Si fa presto a dire barbone

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Non è da tutti avere il privilegio di assaggiare due conflitti mondiali: ebbene, io l’ho avuto.

Della Grande Guerra, quella del 15-18, non posso raccontare molto, essendo nato nel 1910. Non mi ricordo nemmeno dell’unico bombardamento su Milano, ma ricordo bene la fame,  la miseria, gli uomini partiti per il fronte e mai più tornati. Mio padre, per esempio.

Sulla seconda Guerra, invece, ne avrei di cose da riferire, perché ero un Alpino ed ho fatto la Campagna di Russia. Sono riuscito a tornare a casa camminando per chilometri e chilometri sotto un cielo ostile dello stesso colore stinto della neve calpestata, e non la posso più vedere da allora, la neve, ché tutto quel bianco che assorbe e smorza qualsiasi rumore ed il silenzio denso che preme sulle orecchie mi terrorizzano. Ho camminato e camminato, ho visto i miei compagni cadere e non rialzarsi più, ho sentito l’alito greve della Morte che mi portavo appresso, appollaiata su una spalla. Non ci potevo credere quando ho raggiunto Milano cencioso, dolorante e scheletrico ma sorretto da una cocciuta resilienza, e giurerei di averla vista allontanarsi con un ringhio di frustrazione.

Non è una bella cosa giungere alla conclusione che si è combattuto per la causa sbagliata. Ero un alpino, ho ripreso la via delle montagne, e sono tornato a casa in una giornata di primavera, il 25 aprile del 1945.

La ragazza si intrufolò nel vano vetrina che aveva già sgomberato dalle boccette di profumo, dai vasetti di crema, da flaconi, trucchi colorati e ritratti di improbabili e levigatissime bellone e si mise a strofinare vigorosamente il vetro munita di panno e Vetril. Scorse l’uomo che attraversava a passo svelto Corso Buenos Aires, ancora scarsamente trafficata alle otto e mezza di un sabato mattina, e sventolò lo straccio in segno di saluto:

“Ciao, signor Ennio!”

Il suddetto signor Ennio, approdato sano e salvo sul marciapiede, osservò la giovane minuta dai lunghi capelli neri legati a coda di cavallo, la quale quella mattina indossava con disinvoltura una corta gonnellina che rischiava di svelare le mutandine ogni volta che si chinava e uno striminzito maglioncino che ne sottolineava le forme vagamente androgine, e rispose sorridendo al saluto che aveva letto sulle sue labbra. Vide l’attempata e matronale proprietaria della profumeria uscire dal bar accanto e colse lo sguardo di malevola invidia che indirizzò alla sua commessa.

Ah, che brutta cosa l’invidia per la gioventù. Vuol dire che della propria, evidentemente, non si è saputo godere a sufficienza.

Lui, il signor Ennio Ceccotti, ultimo indirizzo conosciuto via Odazio 17 (quartiere Giambellino, quello vecchio, quello delle origini risalenti agli anni 20, che ancora non si mescolava al Lorenteggio), prima della lunga e infelice parentesi della guerra la gioventù se l’era goduta, eccome.

Era nato il 23 agosto del 1910 proprio come Giuseppe Meazza, lui però in una casa di ringhiera al fondo di via Ripamonti quando era ancora praticamente campagna e non gli avrebbero mai dedicato uno Stadio. Era pure il medesimo anno nel quale si costituì l’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili “ALFA”, che trovò il suo Romeo solo nel 1918, quando fu acquisita appunto dall’imprenditore Nicola Romeo.

Nella corte di quella casa vi erano i retrobottega di diversi artigiani, e sua mamma Elvira, maestra di scuola con il pallino dell’istruzione, avendo capito subito che Ennio di studiare non aveva nessuna voglia se ne fece saggiamente una ragione e lo mandò a far pratica a turno presso ognuno di essi più qualcun altro ancora, affinché decidesse che mestiere voleva imparare. Ennio era naturalmente dotato per qualsiasi lavoro manuale ed imparava molto in fretta, ma era abilissimo anche nel sottrarsi, tattica nella quale era talmente talentuoso da farla assurgere al rango di arte.

Nel giro di pochi anni imparò a fare l’elettricista, il lattoniere, l’idraulico e il falegname, ma non riuscì ad individuare una strada da percorrere. Nel dubbio, lavorava un po’ qui e un po’ là, e negli anni successivi lavorò molto in proprio, il che gli forniva l’agio di concedersi brevi dormite diurne per sopperire alle veglie serali tra bocciofile, bar dove si giocava a carte e si filosofava su qualsiasi argomento corroborati da robusti e rustici rossi da fiasco, e sale da ballo. Non lo si poteva definire lazzarone, ma era uno che accettava a fatica che qualcuno gli organizzasse le giornate, ed era ancora troppo giovane per preoccuparsi della vecchiaia. Amava svolazzare di fiore in fiore anche con le ragazze e ci riusciva piuttosto bene, alto e ben piantato com’era, con i capelli castani folti e lisci, lo sguardo azzurro vivace ed attento, spesso sfrontato, il sorriso che si apriva sovente sulla bella faccia dai lineamenti squadrati.

Partì per la guerra con la stessa noncurante leggerezza con la quale aveva pervicacemente continuato a vivere anche negli anni in cui la gioventù principiava ad allontanarsi, ed anche in quel frangente tragico riuscì miracolosamente a defilarsi dalla morte, benché gli passasse accanto ogni giorno, sorretto dall’inconsapevole convincimento che non fosse ancora giunta la sua ora. Al suo ritorno, trovò Milano mutata, o forse era cambiato lui, e certo tra le macerie della città semi distrutta e nei luoghi che semplicemente non c’erano più  era difficile ritrovare l’antica spensieratezza: se ne tirò  fuori lasciandosi coinvolgere dalla voglia di ricostruire, rifare, ricominciare.

Fu allora che si trasferirono al Giambellino, rione a ridosso delle fabbriche che sorgevano in via Savona e lungo il Naviglio Grande. Un quartiere con un’anima da paesone dove si parlava molto il dialetto milanese, con i figli degli operai che andavano a scuola insieme ai figli degli impiegati,  e dove negli anni passò di tutto, dalla ligera alla Cerutti Gino fino alla malavita organizzata di Turatello, dai circoli PCI che convivevano più o meno pacificamente con le parrocchie alle Brigate rosse, dall’immigrazione interna di meridionali e veneti a quella straniera.

Aveva trentanove anni quando sua madre si ammalò e morì nel giro di pochi mesi. Lo prese all’improvviso la paura di restare solo, e decise in quattro e quattr’otto di sposare la giovane fidanzatina che frequentava ormai da un anno, sapendo che sua madre ne sarebbe stata contenta.

Lia era una ragazza ragionevole e tranquilla che aveva compreso di che pasta fosse fatto l’Ennio, il quale seguitava a lavorare in proprio senza scalmanarsi troppo e non rinunciava alle serate al bar con gli amici a giocarsi a carte il fiasco di vino o la bottiglia di amaro, oppure allo sferisterio della pelota in via Palermo, dove talvolta scommetteva su quei giocatori dai soprannomi fantasiosi, brevilinei e di panza robusta ma capaci di muoversi con inimmaginabile leggerezza e velocità sul campo. Lasciava correre, guadagnava qualcosa facendo lavoretti di cucito in casa e quando rimase incinta pensò che forse  si sarebbe messo un po’ più in quadro, ma se anche non lo avesse fatto lei avrebbe comunque avuto un figlio a riempirle le giornate.

Era dicembre quando nacque la bambina, bella come un dono di Natale ma stranamente quieta e silenziosa: la levatrice disse che era solo una bimba tranquilla (inscii aveghen, così averne!) e non era il caso di preoccuparsi, ma tre giorni dopo la piccola non si svegliò, e rimasero a contemplarne le guance rosee e la leggera peluria chiara sulla testolina ancora un poco gibbosa, senza poter credere che fosse morta così, senza un motivo. Ennio intravide la disperazione di sua moglie, senza trovare parole né gesti per consolarla.

Si fece coraggio, la Lia, e cercò subito un altro figlio con un accanimento ottuso che imbarazzava Ennio, il quale tuttavia non poteva sottrarsi: non ne arrivarono, ed infine la donna gli volse le spalle nel letto e si isolò in un rancore ruvido, a malapena dissimulato.

L’onda lunga della rapida e clamorosa espansione economica del dopoguerra si protrasse fino a metà degli anni ’60, poi emersero gli squilibri, arrivò il ’68 e gli anni di piombo del decennio successivo. Sparita la vecchia ed ingenuamente estrosa ligera, al Giambellino la diffusione dell’eroina da parte di gruppi malavitosi potenti e organizzati lasciava sui marciapiedi siringhe e giovani che si erano bruciati vene, cuore e cervello, e via Odazio era il supermercato della droga, mentre le Brigate Rosse passavano dalle riunioni alla Trattoria Bersagliera in Piazza Tirana alle P38. Qualcosa si inceppò nel delicato meccanismo di coesione sociale tra gli abitanti del quartiere e tra milanesi, meridionali, zingari ed extracomunitari, gli ultimi arrivati, affiorava un razzismo rabbioso.

Ennio girava per la città con una vetturetta acquistata di seconda mano con gli attrezzi del mestiere, ma erano passati i tempi delle nottate al bar, troppa gentaglia in giro per le strade, e poi incominciava a risentire di una certa stanchezza che non era solamente del corpo: il Giambella non era più quello di una volta, glielo stavano sfilando da sotto il sedere, e nel suo animo gaudente e volubile si insinuava il tarlo logorante della noia, che era la cosa che temeva di più.

Era una notte d’estate, con una luna argentea che illuminava impietosa le strade di quella bolgia di quartiere, ché Bianciardi aveva già capito tutto anni prima, e rientrando verso la una dal bar in via Giambellino aveva fatto appena in tempo a stupirsi per le ciabatte della Lia sotto la finestra del soggiorno, quando aveva sentito quel tonfo soffice e liquido di melone spiaccicato, e immediatamente dopo il grido di uno sconosciuto in strada. Aveva provato un indicibile senso di sollievo, ed una tiepida pena per quel mucchietto di stracci che giaceva sull’asfalto, tre piani più sotto.

Poco dopo, nel giorno del suo sessantottesimo compleanno, decise che era ora di andare in pensione: per poco che si fosse impegnato, lavorava da quando aveva quattordici anni, poteva anche piantarla lì. Scoprì allora che con i contributi versati come artigiano, quando s’era finalmente deciso a mettersi in regola, avrebbe preso un mensile miserabile. Tirò avanti ancora per un paio d’anni, cercandosi ancora qualche lavoretto in giro per non fare la fame.

Fu durante una notte insonne che un’idea prese a girargli per la testa, e sebbene dapprima gli fosse sembrata sballata, ci ripensò parecchio nei giorni successivi, finché nel silenzio di quelle due stanze nelle quali la tristezza corrosiva della signora Lia permaneva, sottile come una ragnatela ma ugualmente disturbante, maturò la decisione di prendere la strada.

Nel giro di una settimana diede la disdetta dell’affitto dell’appartamento, della luce, del gas e del telefono, poi sbolognò mobili e suppellettili a un robivecchi che gli lasciò in cambio due bauli nei quali ritirò i suoi effetti personali. Tenne l’auto, vecchia ma ancora affidabile, e gli attrezzi del mestiere, e pure il conto in banca, sul quale l’esigua pensione si sarebbe aggiunta ai pochi risparmi. Come ultima cosa, andò a trovare un amico che stava in piazza Tirana ma che gestiva una pensione di infima categoria in zona Stazione Centrale, e che gli doveva un po’ di soldi per vari interventi di manutenzione effettuati nella struttura, e gli propose un accordo:

“…ti azzero il debito e mi impegno a farti gratis qualunque altro lavoro tu abbia bisogno. In cambio, mi tieni ‘sti due bauli con la mia roba nel locale caldaia, e mi ci lasci dormire d’inverno. La branda me la porto io”.

Quello gli disse subito di sì perché era un amico, ma gli fece delle domande: alle quali lui rispose, con un sorriso fanciullesco sul volto rugoso:

“Lascio il Giambellino, non mi ci sento più a casa. Mi trasferisco in centro, dove le strade sono meno pericolose, e faccio il randa, il randagio: mica il barbone, quattro soldi di pensione li prendo, poi c’è il Diurno Venezia per tenersi puliti. Voglio essere libero, t’è capì?”.

Non aveva capito, l’amico, e lo aveva guardato scrollando appena il capo e pensando tra sé che il suicidio di qualche anno prima della moglie doveva averlo sconvolto più di quanto non fosse apparso. D’altra parte, però, l’Ennio era sempre stato un originale.

Vivendo in strada, Ennio aveva capito subito che occorreva darsi delle regole, e rispettarle: mai girare con tanti soldi in tasca, meglio prendere il tram e andare a prelevare in banca quel che gli occorreva; usare l’auto solo per recarsi a fare qualche lavoro, o eventualmente per dormirci nella bella stagione quando pioveva; mantenere un aspetto decoroso, sempre; non mischiarsi ai vagabondi, soprattutto di notte.

Si scelse un territorio, che grosso modo comprendeva la zona Duomo, Brera, via Manzoni e Porta Venezia. Gli piaceva camminare per quelle vie, mescolandosi alla gente che si muoveva frettolosa per la città con l’aria di avere sempre una meta e di volerla raggiungere in fretta, senza curarsi di notare ciò che succedeva attorno.

Era il 1980 e la città stava di nuovo cambiando pelle, come un serpente che muta livrea al cambio di stagione, e questa nuova livrea era scintillante e colorata. Il Giambellino, invece, era sempre più grigio, e i vecchi amici del bar ormai la sera se ne stavano chiusi in casa.

Ennio camminava molto, frequentava sempre le medesime botteghe di alimentari dove scambiava volentieri due parole con i commessi, che finivano per ritenere che abitasse in zona, e scendeva spesso all’Albergo Diurno Venezia in Piazza Oberdan, dove usufruiva dei bagni pubblici, del barbiere e della lavanderia, movendosi tra arredi e boiserie che riportavano indietro nel tempo, fino agli anni della Belle Époque. Ne usciva lindo e profumato, e allora si recava in Corso Buenos Aires e prendeva cappuccino e brioche nel bar accanto alla profumeria, dove incontrava spesso la giovane commessa, con la quale aveva fatto amicizia.

L’Ennio era uno che attaccava bottone anche ai sassi sui vialetti dei Giardini Pubblici: ispirava simpatia e non aveva l’aspetto di un barbone, ma di un anziano signore qualunque, certo non un riccone, ma dignitoso. Avendo tanto tempo a disposizione, aveva riscoperto il piacere della lettura, l’unica cosa che era riuscita a trasmettergli la mamma maestra, e la giovane commessa della profumeria, che aveva una sorella che lavorava in libreria, gli prestava sovente qualche volume: era così che si erano conosciuti, lei una mattina aveva posato sul banco del bar “La vita agra” di Bianciardi e lui si era incuriosito e le aveva chiesto di cosa narrasse.

Aveva poi preso a girare per certi mercati dove si trovavano delle bancarelle di libri usati e quando li aveva letti, non potendoli tenere, li barattava con altri oppure li dimenticava volutamente sul sedile del tram o in un bar, fiducioso che qualcuno se ne appropriasse per leggerli. Gli piaceva questo pensiero, perché si immaginava la melanconia di un libro che nessuno legge più.

Trascorse un paio d’anni sereni, guardò le stelle nel cielo estivo dalla panchina di un parco, osservò con blanda curiosità la vita scorrergli attorno, imparò ad annusare gli odori della città e a capire con un certo anticipo, come accade agli animali, quando il tempo stava per cambiare. D’inverno, quando la sera si ritirava nel locale caldaia della pensione dell’amico (un albergo a ore, più che altro, dove le battone di via Vitruvio si appartavano con i clienti), dalla finestrella posta vicino al soffitto che affacciava sulla scala,  di tanto in tanto si lasciava distrarre dai passi sui gradini, pesanti e frettolosi come gli amplessi che i proprietari di quei piedi avrebbero consumato di lì a poco.

Nelle belle giornate ai Giardini Pubblici incontrava altri anziani che avevano da far passare la giornata e che non avevano tutta questa voglia di tornare in una casa vuota, a lasciarsi immalinconire dai ricordi. Fu in una giornata ventosa di primavera che incontrò la donna. Era seduto su una delle panchine attorno alla fontana dei Giardini, di fronte a Palazzo Dugnani. Era mezzogiorno, e di lì a poco le studentesse del Liceo Linguistico ospitato nell’edificio sarebbero sciamate fuori, invadendo i Giardini con la loro esuberante, sfacciata giovinezza. Il vento sospingeva grosse nuvole bianche nel cielo azzurro, e quando la donna gli si sedette accanto Ennio si meravigliò della sua apparente assenza di peso, dato che il legno della panchina non gli aveva trasmesso la minima vibrazione.

Era una signora alta e snella, in effetti, e di età difficilmente definibile: non giovane, lo si capiva dalle mani ossute e un poco grinzose e dal viso ancora bellissimo ma appassito, acceso da profondi occhi neri, così come scuri erano anche i capelli raccolti in un morbido e antiquato chignon. La donna rimase ad osservare le ragazze che uscivano da scuola, come se aspettasse qualcuna di loro, ma dopo qualche minuto si alzò e si incamminò verso via Palestro.

La rivide anche nei giorni successivi, e gli si sedette sempre accanto, silenziosa ed enigmatica. Non faceva nulla, a parte osservare il cielo e la gente che passava. Lui ne era turbato senza sapere bene il perché, e senza trovare il coraggio di rivolgerle la parola, intimidito dalla sua singolare, altera bellezza.

Poi, in un pomeriggio mite ed assolato di aprile, mentre la osservava di sottecchi fingendo di leggere il libro che aveva tra le mani, lei si girò all’improvviso e sorrise, e quel sorriso lo abbagliò e lo confuse. Gli disse qualcosa, lui balbettò una risposta e dopo un poco cominciarono a conversare. Del tempo, della città, di cose senza importanza.

Presero ad incontrarsi tutti i giorni, a meno che non piovesse, e i discorsi si fecero via via più consistenti, più profondi e confidenziali, e sebbene in realtà lei non raccontasse nulla della sua vita lui si ritrovò a narrarle la sua, fin da quando era bambino e giocava nei prati attorno a via Ripamonti. Mentre parlava con una sincerità che non avrebbe nemmeno voluto esprimere ebbe la netta impressione di conoscere quella donna, la quale sovente annuiva sorridendo alle sue parole, come se fossero cose a lei già note.

Annaspò per un attimo, frugando nella memoria, e il tramonto primaverile tingeva il cielo di rosa e di arancio che non pareva neanche di essere a Milano quando fu trafitto da un dolore al petto, come se una mano gli stesse stritolando il cuore.

Un pensiero lo colse all’improvviso, più nitido del terrore che lo stava cogliendo: in tutta la sua vita non aveva mai amato nessuno, non sua madre, né sua moglie, né quella povera creatura morta a soli tre giorni, né tantomeno nessuna delle tante ragazze che aveva frequentato. Aveva provato tutt’al più dell’affetto, ma non era stato capace di amare e questa consapevolezza gli trasmise un orribile, insopportabile senso di incompiutezza.

Si ricordò allora dove aveva già visto la donna, che ora lo osservava con pazienza distante: se l’era portata sulle spalle in Russia, l’aveva scorta accanto al letto della madre nel suo ultimo giorno di vita e a quello della sua bambina, ed infine era accanto a Lia, su quel marciapiede.

Lo trovarono riverso sulla panchina, le mani strette a pugno, un rivolo sottile di saliva colato dai denti serrati, le labbra arricciate in un’espressione di doloroso stupore. Uno dei tanti barboni, per quanto di bell’aspetto, che popolano qualsiasi metropoli, appena degno di uno scarno trafiletto sulla pagina di cronaca locale di qualche quotidiano.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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