Scene da un matrimonio

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Prima o poi arriva quel giorno di settembre in cui, dopo una notte di pioggia fine e tenace Milano si risveglia sotto un cielo triste e scorbutico.

Occorre prendere atto che l’estate è finita, che quell’entusiasmo sotterraneo con il quale si riponevano chissà quali aspettative nei mesi estivi va rinchiuso nella parte alta dell’armadio insieme agli abiti leggeri. L’orizzonte, sempre il medesimo di prima, si sta richiudendo, e presto sarà di nuovo nebbia, umida e ottenebrante.

Anche se era ancora buio, bastava già guardar fuori dalla finestra e scorgere l’asfalto luccicante d’acqua per sentire che l’umore inacidiva e irrancidiva, virando inesorabilmente verso un pessimismo inappellabile e plumbeo. E difatti, non erano nemmeno le sei e quel lunedì mattina squillava già il telefono, il che non era mai un buon segno.

“…scusi tanto, Commissario Saronni, è che ci sarebbero due morti ammazzati a Vialba…”

“…Lombardi, ci sarebbero o ci sono?”

Non era una speranza, aveva solo voglia di attaccar briga:

“…no, ci sono, Commissario…”

“Hai avvisato Patané?”

“…ma il Vice Commissario stamattina alle undici si sposa…”.

Il Commissario Saronni aveva levato gli occhi al cielo che assisteva adamantino e indifferente alle umane tragedie, ed aveva concluso tra sé che, come volevasi dimostrare, era ancora mattina presto ma la giornata si presentava già guasta e maleolente come un formaggino scaduto.

Senza più profferir parola, si era preparato velocemente, aveva mugugnato una specie di saluto alla moglie, la quale dopo venticinque anni di matrimonio dinanzi a un simile sfoggio di bellicoso malumore si defilava con discrezione e con tranquilla noncuranza, ed era uscito di casa dirigendosi in via Val Trompia, dove aveva trovato l’Ispettore Rovelli che lo aspettava davanti all’ingresso del civico numero 29.

Ai confini con il rione di Quarto Oggiaro, via Val Trompia è una strada abbastanza tranquilla percorsa su di un lato da portici che ospitano varie tipologie di esercizi commerciali e sulla quale si affacciano dei palazzi bassi di aspetto assai più gradevole rispetto alle schiere di casermoni del quartiere limitrofo: appartenevano al lotto della gestione Gescal Ina Case, ed erano stati edificati negli anni ’50 avendo come modello di riferimento i piccoli borghi autonomi tipici dell’edilizia popolare inglese.

Mentre salivano, l’Ispettore Rovelli lo aveva aggiornato:

“La segnalazione ricevuta dall’agente Lombardi è stata fatta dal vicino di pianerottolo, che gestisce un’edicola in Largo Boccioni e quando è uscito di casa poco dopo le cinque si è accorto che l’uscio di casa dei vicini era socchiuso. Ha provato a chiamarli e poi è entrato, e ha trovato questo”.

“Questo” era rappresentato da un tinello ordinato e dignitosamente arredato con le tapparelle ancora abbassate. La luce del lampadario illuminava due sedie nel centro della stanza sulle quali giacevano i cadaveri di un uomo e di una donna apparentemente sulla settantina, legati mani e piedi ed imbavagliati. A prima vista presentavano segni di violente percosse ed entrambi avevano profondi segni sul collo che suggerivano lo strangolamento con un laccio di qualche tipo.

Mentre aspettavano l’arrivo dei tecnici della Divisione Scientifica e del Magistrato di turno, con il tacito augurio che non toccasse al solito ometto segaligno e incazzoso a prescindere, il Commissario e l’Ispettore incominciarono a raccogliere qualche informazione. Aldo Bianchi, di anni 71, e Franca Fugazza in Bianchi, di anni 70. Gente riservata che stava lì da anni, brave persone. Lei casalinga, lui proprietario di una piccola ferramenta in via Varesina, miracolosamente sopravvissuta alla pulizia etnica dei centri commerciali. Un’unica figlia, Marina, non abitava con i genitori ed i vicini non la vedevano da molto tempo, forse era all’estero e nessuno sapeva dove rintracciarla.

Bianchi. Quel cognome, peraltro tanto comune a Milano, all’Ispettore Rovelli rammentava qualcosa che però non riusciva a far riaffiorare.

Continuò a pensarci mentre interrogavano gli altri abitanti della scala che non avevano visto né sentito alcunché di sospetto la sera prima, mentre i due agenti della Scientifica cercavano invano impronte o reperti utili. Il medico legale, salvo improbabili sorprese che avrebbero potuto emergere dal successivo esame autoptico, collocava il decesso dei due poveretti tra le ventuno e le ventidue stabilendo che la causa era lo strangolamento, perpetrato  con l’utilizzo di un filo sottile e liscio, tipo un comunissimo filo elettrico, e confermava pure che ematomi e probabili fratture multiple denunciavano un pestaggio lucidamente metodico.

Erano ormai le undici passate e l’Ispettore Rovelli stava pensando che non avrebbero fatto in tempo ad assistere alla celebrazione del matrimonio del Vice Commissario, che si sarebbe svolta a Villa Scheibler con rito civile. Fu allora che si batté una mano sulla fronte:

“Ma certo, Marina Bianchi! Commissario, è una ex compagna di scuola del Patané che nel 2009 ammazzò il marito, Simone Lupi, un delinquente che curavamo da un po’ e che la picchiava regolarmente. A quell’epoca il Commissario era Pozzi ma ricordo che intervenne sul posto proprio il Patané: alla ragazza comunque fu riconosciuta la legittima difesa”.

“Mi pare improbabile una vendetta da parte di familiari o accoliti del Lupi, dopo tanti anni. Comunque, tira fuori l’incartamento, da qualche parte dovremo pur cominciare. Dai, facciamo un salto a Villa Scheibler che è qui a due passi, magari riusciamo almeno a salutare gli sposi”.

Nel corso del fine settimana, mentre Mariateresa era occupata con l’estetista, la parrucchiera  e chissà che altro, il Vice Commissario Alberto Patané si era dedicato alla riorganizzazione dell’appartamento: dato che era più grande di quello della fidanzata, che comunque era in affitto, dopo il matrimonio avrebbero vissuto lì, a fianco del Ponte della Ghisolfa.

In realtà la riorganizzazione degli ambienti di casa sua era in corso già da qualche tempo: era stata una sorta di rivoluzione morbida messa in atto da Mariateresa, la quale aveva preso a fermarsi da lui sempre più sovente, impegnando stabilmente porzioni di quello che era stato il suo spazio esclusivo. A ben pensarci, l’occupazione della vita altrui incomincia sempre da un innocuo spazzolino da denti lasciato (quasi dimenticato) sulla mensola del bagno.

Lui, figlio unico e geloso come un orso del suo territorio, se ne era accorto e l’aveva lasciata fare perché quell’invisibile presenza placava la sua malinconica irrequietezza. Le aveva consentito di insinuarsi nelle pieghe della sua solitudine e lei lo aveva fatto con quel garbo discreto e intelligente che era la sua caratteristica peculiare. Da quando avevano fissato la data delle nozze, doveva ammettere che le cose gli erano un po’ sfuggite di mano: sua madre, la sua fidanzata e la consuocera erano entrate in una sorta di costante fibrillazione dalla quale lui, suo padre ed il consuocero si erano sottratti con virile e scocciata determinazione.

Ed era giunta infine quell’ultima notte da scapolo. Il Vice Commissario Alberto Patané si guardava attorno con l’animo percorso da un turbamento sottile, oscillante tra la nostalgia per qualcosa che stava perdendo e un’irrefrenabile, fanciullesca contentezza.

Are you the one that I’ve been waiting for?, chiedeva la voce di Nick Cave, risalendo da ignote, incommensurabili profondità: sei tu quella che stavo aspettando? Era sprofondato nell’avvallamento compiacente del divano cercando per l’ennesima volta la risposta, (sarà l’ultima volta che dormo vestito sul divano, immerso nella mia musica) ma il lento scivolare nel simbolico abbraccio di quell’ultima notte era stato interrotto dallo squillo del telefono, inopportuno e disturbante. “Numero sconosciuto”, informava il display del cellulare: ma lo sventurato rispose.

“Nessuno lo cercherà, nessuno sentirà la sua mancanza”, aveva pensato Marina puntando la lunga canna della B&T VP9 silenziata alla tempia del marinaio della Louisiana. Aveva aumentato la pressione a poco a poco, fino a quando un oscuro istinto aveva richiamato dal sonno l’uomo, che aveva spalancato di colpo gli occhi: allora, aveva premuto il grilletto.

Uno schiocco lieve, e  si era spento senza un lamento, ma certo aveva fatto in tempo a capire. Lei aveva osservato il fiore rosso dagli orli anneriti sulla sua tempia, poi aveva chiuso gli occhi per trattenere ancora per un momento l’inebriante sensazione di potenza.

Una volta rivestita, si era aggirata per lo squallido appartamentino dove il marinaio viveva quando si fermava a Marsiglia tra un viaggio e l’altro, per cancellare accuratamente qualsiasi impronta. Dopo quella prima volta nella pensione al Vieux Port, i loro convegni erano avvenuti lì, e in quel vicolo buio non avevano mai incontrato nessuno. Una piccola valigia infilata sotto il letto l’aveva incuriosita: era piuttosto pesante e chiusa con una serratura di sicurezza, il che le era sembrato strano, così aveva armeggiato con un coltello fino a quando non era riuscita a far saltare una cerniera. Era rimasta per qualche istante senza fiato, poi aveva incominciato a contare. Si era fermata a 100.000 euro, e dovevano essere almeno il doppio; si era anche resa conto di non sapere nulla di quell’individuo, ma aveva deciso di prendere i soldi e pianificare la fuga in un posto lontano,

Mancava poco all’alba quando si era accorta di non avere più la tessera del supermercato dove era solita fare la spesa, che riportava nome, cognome e indirizzo: si era rammentata di averla lasciata nella tasca posteriore dei jeans, poteva essersi sfilata. Era tornata di corsa a casa del marinaio; il vicolo era deserto e silenzioso, l’appartamento vuoto, il letto senza lenzuola. Del cadavere non vi era traccia, né tantomeno di quella maledetta tessera.

Fatti velocemente i bagagli era partita alla volta di Milano, mentre il proprietario del bar dove lavorava, destreggiandosi a fatica tra un pastis e un cappuccino, smadonnava a causa di quella stronza che non s’era presentata al lavoro senza neppure avere la decenza di avvisare.

Giunta a Milano aveva vagato per la città per tutto il giorno in preda ad uno stato di esagitazione: la somma che aveva trovato in quel tugurio faceva supporre che l’uomo fosse legato a qualche traffico losco, e chi aveva fatto sparire il cadavere evidentemente sapeva dei soldi, e voleva cercarli senza la polizia tra i piedi. E se aveva trovato in casa quella tessera, sapeva anche il suo nome.

Aveva infine deciso che sarebbe passata dai suoi per salutarli, senza dir loro che si trattava di un addio, ma giunta in via Val Trompia aveva subito notato la Peugeot nera con targa francese ferma in doppia fila davanti al numero 29, con il motore acceso. Erano le 21,30. Era rimasta chiusa in auto con le mani aggrappate al sedile ed i pensieri totalmente fuori controllo, fino a quando non aveva visto due uomini robusti uscire dal portone a passo svelto e salire sulla Peugeot, che era partita immediatamente. Dopo qualche istante di attesa, era salita in casa.

Dinanzi ai cadaveri dei genitori, frammenti di ricordi schizzavano disordinatamente nella sua mente, intrecciandosi in un groviglio inestricabile. Era uscita poco dopo in punta di piedi; nell’animo svuotato solo paura e rabbia. Qualche ora dopo, mentre vagava per la città ignara e dormiente, le era balenata un’idea, e vi si era aggrappata.

“Alberto? Sono Marina, scusa per l’ora, ti disturbo?”

“…in realtà dormivo, domani mattina mi sposo e…”

“…ora capisco perché non hai mai risposto alle mie telefonate. Ascolta, ho bisogno del tuo aiuto, mi puoi raggiungere al negozio di papà, in via Varesina?”

“…”

“Alberto, ti prego. Ne va della mia vita”.

Marina, il giorno in cui varcò la soglia di quell’aula al Volta guardandosi attorno con lo sguardo azzurro limpido e sfrontato, e andò a sedersi accanto a lui. I pomeriggi sui libri, le dita affusolate cariche di anellini d’argento tra i suoi capelli troppo ricci; le sue storie, che ascoltava soffrendo in silenzio, perché l’amava e non glielo aveva mai detto. Il suo primo amore. Poi, tanti anni dopo, quell’incontro fuori dall’Ospedale Sacco, il suo volto pesto e tumefatto; l’amore sul vecchio divano in via Padova, l’insostenibile dolcezza di un implicito addio. La pistola fumante, e suo marito steso a terra. Allora non aveva voluto il suo aiuto, ora lo stava chiedendo.

“…va bene, arrivo”.

Il grigiore compatto del cielo si stava sfaldando, e squarci di azzurro si guadagnavano velocemente spazio mentre un tiepido sole rischiarava la bella corte centrale di Villa Scheibler Simonetta, risalente alla seconda metà del 1400 e recuperata agli antichi splendori dopo decenni di incuria e di desolante degrado. Il complesso, con il parco per un certo periodo adibito a vivaio comunale, insiste sul territorio di Vialba ma via Orsini, al pari di via Val Trompia, confina e si amalgama con Quarto Oggiaro, e dall’imponente opera di riqualificazione hanno indubbiamente tratto vantaggio entrambi i rioni. Per Quarto in particolare il restauro ultimato nel 2006 della Villa e del Parco, a lungo rifugio prediletto dei tossici della zona, ha rappresentato il vanto e l’orgoglio di una periferia che cerca di risanarsi nel profondo del tessuto sociale: per ciò Mariateresa, nata e cresciuta in quel contesto, aveva insistito per sposarsi a Villa Scheibler.

Quella mattina si era alzata dopo una notte agitata, e si era preparata assistita da zia Cecilia, sorella minore della madre e sua testimone di nozze, sforzandosi di ignorare la sottile inquietudine che si era insinuata nel suo animo fin dal risveglio. Alle undici meno venti, circondata dall’insopportabile chiacchiericcio dei suoi genitori, di quelli del Vice Commissario, della zia e del Giacometti, testimone dello sposo, l’indefinibile apprensione si era ormai gonfiata fino a divenire agitazione.

Il Commissario Saronni e l’Ispettore Rovelli osservavano perplessi il gruppetto di persone ferme davanti al cancello della Villa: erano le undici e venti, e lo sposo non si vedeva.

Mariateresa era andata loro incontro e scordandosi del tutto di salutarli aveva mormorato, guardandoli con i liquidi occhi da cerbiatta incupiti dalla preoccupazione:

“…non risponde al telefono, gli è successo qualcosa. Ne sono certa”,

mentre il Giacometti, affiancandola protettivo, assentiva vigorosamente con il capo, anche se un piccolo dubbio in verità ce l’aveva.

Marina aveva fatto entrare il Vice Commissario nel minuscolo retrobottega del negozio di ferramenta – un bugigattolo attrezzato con scaffalature metalliche ricolme di scatole di merci e una pesante tenda al fondo che celava water e lavandino – e si erano seduti su due vecchi sgabelli.

La voce bassa e stanca della donna narrava la versione della storia che aveva elaborato: la relazione con il  marinaio, un violento dal quale era stata costretta a difendersi, provocandone accidentalmente la morte, i soldi che aveva stupidamente sottratto, l’uccisione dei genitori certamente imputabile ai due personaggi che la cercavano, e nei quali aveva riconosciuto degli spregiudicati delinquenti molto noti a Marsiglia tra chi bazzicava certi locali attorno al Vieux Port.

Il Vice Commissario osservava il suo volto teso, gli occhi dall’espressione febbrile e vuota, il leggero tremito delle mani e la tensione aggressiva del corpo, e si chiedeva quando aveva incominciato ad intuire che c’era qualcosa di profondamente sbagliato in lei, che l’avrebbe condotta ad un inevitabile deragliamento: forse, fin da quando in quinta liceo aveva incominciato a frequentare quel sociopatico bocconiano che girava in Cayenne. Ne aveva acquisito la certezza quando l’aveva guardata in volto subito dopo l’uccisione del marito. Eppure, l’aveva lasciata andare.

“…devi aiutarmi a procurarmi dei documenti falsi, Alberto, ma subito. Di sicuro conosci qualcuno con il mestiere che fai, i soldi non sono un problema…così potrò scomparire, per sempre”,

la sua voce arrochita dalla stanchezza era monotona e carezzevole, e aveva avvicinato il volto al suo, tanto che aveva potuto percepirne l’odore di sudore vecchio e il fiato caldo e pesante, e aveva detto

“No”.

Era stato allora che lei aveva estratto fulminea quel lungo ferro e glielo aveva puntato sul petto, e lui che si aspettava qualcosa del genere aveva comunque guardato con stupore l’arma nelle sue mani eleganti e sottili. Come diavolo faceva ad avere una pistola del genere, una B&T VP9, silenziatore impeccabile, impiegata in missioni militari non convenzionali oppure usata dai veterinari per abbattere animali feriti o pericolosi?

“…a Marsiglia si può trovare di tutto, basta avere i soldi”,

aveva detto lei, come rispondendo alla domanda che non aveva fatto.

Quel poco che restava della notte era trascorso lentamente, in un’atmosfera surreale e claustrofobica: i polsi bloccati dietro la schiena da una corda, lei che lo teneva sotto tiro  mentre raccontava cose che Il Vice Commissario non avrebbe voluto sentire, la voce sempre più roca, lo sguardo chiaro sempre più opaco e folle.

Si era fatto giorno, su via Varesina si sentiva scorrere il traffico del lunedì mattina, le saracinesche dei negozi si sollevavano cigolando.

“Sai che facciamo? Ti accompagno al tuo matrimonio. Che non si celebrerà, perché sparerò alla sposa, come in Kill Bill, hai presente?”

Una risata agghiacciante, gli occhi azzurri arrossati stretti in una fessura, come per mettere a fuoco la scena che si stava delineando nella sua mente.

Le undici e dieci. Non era brava a fare i nodi, perché si era scorticato i polsi ma era riuscito ad allentarli. Ancora un piccolo sforzo, e sarebbe stato libero.

“Forza, che è ora. A meno che tu non abbia cambiato idea. Mi aiuterai?

“No”.

Marina si era nascosta la pistola sotto il giubbotto e lo aveva fatto salire sulla sua Golf, dirigendosi verso via Orsini, e il Vice Commissario si era seduto docilmente, stringendo tra i palmi delle mani il legaccio allentato.

Il gruppetto davanti al cancello, con Mariateresa che spiegava in tono concitato al Commissario e all’Ispettore che era dal mattino presto che si sentiva che qualcosa non andava, si era immobilizzato quando aveva visto l’imponente figura del Vice Commissario uscire dalla Golf con le mani dietro la schiena, sospinto dalla donna alta e magra dai lunghi capelli biondi.

Fatti pochi passi nella loro direzione, il Patané si era girato di scatto strappando qualcosa dalle mani della donna – e già Saronni e Rovelli mettevano mano alle armi d’ordinanza gridando ai pochi passanti di allontanarsi, poi la donna gli si era buttata addosso tirandolo verso di sé e tutti avevano avuto l’impressione che volesse quasi abbracciarlo, poi l’avevano vista afflosciarsi tra le sue braccia.

Ti ho lasciata andare anche stavolta, Marina. Ho capito cosa volevi fare quando hai stretto la mia mano che impugnava la pistola, e te l’ho lasciato fare. Perché era l’unica autentica via di fuga, per te.

Era rimasto un poco ad osservare il volto di Marina: i lineamenti si erano ricomposti, i tratti avevano ritrovato l’antica armonia, era di nuovo il suo primo amore, il tepore fragrante di quell’unica notte. Le aveva chiuso gli occhi, e le aveva accordato il suo perdono e la sua pietà.

E’ finita che si è sposato, il Vice Commissario Alberto Patané: la mattina dopo, ché il Consigliere di zona che avrebbe officiato la cerimonia era un amico di Mariateresa e si era reso disponibile. Stavolta è andato tutto liscio, e a Villa Scheibler gli sposi ci sono andati insieme, lei che stringeva la mano di lui per impedire che volasse via.

E’ un pranzo di nozze in incognito quello che si sta svolgendo nella trattoria toscana all’angolo tra via Papi e Corso Lodi, perché il Patané su questo è stato irremovibile: niente invitati, solo i genitori e i testimoni, e ai colleghi del Commissariato ha offerto un piccolo rinfresco l’ultimo giorno di lavoro. Il Giacometti sta parlando fitto con zia Cecilia, affascinante sessantenne dalle forme morbide che ora ride per niente come una ragazzina, e capita talvolta che ai vecchi orsi dal cuore incartapecorito venga a noia quella splendida solitudine. Perlomeno, questo è ciò che sta meditando il Vice Commissario, ma è distratto dal sorriso che illumina il volto roseo di Mariateresa, che si posa su di lui come un bacio lieve, una complice carezza.

Are you the one that I’ve been waiting for? Sei tu quella che stavo aspettando? Ricambia il sorriso, che finalmente si estende agli obliqui occhi verdi, e sente che qualsiasi vento interiore è placato, e niente potrà più portarlo via.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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