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Mario Vargas Llosa e la grande, “buona letteratura”

scribacchino

Al National Book Festival del 2012, a Washington, uno spettatore chiese a Mario Vargas Llosa quale tipo di scrittore era. Se più quello di “La festa del Caprone”, quello di “La guerra della fine del mondo”, o di “Zia Julia o lo scribacchino”. Lui rispose, un po’ sornione, più o meno così: direi di aver scritto io tutte queste cose, sono tutte queste voci.

Ecco una prima chiave di lettura di questo enorme protagonista della letteratura mondiale contemporanea, premio Nobel nel 2010, simbolo, insieme a Gabriel Garcia Marquez, di quei narratori che si sono incaricati di raccontare il ribollire della società latino-americana degli ultimi 60 anni, fra antiche radici indie e voglia di modernità, progresso e povertà, colonialismo, democrazia e autoritarismo.

Mario Vargas Llosa è nato ad Arequipa, in Perù, nel 1936 e Letture Inclinate oggi vi parla proprio di La Zia Julia e lo scribacchino (Einaudi, 1977, pag. 334, Euro 12,50): siamo al cospetto di un grande narratore, e questo libro ne è una dimostrazione plastica.

IL LIBRO

Il racconto si sviluppa in maniera fluviale, si dipana in molti rivoli e coinvolge il lettore nell’atmosfera della Lima degli anni Cinquanta: i signorili sobborghi di Miraflores, con la ricca borghesia imprenditoriale, e, vicino, i bassifondi della città, ricca di contraddizioni come tutto il Sud America.

Il filo conduttore e io-narrante del romanzo è Marito, il diminutivo di Mario, studente di legge diciottenne (chiari i riferimenti auto-biografici), che seguiamo nel suo lavoro di giornalista presso Radio Central e Radio Panamericana e nella sua storia d’amore con la zia Julia, affascinante boliviana, zia acquisita, poco più che trentenne.

In queste stazioni radiofoniche arriva un grande personaggio, Pedro Camacho, un noto e acclamato scrittore, boliviano anche lui, di romanzi a puntate: è lui l’“escribidor”, uomo eccentrico, sempre chiuso nella sua stanzetta a sfornare pagine e pagine di racconti bizzarri, picareschi, con venature straordinariamente grottesche.

Il romanzo segue Mario, la zia Julia, Pedro Camacho e gli altri personaggi della radio, ma, nei capitoli con numerazione pari, l’autore apre continuamente nuovi rivoli narrativi: passiamo dal ricco pediatra di Miraflores, con scandalo famigliare annesso, al sergente Lituma che fa le ronde nei bassifondi; dal titolare della Antiroditori S.p.A, che vuole sterminare tutti i roditori del mondo, al prete rivoluzionario che mette in pratica la “predica armata” (cioè fa a botte con tutti): lasciamo al lettore scoprire l’espediente narrativo con il quale – magistralmente – questi due mondi a un certo punto si parleranno, comunicheranno fra loro,  si mischieranno in un insieme un po’ confusionario, surreale, magico, affascinante.

Nel frattempo conosciamoli, questi personaggi, ritratti con così tanta ricchezza e originalità, che riconciliano con la “buona letteratura” (tema caro a Vargas Llosa, sul quale torneremo).

La Zia Julia, nelle parole dell’io narrante, Marito:

“Divorziata da poco, veniva a riposare e a riprendersi dal suo fallimento matrimoniale. – In realtà a cercarsi un altro marito – aveva sentenziato, in una riunione famigliare, la più linguacciuta delle mie parenti, la zia Hortensia […] Aveva brio e lestezza nelle risposte, raccontava storie audaci con grazia ed era (come tutte le donne che avevo conosciuto fino ad allora) terribilmente illetterata. Dava l’impressione che nelle lunghe ora vuote nella fattoria boliviana avesse letto solo fotoromanzi argentini.”

Pedro Camacho:

“Vestiva di nero, una giacca dall’aspetto molto usato, e la camicia e il cravattino a laccio erano pieni di pillacchere, ma, nello stesso tempo, il suo modo di indossare quegli abiti denotava qualche cosa di attillato e di composto… Poteva avere qualsiasi età fra i trenta e i cinquant’anni, e sfoggiava un’unta chioma nera che gli arrivava fino alle spalle”.

Tramite il susseguirsi delle tante storie, apriamo uno scrigno formidabile ed inesauribile di varia umanità: situazioni bislacche, paradossali, con una tecnica narrativa minuziosa, precisa, portata quasi al parossismo, che raggiunge vette davvero sublimi.

Conosciamo Pedro Barreda y Zaldìvar, giudice istruttore della Corte d’Appello del Tribunale Superiore di Lima:

“Era un uomo giunto nel fiore dell’età, la cinquantina, e nella sua persona – fronte spaziosa, naso aquilino, sguardo penetrante, rettitudine e bontà di spirito* – la correttezza etica traspariva da una gagliardia che gli valeva sin dal primo momento il rispetto della gente. Vestiva con la modestia che si confà a un magistrato dal magro stipendio, costituzionalmente impermeabile alla corruzione, ma con una correttezza tale che produceva un’impressione di eleganza”

Conosciamo la dottoressa Acémila, psicoterapeuta del tutto atipica, chiamata a curare un caso di “fobia antirotante”, cioè di un uomo che, essendo stato vittima di un rovinoso incidente automobilistico, non riusciva più a salire su niente che avesse ruote:

“Come ogni essere al di sopra della mediocrità, era discussa, criticata e verbalmente vilipesa dai colleghi, quegli psichiatri e psicologi incapaci (a differenza di lei) di operare miracoli. Il fatto di essere chiamata strega, satanista, corruttrice di corrotti, alienata e altre bassezze lasciava indifferente la dottoressa Acémila. Le bastava, per sapere che era lei ad avere ragione, la gratitudine dei suoi “amici”, quella legione di schizofrenici, parricidi, paranoici, incendiari, maniaco-depressivi, onanisti, catatonici, criminali, mistici e balbuzienti [….] che erano tornati alla vita […]”

Notiamo le traversie erotiche di due sposi, don Federico Tellez Unzategui (l’imprenditore con la fobia dei roditori) e la sua sposa, Zoila Saravia Duran:

“L’inesperienza erotica dei coniugi fece sì che la consumazione del matrimonio fosse lentissima, una storia a puntate in cui, fra finte, fiaschi per precocità, cattiva mira e disguidi vari, i capitoli si succedevano, cresceva l’attesa, e il caparbio imene era sempre lì da perforare. Paradossalmente, trattandosi di una coppia di virtuosi, la signora Zoila perdette dapprima la verginità (non per vizio ma per stupido caso e mancanza di allenamento degli sposi) eterodossa, ossia sodomiticamente”.

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La commedia umana dei personaggi di questo libro ci accompagna in una gradevolissima narrazione, con pezzi di bravura davvero straordinari, e, come si diceva all’inizio, ci fa conoscere un Vargas Llosa nel pieno della sua maturità, che riesce a variare, all’interno del medesimo romanzo, stili e piani narrativi così differenti (come ha fatto in tutta la sua ricca produzione).

Non possiamo chiudere questo contributo senza ricordare, del grande autore peruviano, l’impegno civico e politico per gli ideali della libertà (e del liberalismo); Marie Arana, aprendo l’evento di Washington riportato all’inizio, ha richiamato le qualità di “un uomo senza compromessi, sempre dalla parte della libertà e contro ogni totalitarismo”.

E lo stesso Mario riferito alla “buona letteratura” ne ha sempre tessuto le lodi anche dal punto di vista civico e sociale:

“quando leggi buona letteratura, diventi molto più critico del mondo così come lo vedi: la letteratura contribuisce allo spirito critico dei cittadini: ecco perché le dittature la vogliono condizionare e reprimere”.

E allora grazie, Mario Vargas Llosa, per tutta le buona letteratura che ci hai dato.

La chicca

*questa descrizione (“fronte spaziosa, naso aquilino, sguardo penetrante, rettitudine e bontà di spirito”) è presente in tutti i racconti dei capitoli con numerazione pari, e riguarda tutti i personaggi centrali degli stessi; è forse la segnalazione di un essere di qualità superiori?
Può darsi.

E come mai questa descrizione è così simile ai tratti dello scrittore?
Chissà quale risposta darebbe lui…

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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