Addio sceriffo del mondo?

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La nuova visione geopolitica che attraversa gli USA

Sull’onda del cambio di rotta – quasi sicuramente un episodio isolato – del “nazionalismo isolazionista” promosso da Trump, con la sua “risposta proporzionata” all’attacco aereo di Assad – che ha utilizzato armi chimiche per uccidere a Idlib una sessantina di innocenti, compresi 11 bambini – bombardando la base aerea da cui è partita la strage chimica (per un bilancio di 5 morti, 3 soldati e 2 civili), ecco qual è il pensiero della maggioranza degli americani, pensiero ben rappresentato dalle considerazioni di Pat J. Buchanan, conservatore di lungo corso (è del 1938), consigliere di tre presidenti – Nixon, Gerald Ford e Reagan – e noto commentatore politico televisivo, prima alla CNN e poi nella MSNBC. Per un tema rilanciato ulteriormente dalla potenziale minaccia rappresentata dalla Corea del Nord, che possa realmente costruire un missile intercontinentale in grado di attraversare il Pacifico e colpire la costa occidentale degli USA, anche alla luce dei nuovi test nucleari promessi da Kim Jong.

Buchanan parte da questa domanda

anche la Corea del Nord è un problema che dobbiamo risolvere noi?

e arriva a considerazioni generali sul ruolo degli USA sullo scacchiere geopolitico internazionale. La sua risposta è no perché il problema è a monte.

Magari Kim Jong un po’ matto lo è – insomma, giustiziare a colpi di missili alcuni suoi ministri non presuppone una totale sanità mentale – però è vero che gli USA, per lui, rappresentano una minaccia decisamente reale con 28.500 soldati a stelle e strisce dislocati sul confine tra la Corea del Sud e quella del Nord, in difesa di Seoul.

Li riporti a casa, la Corea del Sud si difende da sola e per la Corea del Nord gli USA non rappresentano più una minaccia e la questione è risolta. Ecco come la pensa Buchanan, ossia la punta dell’iceberg della maggioranza silenziosa.

Discorso che si allarga.

Le altre grandi potenze militari, come Russia, Cina e anche Giappone, non fanno gli sceriffi del mondo, devono smettere anche gli USA perché nell’odierno scacchiere internazionale potrebbero essere trascinati in una guerra vera in almeno una mezza dozzina di posti; che peraltro non rappresentano alcun interesse vitale per gli Stati Uniti.

E a difesa di tale tesi scomoda persino George Washington, massimo fautore delle “alleanze temporanee” da attuare unicamente in situazioni di “emergenza straordinaria” e sistematicamente inascoltato dalla Seconda guerra mondiale a oggi, viste tutte le alleanze sviluppate e le intromissioni armate che gli USA hanno messo in moto negli ultimi decenni. E tuttora in ballo in situazioni potenzialmente esplosive, con il caso sopracitato in Siria e le truppe statunitensi al confine russo per difendere i Paesi Baltici e la Marina in aiuto di Giappone e Filippine nella controversia con la Cina per le isole contese nel Mar Cinese.

Perché l’atteggiamento degli USA è così mutato dal D-Day a oggi? Perché il mondo è profondamente cambiato e ci sono sempre meno soldi e, soprattutto, perché gli americani si sono stancati dell’atteggiamento dei loro alleati, maggiormente di quelli più ricchi, che per la difesa spendono pochissimo sapendo che mal che vada arriveranno gli USA a parargli il culo; come successe, per esempio, non tanto tempo fa all’Europa contro la Serbia di Milosevic.

La Germania, nel 2016, ha registrato un surplus commerciale di 270 miliardi di dollari e ha speso l’1,2 per cento del PIL per la difesa. Mentre gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale di 700 miliardi di dollari e hanno speso il 3,6 per cento del PIL per la difesa. I conti non tornano.

Giappone e Corea del Sud, in percentuale, per la difesa investono gli stessi denari degli USA, allora perché li difendiamo entrambi? si chiede Buchanan. Le consuete logiche di geopolitica sono diventate desuete. Trump ha puntato e vinto sul concetto dell’“America First”, nel senso che anche in politica estera, prima vengono gli interessi del popolo americano, poi il resto si vedrà, NATO compresa.

Buchanan non trascura l’aspetto morale, al fine di evitare eventuali sensi di colpa. Gli USA, sotto l’amministrazione Carter, hanno smesso di supportare Taiwan e Taipei è sopravvissuta meravigliosamente bene. Facciamo uguale con Germania, Giappone e Corea del Sud. Il risultato, molto probabilmente, sarà quello di un aumento delle rispettive spese per la difesa. Va detto che probabilmente in questi termini il discorso non fa una piega.

Al limite, se proprio hai bisogno di essere difeso, paghi gli USA per farlo. Oggi gran parte dell’opinione pubblica americana la pensa nei termini espressi da Pat J. Buchanan.

E a me scappa un sorriso amaro pensando a quegli italiani che nel corso degli anni non hanno mai perso l’occasione di urlare “fuori gli americani”. Da un lato perché se non fosse per gli USA adesso saremmo governati dal nipote di Stalin. Dall’altro lato, con gli americani “fuori”, bisogna poi metterci la faccia in prima persona. E per un popolo abituato all’“armiamoci e partite” non sarà per niente facile scamparla.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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