle due estremità della ringhiera del balcone, le piante in vaso sui terrazzini condannate a morte sicura, nonostante le bottiglie di plastica piene d’acqua ficcate a testa in giù nella terra. Chiari segni di abbandono, poiché con le fabbriche chiuse per tutto il mese di agosto in quel rione popoloso di operai, molti dei quali immigrati dal Sud dell’Italia, la maggior parte dei residenti caricava all’inverosimile l’utilitaria o prendeva il treno dalla Stazione Centrale e se ne tornava alle terre natie.

Osservando con recriminatoria mestizia i due biglietti per la crociera nel Mediterraneo, dal 13 al 23 agosto “Italia, Grecia e Croazia – pacchetto tutto incluso”, Martina si diede mentalmente e per l’ennesima volta della deficiente: perché avrebbe dovuto capire subito che Giorgio non era quello giusto, era fin troppo evidente. Diversi e distanti, con differenze di indole, di aspirazioni e di interessi talmente rimarchevoli che non avrebbero mai potuto integrarsi e compensarsi in una proficua commistione, ma solamente generare un’insopportabile dissonanza: ma la verità era che a quasi quarant’anni aveva ceduto alla fascinazione della coppia stabile, ammaliante e rassicurante al pari del posto di lavoro fisso. Quello per fortuna ce l’aveva, la presenza di un fidanzato manteneva invece da anni un carattere assiduamente precario.

Soprattutto, non avrebbe dovuto anticipare il pagamento di quella stramaledetta crociera, scelta più subita che condivisa che aveva rappresentato inequivocabilmente la loro inconciliabile dissimilitudine; lei che non sapeva nuotare ed aborriva l’idea di starsene dieci giorni reclusa su una lussuosa chiatta in mezzo all’acqua,  improvvisamente aveva pensato “no”, poi lo aveva anche detto, e Giorgio non l’aveva presa proprio bene quando lo aveva guardato con imbarazzato disincanto ed aveva detto

“…scusa, mi sono sbagliata. Mi dai fastidio, il tennis mi fa schifo, i film comici mi danno il voltastomaco, i tuoi amici sono degli sfigati arrivisti che non arriveranno mai da nessuna parte, perché nella scala sociale hanno il posto che si meritano, e un po’ ti somigliano, e non posso proprio sopportarlo. Scusa”,

così lui se ne era andato stupefatto e paonazzo in volto, senza profferir parola, e senza restituirle la sua parte del costo del biglietto.

Per fortuna, poteva rifugiarsi dalla zia Ottavia, come faceva da ragazzina, quando per aggirare la severità materna cercava la solidarietà e la complicità della giovane sorella della mamma: una che nel ’60, dopo il diploma in lingue alla Manzoni aveva annunciato alla famiglia che Milano le stava stretta e se ne era andata a Londra, dove aveva trascorso sette anni lavorando per una casa discografica. Poi era tornata a Milano e grazie all’esperienza londinese era stata assunta alla Ricordi, dove era rimasta sino alla chiusura, nel 1994. A quel punto aveva comunicato ai familiari che Milano le stava troppo larga e si era comprata una casetta a Senigallia, luogo dove aveva trascorso diverse vacanze estive con i genitori e la sorella negli anni dell’adolescenza, vi si era trasferita ed aveva acquistato un negozietto di dischi in società con un amico.

La zia Ottavia, che in gioventù era stata una bellezza, alta e morbidamente longilinea, i capelli castani e gli occhi grigi, un ovale perfetto dall’incarnato roseo e luminoso, una mente agile e brillante ed un carattere fin troppo estroverso oltre che incline alla ribellione a qualsiasi tipo di autorità, non si era mai sposata ed aveva avuto una vita sentimentale piuttosto turbolenta: fino ad una certa età, dopo di che con molta intelligenza si era dedicata ad altro, senza minimamente patire per la sua condizione di donna sola. A sessantasei anni era ancora una donna di grande fascino, le movenze aggraziate ed elastiche, la figura snella ed armoniosa, il bel volto appena segnato e lo sguardo chiaro sempre un poco impertinente, sebbene come pacificato, non più agitato dall’ardore interiore, dalla vorace curiosità e dalla presuntuosa baldanza che traspariva negli anni della giovinezza.

Tutti sostenevano che Martina somigliasse molto alla zia, e di certo la similitudine fisica era innegabile, tuttavia l’instabilità sentimentale della nipote non era una scelta, ma semmai la conseguenza dell’aspirazione a non essere sola, che era divenuta pressante con l’andar del tempo.

Erano passati diversi anni dalla sua ultima vacanza a Senigallia, ma riabbracciò la zia riprendendo con facilità il filo di un discorso mai interrotto, come sovente capita tra due persone legate da profondo affetto e da insondabili affinità. Trovò la cittadina assai più mutata della zia: non riconosceva alcuni luoghi, non ne ritrovava altri, e non avrebbe saputo dire se l’aspetto generale fosse migliorato o peggiorato, sebbene ciò che si ricorda dei posti che appartengono alla propria storia personale appaia sovente migliore, ma solo in quanto pertinente alla gioventù.

Il villino della zia Ottavia aveva un piccolo giardino e una bella veranda e si trovava appena ai margini del centro storico, racchiuso e rinascimentale. La mattina successiva al suo arrivo, camminando verso la vicina Spiaggia di Velluto dominata dalla famosa Rotonda a mare, Martina fu incuriosita da una serie di manifesti che pubblicizzavano l’imminente “Summer Jamboree Festival, dal 19 al 26 agosto: il festival ispirato alla cultura americana anni ‘50”. Tra gli ospiti, “The killer” Jerry Lee Lewis e Dita Von Teese, nientemeno.

“E’ una consuetudine che si ripete dal 2000…ah, non puoi nemmeno immaginare perché negli anni ’50 tu non c’eri, ma io sì, e ti assicuro che è come salire sulla DeLorean e ribaltarsi per tutta una settimana in quegli anni, per la musica e per il ballo ma anche per le auto, le moto e la gente vestita e agghindata come in quegli anni: compresa la sottoscritta, certo!”

La zia non aveva esagerato, perché qualche giorno prima del 19 agosto il lungomare di Senigallia si popolò di colorate e lustre Cadillac Fleetwood De Ville, di Buick Super, di Ford Thunderbird, di Chevy Bel Air e Corvette, tra le quali occhieggiava qualche impertinente Fiat 500, e di rombanti motociclette Harley Davidson, Indian 101 Scout e Crocker Big Tank, e i personaggi che vi andavano attorno parevano appena scesi dal set di Happy Days o di Greese, con qualche audace digressione nel decennio precedente. Tra rock’n roll, balli acrobatici, abitini con la vita strizzata, il corpetto a cuore e le spalle scoperte, capigliature vaporose e ondulate, eyeliner e bocche vermiglie, anche nei negozi e nei bar dove campeggiavano manifesti e suppellettili a tema e nelle strade dove si succedevano file di bancarelle con abbigliamento, accessori ed oggettistica a tema, si celebrava con allegria e con immedesimazione entusiasta, talvolta persino talentuosa, il mito di quegli anni di rinascita, di ricostruzione e di speranza.

Tuttavia, la sera del 24 agosto in Piazza Garibaldi sul palco sovrastato dall’enorme firma luccicante di lustrini “Jerry Lee Lewis”, guardando The Killer ed il suo fedele quartetto Martina si accorse che le luci abbacinanti rivelavano appieno la loro commovente ed irrimediabile vecchiezza, la gestualità un poco rallentata, un indefinibile smarrimento negli sguardi, e se l’energia della musica era ancora vigorosa, non lo erano altrettanto le voci.

In quella folla accalorata ed accaldata nella rumorosa notte di agosto, l’uomo solo in jeans e camiciola a quadri che sorbiva una birra direttamente dalla bottiglia in un angolo della piazza stava fissando Martina da diversi minuti, gli occhi socchiusi, il respiro corto…

 Era l’inizio del 1967 quando Henry Lee aveva fatto ritorno nel Wyoming nord occidentale, al ranch di famiglia tra le Black Hills, dopo tre anni con l’Esercito degli Stati Uniti nel Vietnam del Sud. Era stato ferito in maniera piuttosto grave ad una gamba ma era guarito, perlomeno nel corpo, nella sua mente al contrario qualche delicato ingranaggio si era inceppato e il bel ragazzo biondo e allegro non era mai tornato,  era intrappolato laggiù, in quella giungla umida ed ostile dove il nemico peggiore era quello che alberga al fondo dell’animo di ogni individuo.

Il venticinquenne che aveva ripreso il lavoro al ranch aveva la cupezza rancorosa di certi vecchi, era taciturno e soggetto a violenti ed ingiustificati attacchi d’ira, e la famiglia aveva deciso allora di mandarlo per tutta l’estate in Italia dai nonni materni, che erano di Senigallia. Non aveva opposto resistenze, perché aveva solo voglia di allontanarsi da se stesso e dai ricordi che popolavano molte notti insonni.

In quel paese di mare si era un poco rasserenato, certi incubi avevano smesso di tormentarlo ed aveva preso a vedersi di tanto in tanto con un gruppo di ragazzi più o meno della sua età, tutti provenienti dal nord dell’Italia. L’aveva incontrata una sera alla Rotonda a mare, era appena arrivata da Milano e gli altri le avevano fatto una gran festa perché aveva vissuto per alcuni anni a Londra e non la vedevano da parecchie estati. Lui era stato subito colpito ed intimidito dalla sua voluttuosa bellezza, dal contrasto cromatico degli occhi grigi e della carnagione chiara con i capelli scuri, dalla sua spontanea eleganza.

Se ne era innamorato quasi subito, ed aveva finito con lo scambiare il suo atteggiamento disinvolto e franco per disponibilità. L’ultima sera del suo soggiorno in Italia si erano recati ad una festa su una spiaggia a qualche chilometro da Senigallia, avevano un poco bevuto e riaccompagnandola a casa in auto si era fermato in mezzo alla campagna e ci aveva provato. Lei gli aveva riso in faccia e lo aveva respinto con fermezza:

“…ehi, stattene al tuo posto, quando ne avrò voglia semmai te lo dirò io”.

Il pugno era partito prima che la sua mente ne formulasse il pensiero, e l’aveva colpita su una tempia con quella grande mano callosa da cow boy. Quando l’aveva vista immobile, il capo reclinato, i lunghi capelli scuri che lambivano il viso come tenebrose meduse nella notte, malamente rischiarata dalla luna velata da sottili nubi, fu certo di averla uccisa.

Aveva scorto una specie di capanno nelle vicinanze, allora aveva preso tra le braccia il corpo inerte e lo aveva posato con inutile delicatezza all’interno, sul lurido pavimento in cemento, aveva chiuso la porta con il lungo chiavistello ligneo posto all’esterno ed era fuggito, la mente ottenebrata dal panico. Poche ore dopo, sul volo che lo avrebbe ricondotto in America, gli venne in mente che poteva anche non averla uccisa, dopotutto, ma se nessuno l’avesse trovata o se non fosse riuscita a fuggire da quel capanno cieco sarebbe morta comunque. Cretino e incosciente che era stato! Se solo avesse potuto premere il tasto rewind e tornare alla sera prima!

Decise che al suo arrivo avrebbe chiamato il nonno e gli avrebbe spiegato tutto, e si era allora reso conto che di quella ragazza milanese, come del resto degli altri del gruppo, sapeva ben poco, in pratica ne conosceva solo il nome: Ottavia.

Atterrato a Rapid City, South Dakota, uscì dall’aeroporto e si incamminò verso la stazione degli autobus, dove vi erano delle cabine telefoniche: non vide affatto il furgone blu, il cui autista era stato colto da un colpo di sonno, e l’urto fu tremendo.

Henry Lee sopravvisse anche a questo ma dovette sottoporsi ad una lunga terapia per riacquistare la memoria e recuperare i ricordi del periodo immediatamente precedente l’incidente: quando ciò avvenne, da quella sciagurata notte era trascorso quasi un anno. Non ebbe il coraggio di raccontare il fatto né di fare delle ricerche per conoscere l’esito della vicenda, che seguitò ad angustiarlo, popolando di colpevoli rimorsi la sua solitudine: finché non arrivò il momento in cui si rese conto che se non voleva scivolare nella pazzia, doveva conoscere il finale di quella storia.

Ho udito per anni la sua voce chiamare il mio nome in certe notti senza luna, e quel flebile suono era come una minuscola, inoffensiva goccia d’acqua la cui straordinaria forza risiede nella disponibilità di tempo e nella costanza, tanto che riesce a scavare voragini nella più dura roccia calcarea.

…Henry Lee aveva avuto un lungo momento di disorientamento arrivando a  Senigallia il 24 agosto del 2007 e trovandosi immerso in quella singolare scenografia, poi aveva visto i manifesti e le locandine e si era tranquillizzato, non stava dando di matto. E tuttavia, era stato colto da uno sconcerto ben più profondo quando aveva scorto la ragazza con l’abitino bianco a grossi pois rossi, la vita sottile stretta da un’alta cintura bianca, un nastro rosso nella lucente chioma ondulata e scura. Si trovava proprio sotto il raggio di luce di un riflettore a pochi metri da lui, e quando si volse, come accorgendosi di essere osservata, lui vide quello sguardo grigio chiaro, diretto e trasparente, e si sentì mancare, tanto che dovette appoggiarsi al muro.

“…si sente bene?”,

gli disse lei avvicinandosi ed osservandolo con una certa circospezione.

“…sì, grazie…è che lei assomiglia terribilmente ad una donna che ho conosciuto qui, tanti anni fa…si chiamava Ottavia, non so nemmeno se sia ancora viva”.

Martina lo guardò, incuriosita, notando  il suo accento: di certo era americano e poteva avere pressappoco l’età della zia. Un bell’uomo, anche se un po’ sciupato, e chissà che ne pensava di questa rievocazione.

“…mia zia si chiama Ottavia e le assicuro che è decisamente viva. Anzi, eccola là. OTTAVIA!”

La donna udì il richiamo della nipote e la raggiunse con quel suo passo veloce ed elastico, e con l’ampia gonna che le svolazzava attorno alle gambe snelle, la morbida camicetta bianca con lo scollo a barca e le maniche a palloncino, il bel viso sorridente, pareva proprio una ragazza.

Quello che successe dopo non fu del tutto chiaro per Martina, ma di sicuro fu di grande effetto.

L’uomo teneva lo sguardo fisso sulla zia che avanzava, ed era sempre più pallido, le labbra socchiuse, il lungo ciuffo di sbiaditi capelli biondi che si era arreso e ricadeva scompostamente sulla fronte, la schiena e le braccia appoggiate al muro, come se temesse di cadere. La zia lo raggiunse, gli si pose dinanzi, gli piantò negli occhi uno sguardo irridente e strafottente, poi all’improvviso gli mollò un potente cazzotto su una tempia:

“Henry l’americano, che piacere rivederti. Era tanto tempo che dovevo restituirti qualcosa. Fortunatamente, il legno della porta di quella baracca era marcio”.

Gli volse le spalle e si allontanò, dritta ed altera, seguita dalle occhiate incuriosite della gente e dall’espressione sbigottita della nipote, mentre il vecchio cow boy scivolava lungo il muro e crollava seduto a terra, scosso e rigenerato da una fragorosa risata liberatoria, che si tramutò in pianto quando realizzò la sua vigliaccheria, tutti quegli anni sprecati logorandosi nel rimorso, e il suo tempo definitivamente consumato.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.
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