Sarah Crossan, un romanzo in versi sulle nostre inquietudini

Sarah Crossan

Su La Lettura n. 511 del 12 settembre scorso, un titolo piuttosto accattivante ha attirato l’attenzione delle #LettureInclinate:

“Il ritmo degli amori veri chiede ai romanzi di parlare in versi”,

con un pezzo di Giulia Ziino sul romanzo di cui trattiamo oggi.

Prima però qualcosa sull’autrice, una giovane irlandese, Sarah Crossan (1981), nata a Dublino, formatasi a Cambridge, vita fra Londra e New York, insegnante di scrittura creativa e autrice di storie per ragazzi, ora al suo debutto nella narrativa per adulti.

Troviamo su di lei in rete diversi contributi, fra cui questi sette minuti di apparizione all’Hay Festival del 2017, dove Crossan dà mostra di avere, oltre alle doti letterarie di cui parleremo, anche delle qualità di presenza scenica ed attoriale non indifferenti; in questo monologo, Sarah ci racconta il perché è diventata una narratrice: ci dice che da piccola, nella “enorme” famiglia irlandese da cui proviene, dove tutti parlavano in maniera piuttosto chiassosa, lei aveva deciso di stare “zitta e buona”, per attirare l’attenzione:

“ho pensato che qualcuno mi avrebbe chiesto come sto, perché stavo zitta”

ma, nel lungo viaggio da Londra alla contea irlandese dove erano diretti, niente di tutto questo è successo, è stata ignorata e allora ha pensato che, al contrario, l’unico modo per essere notata era urlare e conversare, possibilmente ad alta voce, con gli altri.

Ecco allora, come Crossan trova la sua vocazione, lo story-telling, raccontare storie, come effettivamente ha fatto.

IL LIBRO

Il libro di oggi è Vero e Mio e Segreto e Doloroso (Mondadori, 2021, pag.226, Euro 19); il titolo originale sarebbe “Here is the Beehive”, ma forse il titolo italiano è più confacente con il sottotitolo (“un romanzo in versi”), ed infatti si tratta di uno dei versi del romanzo, riferito al vero protagonista di questa storia: un amore.

Questo, quindi, non è un romanzo in prosa, ma in versi, con una scrittura spezzettata, con rapide pennellate, singulti, lampi, emozioni isolate, sensazioni di un momento; in questa dichiarazione è proprio l’autrice che lo spiega, paragonando il romanzo in prosa ad un film e il romanzo in versi ad un collage di istantanee, e chiarendo che l’obiettivo è anche quello di coinvolgere maggiormente il lettore, lasciando spazi nella pagina, rendendo più accessibile, meno pesante, la lettura.

Certamente, parlare di romanzo in versi ci fa pensare alla poesia, alle rime, alla cadenza ordinata di strofe (come fu l’Evgenj Onegin di Puskin, siamo nel 1833), ma Crossan, lo dice nel contributo ora ricordato, non vuol fare nulla di tutto questo: vuole solo fornirci un diverso stile narrativo, una modalità di lettura diversa, certamente più rapida e scorrevole, ma non per questo meno emozionante, anzi.

Ecco, allora torniamo al titolo de La Lettura, con il quale siamo partiti: questo romanzo parla di amore. E di tradimento, di famiglia, di figli, di incomunicabilità. Un classico. Victor Sklovskij (1893-1984)* proprio a proposito dell’Onegin di Puskin ebbe ad argomentare:

“La descrizione di un amore felice e corrisposto non crea un romanzo, o anche se lo crea, ciò è soltanto perché la si percepisce sullo sfondo tradizionale delle descrizioni di un amore ostacolato”.

Ecco, siamo in tema: Crossan racconta di Ana, avvocato che si occupa di successioni, di esecuzioni testamentarie, alla quale viene detto di occuparsi delle ultime volontà di Connor, del quale apprende – così, sul video di un computer – della morte; il fatto è che, dopo aver steso il testamento di Connor, fra i due era nata una storia d’amore clandestina e ora Ana quindi si trova ad affrontare la morte del suo amore, “vero mio segreto e doloroso”, a dover conoscere e frequentare la moglie Rebecca, a entrare nel mondo di lui, che conosceva solo in parte.

Lo stile, i famosi versi, sono una forma narrativa solo apparentemente disarticolata, che invece ci consente di entrare a poco a poco nella vita di Ana; solo dopo un po’ scopriamo che è sposata anche lei, e dopo parecchio che ha due figli piccoli, quasi a far finta che questo possa apparire un dettaglio inutile, ai fini della nostra storia, di quel succedersi di momenti, di istantanee. Ma così non è, ovviamente, e scopriamo a poco a poco tutto quello che serve a farci entrare in questa vicenda: il clima non facile nello studio legale, la difficoltà di Ana nel gestire la vita e il suo dolore, i ricordi della sua tormentata storia d’amore, resi dall’autrice con dei flash-back e con il rivolgersi, solo a Connor, con la forma diretta: “tu”.

L’abbandono della prosa, come dicevamo, rende la narrazione un po’ spigolosa, scostante, ma la storia scorre vibrante via sotto i nostri occhi e si arricchisce continuamente di nuove sfumature allargandosi come i cerchi nell’acqua; già l’incipit ci fa tornare ai russi, quasi come fosse un collegamento facile, istintivo:

“L’unica via

d’uscita

adesso

è tenersi occupati,

così ho preso a prestito Anna Karenina

da mia madre e non

cederò al pianto

finchè non l’avrò letto tutto.

 

Due volte”,

E inoltre, il fatto che la storia sia scritta in versi non la rende meno dolorosa, profonda, cruda, schietta fino al cinismo:

“Il resto?

intendevi come mi piegavi i vestiti

dopo che avevamo fatto l’amore,

mentro io ero in bagno

appendendo tutto allo schienale di una sedia

in modo che io non dovessi

ravanare tra i vestiti sul pavimento

come una puttana

in cerca delle mie mutande umide?”

Arriviamo quindi in fondo a questa storia dolorosa e profonda, che si arricchisce via via di personaggi: la sorella di Ana, Nora, la sua collega ed amica, la scapestrata Tanya, il rapporto fra Ana e Rebecca, due donne che vivono la perdita di un uomo in maniera diversa e che ovviamente ora devono frequentarsi, Mark, l’amico di Connor, l’unico che sapeva, Paul, il marito di Ana, i suoi figli Jon e Ruth.

Ma forse, se dovessimo dire chi sono i veri protagonisti di questa storia, dovremmo dire, di nuovo, come così spesso ci è capitato nella nostra rubrica, che siamo noi, donne e uomini della nostra generazione: siamo noi, con i nostri sentimenti e i difficili rapporti che intrecciamo nella nostra vita così complicata, nelle nostre famiglie, luogo spesso dell’incomprensione, sul lavoro, nelle nostre città convulse, complicate.

Con coraggio Sarah Crossan ci accompagna in questo viaggio non facile: attenzione, potreste uscirne a pezzi.

 

*non possiamo esimerci dal consigliare, di Sklovskij, uno splendido romanzo del 1924: Zoo e lettere non d’amore (Marsilio, 2002-2021), romanzo epistolare, in cui la protagonista (che guarda caso si chiama anche lei Ana), prega il suo spasimante di non parlarle d’amore: “Mio caro, mio amato. Non scrivermi d’amore. Non devi. Io sono molto stanca”
Lui allora le scrive d’amore, ma senza parlare d’amore. In che modo, scopritelo voi.

 

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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