Salva-risparmio o salva-faccia? Difetti con annesse sorprese del decreto salva banche

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Quando fra più opzioni se ne sceglie una, quello che è fondamentale è avere chiare le finalità dell’intervento. Nel caso del decreto legge 237/2016, il c.d.Salva-Risparmio o Salva-Paschi se preferite, lo scopo è chiarissimo, addirittura messo nero su bianco: evitare liti circa la commercializzazione degli strumenti subordinati, oggetto di prossima conversione forzosa, da parte dei risparmiatori che non siano investitori istituzionali o qualificati.
Si potevano perseguire diverse finalità, per esempio quella che personalmente preferisco di contrasto al moral hazard e ai comportamenti illeciti degli intermediari finanziari, oppure un intervento di parziale rimborso con criteri severi di identificazione dei piccoli risparmiatori danneggiati a loro insaputa ma senza ingresso pubblico nel capitale della banca.
Probabilmente si è adottato questo intervento oneroso per ragioni politiche e reputazionali: come  procedere con la conversione forzosa a prezzi di mercato per un istituto che è sempre stato l’emblema dell’ingerenza politica nelle banche e di un partito in particolare?
Ma a pensar male si fa peccato, e in ogni caso la decisione è stata presa, ora urge valutarne effetti, conseguenze, pregi e virtù.

lo schiaffo all’Europa
Nei giorni pre natalizi è stato un fiorire sui giornali di articoli e commenti che inneggiavano alla lezione di flessibilità impartita al rigor mortis dell’Europa tecnocrate e burocratica.
Nulla di più falso e fuorviante. Come recita il decreto in più passaggi, la soluzione era, resta e resterà all’interno della cornice individuata dalla direttiva BRRD.
Quindi, se la Commissione non lo giudicherà aiuto di Stato nè riterrà insussistenti le condizioni prescritte dall’art.18 (5), allora si potrà ben dire che tanta flessibilità era assolutamente già prevista dalla direttiva europea.
Torneremo alla fine sulle mie riflessioni circa l’autorizzabilità dell’intervento, per ora vediamo in cosa consiste, ricordandoci che non è limitato alla sola MPS ma è un decreto valido erga omnes, comprese le banche popolari. Ingegnoso e lungimirante.
L’idea è semplice: la banca che non riesca a ricapitalizzarsi sul mercato e la cui conversione forzosa dei titoli subordinati possa creare instabilità, può chiedere l’aiuto pubblico straordinario per una ricapitalizzazione precauzionale che abbia caratteristiche di urgenza, proporzionalità e temporaneità.
La banca converte così i subordinati emessi, secondo l’ordine gerarchico già normato in BRRD e confermato dal decreto, fino a concorrenza delle necessità patrimoniali.
Quindi la banca propone in nome e per conto del Ministero delle Finanze (Mef) il riacquisto di dette azioni, limitatamente alle soli controparti non istituzionali nè qualificate, sostituendoli con obbligazioni senior con rendimento di mercato e durata paragonabile alla scadenza dei subordinati oggetto di conversione.
Lo Stato comprerà cash queste azioni nuove ad un prezzo stabilito con formula allegata al decreto in oggetto.
Per MPS lo stesso decreto prevede per la famigerata emissione subordinata Upper tier II (quella detenuta anche dai 40 mila retailers ingannati sui veri rischi assunti) una conversione a 100, cioè al valore di emissione, malgrado sia quotata 52 almeno fino a prima della sospensione delle quotazioni di tutti i titoli della banca senese.

Premio arbitrario o collusione nel misfatto?
La Rete si è scatenata sulla individuazione dei beneficiari di questa conversione della conversione, penso che il primo a lanciare l’allarme sia stato il bravissimo Mario Seminerio.
Il dubbio è sollevato dal fatto che l’unica distinzione è fatta fra investitori istituzionali e qualificati (esclusi dalla riconversione) e tutto il resto (retailers) che ne beneficiano indistintamente: quindi verrebbero ristorati arbitrariamente anche i sottoscrittori che abbiano acquistato recentemente il titolo sfruttando le basse quotazioni in attesa probabilmente del colpaccio (pur giocando con il fuoco).
Sfortunatamente hanno ragione: lo rende inevitabile la previsione per cui è necessaria

l’assenza di prestazione di servizi o attività di investimento da parte dell’Emittente (la banca, NdR) o di società del suo gruppo

Quindi saranno salvaguardati non solo i retailers oggetto di sollecitazione all’investimento (in poche parole quelli che la banca contattò per proporne la sottoscrizione il giorno dell’emissione dei subordinati) che abbiano ancora in portafoglio il titolo incriminato, ma pure coloro che lo abbiano comprato successivamente (magari via internet in nome e per conto proprio quindi senza lacci e lacciuoli MIFID) o si fossero recati presso un’altra banca a chiedere che negoziasse per conto loro l’acquisto. Questi  speculatori investitori sono tutti rimborsabili, purchè non siano andati presso una filiale MPS o società del suo gruppo.
Il decreto così fatto incentiva in maniera abnorme il moral hazard, l’assunzione di rischi eccessivi, sia da parte delle banche sia dei risparmiatori, perchè sancisce normativamente l’intervento a pioggia indiscriminato, esattamente ciò che personalmente volevo evitare.

Però, una precisazione va fatta relativamente al prezzo di riacquisto di queste azioni, e lì sono sicuro ci saranno sorprese.
L’art.. 19 (2) lett.c) dice che le nuove azioni rivenienti dalla conversione forzosa (suppongo al valore di mercato al momento della conversione) vengano successivamente ricomprate ad un altro prezzo stabilito nell’allegato al decreto.
Vi risparmio la formuletta, ma è facile intuire che il prezzo risultante può essere anche inferiore alla quotazione del titolo, tutto dipende dall’entità dell’aumento di capitale. Unico dubbio riguarda il valore del coefficente di ponderazione k stabilito (arbitrariamente?) pari al 10%, livello la cui scelta ci è ignota.
In poche parole, il burden sharing tanto temuto e tanto osteggiato, potrebbe ripresentarsi sotto forma di un prezzo di riacquisto inferiore all’attuale quotazione con buona pace della reclame sul Salva-Risparmio.


Paradossalmente tanto più una banca è disastrata e trasmette ai mercati segnali di criticità e irrealizzabilità dei piani di rilancio, tanto più le quotazioni scendono e sale la necessità di ricapitalizzazione, quindi diventa maggiormente probabile che la formula restituisca un valore negativo. In tal caso nessuna paura: semplicemente k assume valore nullo e il prezzo di riacquisto da parte dello Stato torna magicamente al valore attuale: per quanto basso sarà semore meglio di nulla. Quindi altro moral hazard, altro premio per istituti decotti, salvati con soldi pubblici, il cui misselling è stemperato dai contribuenti tanto più danni hanno fatto.
Il caso di MPS sarà emblematico: il ristoro sarà con ogni probabilità integrale, ma se avessimo il caso di una banca meno malandata, paradossalmente si presenterà il conto ai bondholders. Una cosa surreale: un burden sharing mascherato dentro il bail out mascherato da bail in.

Se, come si legge altrove, il ristoro sarà fatto a prezzi di carico, lonstimolo al moral hazard sarà comunque un fatto: comprare a 60 con la possibilità di arrivare a 100 o, nel peggiore dei casi, vedersi restituire i 60 dallo Stato diventerebbe una scommessa che solo uno stupido non farebbe…

Ciò che è profondo ama la maschera

Scriveva Nietzche. Nulla di più vero e attuale.
https://nunziaiello.files.wordpress.com/2015/02/maschere-dal-web.jpg
Analogo biasimo lo riservo ai commi che sanciscono testualmente lo scopo di evitare liti circa la vendita dei subordinati: Alieno Gentile ha obiettato che questa operazione possa prestare il fianco a dubbi di collusione dello Stato nella vendita illecita di strumenti finanziari rischiosi a risparmiatori inconsapevoli oggetto di profilature MIFID adulterate.
E’ vero che la banca deve fare pubblico annuncio di aver venduto male quei titoli per poter accedere a tutto l’iter descritto, però nessuna sanzione è prevista. Un colpo di spugna e via!
Il grosso rimpianto è proprio la clamorosa assenza di qualsivoglia intervento a livello di maggior Vigilanza e/o di azioni di responsabilità per dirigenti, funzionari, quadri e pure impiegati che si fossero resi colpevoli del misselling.
Sono odiato dai sindacati quando faccio certe affermazioni, ma alla pari di quanto (giustamente) accaduto in Etruria&Co, sono convinto che solo una chiara e forte azione di responsabilità civile o penale nei confronti dei dipendenti bancari di qualsiasi livello possa mettere finalmente fine a pratiche commerciali e motivazionali illecite e inappropriate. E analoga cosa dicasi per la Vigilanza.

Le forche caudine
Visti gli allettanti pregi dell’intervento pubblico come sopra descritto, passiamo quindi alle perplessità sulla possibilità che passi l’autorizzazione di Bruxelles.
Una prima obiezione che viene in mente è di carattere generale: il decreto, pur formalmente coerente con la normativa europea, la elude nello spirito allorchè riesce a impiegare non pochi soldi pubblici in una operazione di bail out mascherato attraverso un bail in a (possibile) premio per i bondholders.

Probabilmente un problema più grosso Roma potrà averlo invece con il concetto di pari passu in quanto la direttiva BRRD prevede uguale trattamento per ogni sottoscrittore di subordinati mentre il decreto legge Salva-Risparmi fa distinzioni non previste e probabilmente non autorizzabili.
Una possibile soluzione del problema  potrebbe venire da quanto previsto dalla stessa BRRD, laddove dice che differenze nel trattamento dei creditori siano giustificate dal pubblico interesse e proporzionate al rischio sostenuto (di effetti negativi sulla stabilità finanziaria).
L’argomento e le relative motivazioni sono sufficientemente sfuggenti, ambigue e discrezionale da rasentare l’arbitrarietà. Aspettiamo e vedremo cosa la Commissione deciderà.

Ultimo scoglio da superare sarà la sussistenza delle condizioni previste dall’art.18 (5) del decreto che rimanda esplicitamente all’art.32 (4) lett. iii) della BRRD. Ve lo posto così potete apprezzarne anche la scrittura involuta.

art-32

L’attuabilità del salvataggio prevede che la banca non presenti un deficit di liquidità tale da non poter far fronte alle scadenze dei prestiti da essa assunti, nè al momento dell’intervento pubblico nè nel futuro immediato. Questa precondizione sembra venir meno ricordando che la Banca Centrale Europea negò l’autorizzazione a rinviare la scadenza della deadline per la ricapitalizzazione proprio per le paure sulla capacità di rimborso di un titolo in scadenza a fine dicembre 2016 e un’altro a gennaio 2017, alla luce anche della significativa emoraggia di depositi da settembre ad oggi.
Sono proprio curioso di sapere se le forti ragioni del mancato rinvio della scadenza verranno ora ridotte a blande inadeguatezze di cassa. Anche qui aspettiamo e vediamo.

Post scriptum
Nella tarda serata di ieri è filtrata da MPS la notizia che la BCE ha chiesto una ricapitalizzazione maggiore di quanto finora calcolato. 8,8 miliardi e non più 5, per mettere in sicurezza in maniera certa la banca.
Questa notizia è stata ripresa stamattina dai giornali e sul Sole24Ore leggo un articolo di Marco Ferrando che stima che l’impegno del Governo nell’aumento di capitale passerà da 1 miliardo (5-4 di convertendo) a 5 miliardi circa (9-4).
Temo si facciano i conti senza l’oste: l’intervento dello Stato nella ricapitalizzazione deve essere minoritario altrimenti che burden sharing è?
Poi che il decreto preveda i giri di valzer di riacquisti di azioni, emissione di bond senior e reingresso dello stato questi sono altri discorsi.
Temo che ora l’operazione si complichi e altri subordinati debbano entrare nel giro di conversioni.
La partita ho paura che si farà difficile dura specie se per la norma del pari passu altri retailers saranno toccati e chiederanno giustamente parità di trattamento e rimborso da parte dello Stato-contribuenti.

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