Breve manuale di “sglobalizzazione”

sglobalizzazione

Vi ricordate di quando, nel 2017 dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, il presidente cinese Xi Jinping si autoproclamò paladino del libero scambio e della globalizzazione?

La realtà, quattro anni dopo, si mostra ben diversa.

La Cina ha preso in giro il mondo nel 2001 quando entrò nel WTO (Organizzazione Mondiale per il Commercio), accedendo a tutti i benefici dell’apertura al mercato globale, ma rispettando meno di ogni altro membro le regole dell’Organizzazione.

E dal 2010, Pechino ha ribadito più volte che avrebbe garantito la libertà delle imprese straniere di poter scegliere se trasferire o no alle controparti cinesi tecnologia e proprietà intellettuali, basandosi esclusivamente su considerazioni di mercato.

Era, di nuovo, una bugia

La Cybersecurity law adottata nel 2017, impone per le telecomunicazioni che gli standard di sicurezza siano fissati a Pechino con discrezionalità politica, escludendo così forniture estere.

Quello che Pechino sta mettendo in atto -sistematicamente- è una “sglobalizzazione” i cui effetti vedremo solo fra qualche anno. I partner commerciali cinesi in Europa, in particolare la Germania, hanno già sollevato la preoccupazione che una Cina più protezionista stia aggressivamente risalendo la catena del valore più velocemente del previsto.

Tra sicurezza dei dati, controllo delle quotazioni azionarie all’estero e un giro di vite sulle società di tutoraggio, si sta sgretolando la fiducia degli investitori che vedevano nella Cina una opportunità sconfinata. Ora tutti si chiedono:

“quale settore sarà il prossimo obiettivo dei regolatori?”

Vediamo insieme alcuni casi recenti di attacco alla libera iniziativa:

Ant-Alibaba

Ne parlammo a suo tempo qui, l’azienda di pagamenti elettronici fondata da Jack Ma (di cui sarebbe bello avere notizie…) è stata bloccata nella sua quotazione in seguito alle critiche che il famoso imprenditore ha rivolto al sistema finanziario cinese, eccessivamente succube delle trame governative. E’ probabile che tra i motivi di attenzione di Pechino sull’azienda ci sia anche l’enorme mole di dati che la società detiene e gestisce, su cui non è gradita la possibilità di accesso da parte di investitori esteri. E intanto Alibaba paga dazio.

il castigo su didi

Al contrario di Ant, colpita prima di quotarsi a Hong Kong, Didi (la Uber cinese, per semplificare) è stata colpita immediatamente dopo la quotazione sulla piazza borsistica di New York. Qui la questione dati è stata citata espressamente, ma con malizia la società è stata colpita da una normativa stringente (che le ha sostanzialmente impedito di poter acquisire nuovi clienti, provocando un crollo del valore dell’azienda) immediatamente dopo aver terminato la raccolta di capitali di investitori statunitensi. Nel mondo che Pechino ha in mente, fatto di macroblocchi indipendenti e non dialoganti, non è raccomandabile quotarsi su piazze “nemiche” (e infatti non si può fare, si devono usare dei VIE –Variable Interest Entity. Attraverso questa struttura gli investitori, di solito inconsapevolmente, non possiedono in realtà alcuna parte dell’effettiva società cinese sottostante, ma solo una rappresentazione sintetica di prezzo).

AVEre SUCCESSO COME imprenditore non DEVE INQUINARE LE TUE ideE

I soggetti da rieducare iniziano ad essere molti: Wu Xiaohui (Amministratore delegato del gruppo assicurativo Anbang), Ren Zhiqiang (presidente di Huayuan Property, grande corporation del settore immobiliare) e Sun Dawu (Dawu Agricultural and Animal Husbandry Group) si sono macchiati del reato di critiche al regime comunista. Tutti e tre, in diversi procedimenti, sono stati condannati a 18 anni di reclusione.

La mannaia sulle società del settore “edu-tech”

E’ il più recente episodio di intervento in scivolata del regolatore cinese sulle società di capitali: aziende attive nel profittevole mondo della formazione (in un paese ultracompetitivo come la Cina l’accesso alle carriere universitarie più promettenti passa da test molto selettivi e una carriera scolastica di eccellenza) sono state trasformate “ex lege” in aziende no-profit. Lo scopo dichiarato: abbassare i costi di allevare prole per le famiglie cinesi, recentemente liberate dal vincolo di un figlio per famiglia e invitate semmai a proliferare, che i nuovi piani necessitano di una demografia meno sbilanciata.

L’esperimento nei videogames

Il Governo cinese desidera proteggere i giovani dal rimbambimento dei videogiochi. Un paternalismo che potrebbe anche incontrare un certo favore. Tuttavia che la televisione e i videogiochi facciano male ha tutta l’aria di essere un luogo comune: è un dato di fatto che il quoziente di intelligenza delle nuove generazioni è molto più alto di quello che si registrava solo venticinque anni fa. L’effetto che i videogiochi e alcune serie televisive hanno sul cervello di chi ne fruisce è estremamente positivo. I più recenti studi di neuroscienze dicono che l’attività digitale è in grado di potenziare la vivacità dell’intelligenza dei bambini.

E in ogni caso, il meccanismo pensato è che il riconoscimento facciale attivi il blocco del dispositivo per ciò che non è gradito che l’utente faccia. Oggi si tratta degli under12 e di videogiochi, domani chissà. Stiamo pur sempre parlando del paese col più alto tasso di videocamere per abitante e in cui ogni cittadino ha un social scoring che stabilisce quanto sia un “bravo cittadino”…

MADE IN CHINA 2025

Pechino ha un piano di lungo termine, che prevede per il 2049 (romanticamente il centenario della fondazione della Repubblica Popolare) il predominio militare e passa per un obiettivo intermedio chiamato “Made in China 2025” che prevede il sorpasso dell’economia cinese su quella americana in dieci specifici campi (di tecnologia ad applicazione militare):

  1. CHIP, COMPUTER E CLOUD: Tagliare la dipendenza dalle importazioni e puntare sui chip domestici, non escludendo di rallentare lo sviluppo degli altri paesi trattenendo le Terre Rare.
  2. ROBOTICA: arrivare al 70% della quota di mercato della robotica mondiale con 2-3 campioni locali.
  3. IL VOLO: Le compagnie aeree cinesi dovrebbero raggiungere i 30 mld$ di entrate. Nella corsa allo spazio, la Cina vuole che l’80% delle attrezzature dell’industria spaziale civile siano di provenienza nazionale.
  4. IL MARE: Leadership nelle navi di ultima generazione, fino a catturare l’80% del mercato delle navi ad alta tecnologia.
  5.  SUI BINARI: I produttori di treni cinesi dovrebbero realizzare il 40% delle loro vendite all’estero.
  6. AUTO VERDI (E INTELLIGENTI): Grande spinta per veicoli completamente elettrici e ibridi plug-in, la Cina vuole che le sue aziende prendano l’80% del mercato, con due campioni nazionali.
  7. ENERGIE RINNOVABILI: Arrivare a una quota superiore all’80%, con tre aziende locali di dimensione globale.
  8. AGRICOLTURA: Già forte nella tecnologia agricola, la Cina sta puntando a produrre attrezzature agricole di fascia alta
  9. MATERIALI AD ALTA TECNOLOGIA: dominio del settore  (fino al 90% della quota di mercato) nell’edilizia e nel tessile.
  10. FARMACI E ATTREZZATURE MEDICHE: Arrivare a 5-10 farmaci sviluppati localmente con l’approvazione in USA e/o Europa. Potenziamento delle attrezzature mediche di medio e alto livello negli ospedali.

L’Occidente è pronto?

In un mondo a macroaree economiche autonome, dove ciascuno si fa le sue forniture e si tiene i suoi clienti, l’Occidente è attrezzato o rischia di essere messo in crisi da una eventuale serrata improvvisa di forniture asiatiche?

L’impatto da blocco delle supply chain che stiamo vivendo potrebbe essere solo un assaggio di quello che potenzialmente ci aspetta.

I governi USA ed europei ci stanno pensando eccome, la vicenda semiconduttori è solo la punta di un iceberg, che però sottende un tema strutturale: dal mondo globalizzato, dove ogni produzione mirava all’efficienza di una catena di fornitura e distribuzione (che spingeva globalmente alla deflazione dei prezzi), si passa a più catene locali, con inevitabili inefficienze e maggiori costi produttivi che inevitabilmente contribuiranno al clima inflattivo che si sta strutturando.

Ma qual è il fil rouge che lega tutto questo?

Il mercato dei dati è il nuovo oro. Avere database ampi consente di sviluppare Intelligenza Artificiale più elaborata, il numero di persone di cui disporre di dati è quindi forse più importante del PIl pro-capite nel valutare la ricchezza di un mercato.

La Cina ha già il bacino di utenti internet più ampio al mondo, la sensazione chiara è che l’intento sia quello di creare un protezionismo dei dati e una autarchia culturale: inutile condividere opportunità con un Vecchio Mondo (USA) e un Vecchissimo Mondo (UE) che hanno, messi insieme, nemmeno la metà dei cittadini cinesi.  Meglio concentrarsi e creare una enclave nell’altro continente superpopoloso del globo: l’Africa.

Ecco che le aziende cinesi del comparto dati, siano esse di pagamenti elettronici (Ant Group) o di app per veicoli con conducente (Didi), devono restare entro confine, sotto stretta osservanza governativa e non dare accesso agli investitori esteri ai loro database.

Poi c’è il protezionismo culturale: gli studenti non devono essere sedotti da contaminazioni culturali occidentali, niente formazione a pagamento, che poi si apre alla competitività, alla possibilità di una carriera accademica in USA e si importano valori sbagliati, che hanno già avvelenato le menti di Jack Ma, Wu Xiaohui, Ren Zhiqiang e Sun Dawu. Appena uno diventa miliardario sembra che il regime comunista non gli vada più a genio… bisogna forse evitare che qualcuno possa diventare miliardario, mica si possono riempire le carceri di imprenditori.

Che poi va a finire che i figli di questi miliardari sognano comunque di andare a studiare ad Harvard o al MIT. Sia mai!

L’Autoritarismo che funziona?

C’è tanta invidia nelle Democrazie per l’efficienza dei sistemi autoritari, quelli -è bene ricordarlo- in cui è facile sognare di entrare ma da cui non è permesso pensare di uscire…

La Storia è piena di regimi autoritari e dirigisti che sono collassati sulla loro stessa velleità di reprimere il pensiero. Certo, il PCC ha appena festeggiato i 100 anni e tutto lascia pensare che ne possano passare ancora molti prima che la repressione, continua e sempre più larga, si trasformi in un boomerang letale. Ma forse dare per scontato che Pechino diventi la capitale economica e culturale del mondo nei decenni a venire non è da dare poi così per scontato.

Articolo pubblicato su Tag43 il 04.08.2021
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Pubblicato da L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Contributor OCSE nel 2012, oggi è Global Strategist per l'asset management di una banca italiana.

4 Risposte a “Breve manuale di “sglobalizzazione””

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