Sanguina Ancora, la ferita della letteratura russa nel nostro animo

sanguina ancora

Il libro di oggi rappresenta un po’ la chiusura di un cerchio, il compimento di un piccolo, ma speriamo significativo, percorso nella Russia e nella sua letteratura: avevamo iniziato con due colossi, Nabokov che racconta Gogol’, avevamo poi incontrato Bulgakov e la sua storia tormentata dentro la Russia della rivoluzione, per poi fare una digressione sulla controversa figura di Eduard Limonov, raccontata da Emmanuel Carrère, che ha attraversato la seconda metà del ventesimo secolo e i cambiamenti della Russia, dandoci certamente molto del suo contesto sociale, politico e culturale.

Oggi, come dicevamo, c’è un libro che ci consente di nuovo di toccare un po’ tutti questi aspetti: si tratta di Sanguina Ancora (Mondadori, 2021, pag. 286, Euro 18,50) di Paolo Nori (Parma, 1963) scrittore, traduttore e docente di letteratura russa.

Un buon modo per avvicinarci a questo bellissimo libro è maneggiarlo, annotare come è fatto, cosa c’è scritto sulla sua copertina: ci sono infatti scritte tre cose su cui crediamo debba concentrarsi il nostro tentativo di raccontarvi che libro è questo, e perché valga la pena leggerlo.

Cos’è che “sanguina ancora”?

Partiamo dal titolo. Cosa c’entra la letteratura? Il libro in effetti si presenta proprio con una copertina rosso sangue, con tante immagini stilizzate del protagonista assoluto di questa storia: Fedor Michajlovic Dostoevskij (1821-1881). E l’incipit è chiaro in relazione a cosa vuol fare l’autore:

“Che senso ha, oggi, nel 2021, leggere Dostoevskij?”.

Per rispondere egli cita una domanda che si fa Raskol’nikov in Delitto e Castigo:

“Ma io, sono come un insetto o sono come Napoleone?”.

Questa domanda sull’enorme varietà di cose che possiamo essere noi essere umani, ci racconta Nori, lo insegue da quando aveva sedici anni e lesse per la prima volta il grande romanzo di Dostoevskij: un ferita che sanguina ancora, di cui ancora oggi egli cerca di dare una risposta, come quella che prova a fornire in questo libro.

La seconda cosa che troviamo scritta sul libro dalla copertina rossa è: “l’incredibile vita di Fedor M. Dostoevskij”; quindi è una biografia, e lo avevamo già capito, però va aggiunto qualcosa a chi si approccia alla lettura di questo libro poiché nel seguire la vita del grande scrittore, noi incontriamo tanto altro.

Innanzitutto, impariamo che la letteratura russa nasce nell’800: Brodskij affermò che nacque negli anni Venti dell’Ottocento e poi, in trent’anni, aveva già raggiunto il resto della letteratura europea; in diversi contributi presenti in rete, ad esempio questa conferenza a Bergamo del 2019, Nori ci spiega bene perché accade questo: nel Settecento i russi dell’élite parlavano francese, e il russo era il linguaggio del popolo, peraltro costituito in gran parte da servi della gleba; quindi invece di accadere quello che accadde ad esempio con Dante, dove l’élite fa scendere la lingua verso il popolo, in Russia accade il contrario: è il popolo che a un certo punto afferma il suo modo di esprimersi, anche nelle arti letterarie; ed è questa anche la spiegazione della grandissima diffusione della letteratura, e del grande rispetto e timore, quasi religiosi, per i poeti ed i narratori in questa società.

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E’ in questo percorso che il libro ci fa conoscere, intorno al filone centrale della vita di Dostoevskij, nato nel 1821, tanti altri autori, da Puskin (nato nel 1799), che è stato il “Dante” russo e ha dato inizio alla letteratura russa, a Gogol’ (1809) e Goncarov (1812) e poi Tolstoj (1854), per arrivare a Bulgakov e Nabokov (1891 e 1899), fino a Erofeev (1938), per Nori l’ultimo esponente della letteratura russa (che per lui finisce nel 1991).

Intorno allo scorrere della vita di Dostoevskij, così, l’autore ci presenta via via molti altri personaggi, e lo fa creando interessantissimi paralleli, incroci di storie, collegamenti: Paolo Nori ha il pregio di mettere in relazione tutti costoro, e molti altri, svolgendo il nastro del modo con cui hanno prima creato e poi fatto crescere la grande produzione letteraria dell’Ottocento russo.

Questa cosa, Nori la fa con uno stile tutto suo, che dialoga spesso col lettore, con una punteggiatura sincopata da molte virgole, con un incedere spigliato, quasi sbarazzino, pieno di annotazioni argute, interessanti, talvolta ironiche, talaltra dissacranti, e di aneddoti dall’attualità di oggi o presi dal grande crogiolo di personalità di questo ambiente storico: si racconta ad esempio di quando Gogol’ legge a Puskin la prima stesura di Anime Morte e Puskin, invece di mettersi a ridere come faceva di solito, esclama:

“Com’è triste la nostra Russia”

Ecco invece come Dostoevskij descrive i critici:

“Invecchiando, ottenuti un paio di posti, questi letterati, senza aver fatto niente, si mettono a pensare alla gloria, e allora diventano molto permalosi e intransigenti. Questo li fa sembrare ridicoli e manca pochissimo che si trasformino in perfetti coglioni”.

Avvincenti come un romanzo (ci arriveremo presto) sono anche le narrazioni di due fasi cruciali della vita di Dostoevskij: i fatti che portarono alla sua condanna a morte nel 1847 (poi teatralmente sospesa quando lui era già sul patibolo e tramutata in “soli” 10 anni di lavori forzati, solo per aver partecipato ad un circolo letterario – il circolo Petrasevskij – in cui si dava spazio a pagine di critici), e le vicende dissolute che portarono il grande romanziere a stordirsi nel gioco nel 1867 e a perdere tutto quel che aveva in giro per i casinò dell’Europa orientale.

Veniamo infine alla terza cosa che è scritta sulla copertina rossa di Sanguina Ancora: c’è scritto “romanzo”. E, se notate, noi finora lo abbiamo chiamato libro, testo, proprio per lasciare in fondo questa ulteriore, dichiamo così, rivelazione. Come fa un libro che parla di scrittori russi (veri) e della loro (vera) produzione letteraria, delle loro (vere) vicende personali, dei loro rapporti con i critici, della vita rocambolesca di uno di loro, Fedor M. Dostoevskij, ad essere un romanzo?

Vediamo un attimo di indagare questo punto, che ci pare non secondario: ovviamente l’autore fa una narrazione di fatti, è una biografia, ci sono degli apparati critici, dei brani, può apparire anche un’antologia; Nori però, come abbiamo detto, allarga la visuale, racconta, collega, interpreta, fa il contrappunto, interviene personalmente con la propria, di vite. E, infatti, questo libro è anche un memoir, perché dopo averlo letto, a noi, Paolo Nori, pare di conoscerlo, nelle sue peregrinazioni fra Casalecchio di Reno e Parma, e da qui in varie città per i suoi corsi e le sue lezioni, e ogni volta che può in Russia, dove pare ritrovare se stesso.

Ci racconta della moglie “Togliatti” e della figlia “Battaglia”, e di lui che a un certo punto fa un incidente, viene dato per morto dai giornali e ci dice:

“è stato interessantissimo essere morto, quando, in ospedale, ho saputo di esserlo (o, perlomeno, di esserlo stato)”.

Eccolo che chiosa sulla figura dello stakeholder:

“Adesso io, stakeholders, allora, non l’avevo mai sentita, non sapevo cosa volesse dire e gliel’ho chiesto e lui me l’ha spiegato ma io non ho mica capito tanto bene, e ancora adesso, questa parola stakeholders, non so, se mi chiedessero se voi, che leggete questo libro, siete degli stakeholders, io non saprei rispondere, siete degli stakeholders?”

Lui che ci dà questa ferale notizia, intanto che leggiamo:

“Fino a che età si può essere orfani?

Mi è sempre sembrato che quelli che lamentavano la propria orfanità al di sopra dei quarant’anni fossero ridicoli. Ecco, io ne avevo cinquantasette, e quest’anno, 2020, intanto che sto scrivendo questo romanzo, è morta mia mamma.”

Anche l’autore, a pagina 208, si chiede se il suo sia un romanzo: non sappiamo, noi delle Letture Inclinate, se possa davvero interessare qualcosa, ma noi diciamo pure che sì, lo è: è un romanzo perché cerca di entrare dentro di noi, di farci capire come interpretare i pezzi della nostra vita, di comprenderla meglio: lo fa attraverso la “buona letteratura”, come dice Vargas Llosa, e questo non è poco.

E comunque, a parte questo, questa è la splendida definizione di romanzo che dà Paolo Nori, che da sola vale tutto il libro:

“…il romanzo è, sempre, dalla parte del torto. Non nasce nelle corti, nasce nelle piazze dei saltimbanchi, nelle case dei malati, dei cialtroni, degli zingari, dei ladri, dei truffatori, dei briganti, dei meridionali, degli italiani, dei mostri, degli idioti.”

Sarebbe certamente piaciuta anche a sua maestà, Fedor Dostoevskij.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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