Un lungo giovedì (Simpathy for the Devil)

Tempo stimato di lettura: 9 minuti

Non cercate il Diavolo nei vicoli più bui della città, perché se ne sta acquattato in qualche piega della vostra anima.

Quando quella sera era uscito di casa con la Beretta 92 ereditata da suo padre nella tasca destra del Moncler, non aveva un progetto preciso. Aveva guardato sua moglie che aiutava la figlia quindicenne a finire i compiti, le teste vicine nel cerchio luminoso della lampada da tavolo che faceva risplendere i loro identici capelli biondi.

“Porto fuori Pluto e mi fermo a bere una birra”.

Il labrador – biondo anche lui, probabilmente perché armonizzasse con le chiome delle proprietarie e con le morbide tonalità beige di tutto l’appartamento –  nel sentire il suo nome si era riscosso immediatamente dal torpore e aveva preso a scodinzolare felice.

A Milano aveva smesso da poco di piovere e l’aria era fredda e umida. Giacomo Della Torre si era richiuso il pesante portone alle spalle, incamminandosi nella gelida sera di gennaio su via Cernaia, tra gli austeri palazzotti e le macchine in sosta. Aveva svoltato su via Fatebenefratelli e si era diretto verso Brera. Osservando Pluto che si fermava a segnare il territorio ogni cinque metri con ingualcibile entusiasmo, gli era venuto da pensare che il giorno dopo, 23 di gennaio, avrebbe compiuto 55 anni, e il pacco che aveva ricevuto proprio alla vigilia di quella data importante, perché iniziava da lì la discesa verso i sessanta e la cosa gli faceva una certa impressione, rischiava di disgregare il suo personale universo un poco limitato e superficiale, ma tanto comodo e rassicurante.

Da quando Betta aveva lasciato un ottimo impiego qualche anno prima, perché la società per la quale lavorava aveva trasferito la sede amministrativa a Cremona e lei non se l’era sentita di affrontare quel viaggio quotidianamente, alla riduzione delle loro entrate non era corrisposto un ridimensionamento dello stile di vita.

Il mutuo elevato per l’appartamento in via Cernaia, due auto costose, le vacanze estive e invernali, le crescenti esigenze di un’adolescente alla quale nessuno aveva mai negato nulla…il suo apprezzabilissimo emolumento da dirigente del settore privato non era bastato a sostenere tutto ciò, e i loro risparmi erano passati da una iniziale fase di stallo ad una successiva di lenta ma inarrestabile erosione. Ma ogni volta che era stato colto da un principio di apprensione nel controllare l’estratto conto, aveva preferito allontanarsene in fretta e non approfondire.

E ora che era stato licenziato

“…vede, Della Torre, adesso che siamo stati assorbiti da una società molto più grossa e già presente in quest’area di mercato, la sua posizione è divenuta superflua, ed è con rammarico che siamo costretti a rinunciare alla sua professionalità…”,

la situazione precipitava, e lui provava il medesimo panico di quando ci si riscuote all’improvviso dal dormiveglia con la spaventosa sensazione di precipitare nel vuoto: difficilissimo ricollocarsi sul mercato, a 55 anni e con delle pretese di qualifica e di retribuzione. Da quando l’anno prima era incominciato  il processo di fusione con il nuovo gruppo, temendo il peggio (che poi si era puntualmente verificato) aveva iniziato a bussare a tutte le porte che conosceva e anche a quelle sconosciute, ma senza risultato alcuno

Figlio unico, i suoi genitori erano scomparsi entrambi e i suoceri vivevano in periferia con due modeste pensioni, quindi non poteva certo aspettarsi aiuti dalla famiglia. Dei tribolamenti di quell’ultimo periodo non aveva mai parlato a casa, per non turbare la sua giovane e fragile consorte, già sufficientemente annoiata da quella vita restrittiva da madre casalinga (che peraltro aveva scelto), ed ora camminava nella notte confidando al cane la preoccupazione per un futuro che gli era sfuggito dalle mani.

Arrivò in via Brera e passando davanti alle vetrine del Jamaica decise d’impulso di entrare. Il locale milanese che aveva aperto i battenti nel lontano 1911 era sempre stato il luogo di aggregazione prediletto da intellettuali e artisti, molti dei quali, decisamente strapelati all’epoca della  frequentazione erano divenuti in seguito assai famosi. Certo, non era più il Jamaica della sua giovinezza, nonostante gli arredi fossero i medesimi: col tempo l’atmosfera si era alleggerita dal fumo acre di troppe sigarette e dalle interminabili diatribe sui massimi sistemi, e le avanguardie intellettuali con le loro muse un poco spiegazzate dovevano essersi trasferite altrove.

Era giovedì ed erano appena le undici, quindi il locale non era ancora affollato. Giacomo si avvicinò al banco del bar e Pluto si sdraiò ai suoi piedi, godendo come lui del tepore e del sottofondo sonoro di chiacchiere rilassate. Incominciò a bere con metodo, alla ricerca dell’oblio. Non aveva praticamente cenato, non era abituato all’alcool e dopo sei whisky lisci, tracannati uno dietro l’altro, cominciò a sentirsi molto confuso. Pagò ed uscì nella notte invernale, ed ogni passo gli rimbombava dolorosamente nel cervello affaticato. Sentì il peso della Beretta nella tasca e considerò che non sarebbe mai stato ubriaco o lucidamente determinato a sufficienza per spararsi un colpo in testa.

Lasciò che fosse Pluto a decidere che direzione prendere e lo seguì docilmente, mentre i suoi pensieri si sfilacciavano in frammenti disomogenei e sempre più incoerenti, rimbalzando senza sosta nella caligine che gli appannava la mente. Avevano girato attorno alla Pinacoteca ed erano in via Monte di Pietà, deserta nella serata invernale sempre più fredda.

Si levò all’improvviso un vento rabbioso e ululante, e tra le case piombò repentina una bruma densa e scura. Il mansueto Pluto si bloccò con il pelo ritto sulla schiena ed incominciò ad emettere un ringhio sommesso e minaccioso. Giacomo aveva freddo e non c’era niente di strano perché era gennaio ed era quasi mezzanotte, ma lui sentiva freddo dentro, e gli pareva che quella nebbia buia gli si stesse stringendo attorno.

Quando vide fluttuare nell’oscurità quella figura imponente avrebbe giurato che fosse emersa dal sottosuolo ed ora pareva galleggiare nell’atmosfera, come se non avesse i piedi posati per terra, il che giustificava il fatto che apparisse così alta, ma naturalmente tutto ciò non era possibile, e forse era più ubriaco di quello che credeva. Un alone chiaro dissipava la foschia tutto attorno alla figura e Giacomo era affascinato dall’ambigua bellezza androgina di un volto senza età.

“Cosa vuoi da me?”,

(perché era evidente che voleva qualcosa).

“Sei tu che potresti volere qualcosa da me, direi”,

rispose quello con una profonda voce da vecchio che mal si conciliava con l’aspetto, e allungò una mano elegante e sottile verso la testa di Pluto, che smise all’istante di ringhiare ed arretrò uggiolando, mentre il pelo sulla schiena si appiattiva.

“Per esempio, è tutto il giorno che pensi che se solo potessi riavere il tuo posto di lavoro tutto si sistemerebbe, no? Bene, io posso esaudire questo tuo desiderio”.

“E chi sei, il Meraviglioso Mago di Oz?”

disse Giacomo, pensando che forse quell’individuo lo aveva udito parlare con Pluto (doveva essere per forza così).

“Puoi chiamarmi come ti pare, me ne hanno affibbiati tanti di nomi, nel corso dei secoli”.

Giacomo a questo punto decise di stare al gioco (ma era davvero  un gioco?)

“…e cosa vorresti in cambio? Perché immagino che ci sia un prezzo da pagare”.

“Naturalmente. C’è solo una cosa che può interessarmi della tua miserabile essenza: la tua anima”,

e per un attimo Giacomo ebbe l’impressione di scorgere un bagliore rossastro in fondo a quegli occhi scuri.

“bene, affare fatto. Te la prendi subito?”,

e Giacomo si stupì della propria inusuale (per quanto decisamente stridula)  strafottenza, ma niente gli sembrava reale.

“A tempo debito, sarai tu a consegnarmela”.

E così dicendo l’apparizione si dileguò insieme alla nebbia, mentre il vento calò all’improvviso e Pluto prese ad abbaiare furiosamente, girando su se stesso.

Giacomo scrollò le spalle e si incamminò verso casa lottando contro nausea e mal di testa.

(…il diavolo non è brutto come lo si dipinge, dopotutto, e con il whisky io ho chiuso).

Alle sette del mattino dopo, il suono intermittente della sveglia lo sottrasse da un sonno agitato. Si svegliò con la bocca impastata e con il cranio tormentato da fitte lancinanti che lo colpivano da tempia a tempia e fu sopraffatto immediatamente dalla coscienza della sua nuova condizione di disoccupato con famiglia a carico.

Pensò che si sarebbe alzato e si sarebbe preparato per andare in ufficio, come tutte le mattine, sarebbe uscito di casa e poi avrebbe cercato di farsi venire un’idea su come risolvere la situazione. Comunque, avrebbe dovuto fare un salto in ufficio per svuotare i suoi cassetti. In seguito, avrebbe dovuto affrontare Betta. Intanto, poteva anche starsene qualche minuto ancora al caldo: sua moglie non si sarebbe svegliata prima delle nove.

Nella sua mente ancora intorpidita si fece strada lentamente il ricordo di un sogno singolare: aveva venduto l’anima al diavolo, in via Monte di Pietà e in cambio del suo posto di lavoro, nientemeno. A un diavolo che sembrava un incrocio magistralmente azzeccato tra David Bowie e Keanu Reeves, poi. Perché sebbene non ricordasse perfettamente i dettagli del sogno, era tuttavia vivida l’immagine di quel volto bellissimo e diafano, acceso da uno sguardo ardente.

(Magari potessi stringere un patto col diavolo. Mi accontenterei di cancellare la giornata di ieri. Sai che me ne frega della mia anima: ammesso che io ne abbia una, quando sarò  morto non mi servirà più).

Buttò di malavoglia le gambe fuori dal piumino e andò in bagno trascinando i piedi. Poggiò le mani sul bordo del lavabo e si avvicinò allo specchio: né giovane né vecchio, né bello né brutto, né grasso né magro. Uno come tanti. Solo, oggi con gli occhi un po’ più gonfi.

(Buon compleanno, vecchio mio. Devi inventarti qualcosa, e anche in fretta).

Una sequenza meccanica di gesti quotidiani, uno uguale all’altro, tutti i giorni. Si abbottonò la camicia e saltò un bottone

(…di nuovo? Ne è saltato uno anche ieri. Ormai anche le camicie più costose son fatte di corsa),

prese un’altra camicia dall’armadio e finì di vestirsi. Diede da mangiare a Pluto e si accertò che sua figlia si stesse preparando nel suo bagno per andare a scuola. Andò in cucina, accese la Nespresso, guardò il caffè scendere lentamente nella tazzina, aspirandone il profumo tostato

(Arpeggio, carattere forte e corpo intenso, esaltato da delicate note di cacao, e io le cerco invano da anni le note di cacao, comunque il caffè è buono)

ed accese la radio per ascoltare le prime notizie.

“…la BCE batte le attese: maxi Quantitative Easing da oltre mille miliardi, ma l’80% dei rischi è a carico dei Paesi. Il titolo è del Sole 24 Ore di oggi, giovedì 22 gennaio 2015…”

Giacomo rimase con la tazzina fumante a mezz’aria, le tempie pulsanti, la bocca secca. Guardò l’orologio digitale sul piano della cucina: 07,55, giovedì 22 gennaio 2015. Guardò l’IPhone, e sul display lesse la medesima informazione.

Andò alla finestra e alzò la tapparella: pioveva, esattamente come ieri. Il bottone della camicia saltato, esattamente come ieri. A quel punto, dovette sedersi un attimo per riprendere fiato.

Accompagnò sua figlia al liceo classico Parini in via Goito e si diresse verso via Turati, imponendosi di restare calmo.

(Sindrome da scollamento temporale, la mia mente si rifiuta di accettare una realtà che non sa gestire e allora la nega, tornando ad un periodo immediatamente precedente. Non ho nemmeno bisogno di andare dall’analista, la diagnosi me la sono già fatta da solo).

Sarebbe passato subito dall’ufficio a ritirare i suoi effetti personali, così la sua mente si sarebbe finalmente riallineata. Se lo ripeté come un mantra lungo la strada, perché non ne era del tutto convinto, ed era questa la realtà che non era pronto ad accettare. Parcheggiò la Mercedes nel posto macchina riservato, che evidentemente non era ancora stato riassegnato, prese l’ascensore e salì al secondo piano, dove c’erano gli uffici tecnici e commerciali.

“Buongiorno, Dottor Della Torre”,

cinguettò la segretaria di Biondi, il Direttore Tecnico, quando la incrociò nel corridoio. Entrò nel suo ufficio, chiuse la porta, si guardò attorno, aprì i cassetti della scrivania ed incominciò a riporre i suoi effetti personali in un sacchetto di carta di Dolce & Gabbana (era l’unica cosa che aveva trovato, non aveva la classica scatola di cartone che avrebbe fatto tanto film americano).

Dopo un leggero bussare la sua segretaria entrò senza attendere risposta, che era una cosa che lo aveva sempre disturbato (metti che fossi con le dita nel naso, o peggio?), ma che sapeva che avrebbe rimpianto. Marina era una collaboratrice sveglia e veloce, trentenne volitiva e spigliata con delle doti organizzative eccezionali.

“…ma ti sembra il caso di riordinare i cassetti della scrivania adesso? Sei in riunione dal Presidente per la formalizzazione del tuo nuovo incarico tra cinque minuti. Ah, buongiorno”.

La seguì come un automa, il cervello in subbuglio e le mani che tremavano.

Quando udì il Presidente annunciare ai presenti la sua nomina a Responsabile dell’Area Commerciale, decisa per soddisfare l’esigenza della nuova proprietà di avere un unico interlocutore che organizzasse e controllasse l’intero settore del Gruppo, dovette infine prendere coscienza del fatto innegabile che la notte prima aveva venduto l’anima al Diavolo.

“Naturalmente discuteremo in separata sede le sue nuove condizioni contrattuali, Della Torre”,

e con ciò i suoi problemi economici probabilmente si sarebbero risolti. Avrebbe però dovuto confrontarsi con un’altra questione: Giacomo si era sempre professato “cattolico non praticante” (in effetti, non metteva piede in Chiesa se non in occasione di matrimoni o funerali), ma in realtà non si era mai soffermato a ragionare sulla sua fede. In fondo, era da molto orientato verso un approssimativo agnosticismo, ma dovendo assimilare la rivelazione dell’esistenza del Diavolo, occorreva prendere in considerazione la concreta possibilità dell’esistenza di Dio, senza la quale quella del Diavolo non avrebbe avuto alcun senso: il Bene e il Male sono due forze contrapposte, l’una presuppone ed implica la presenza dell’altra.

(…una volta per tutte, diciamoci la verità: la Storia la scrivono i cattivi, e il Bene trionfa solo nelle parabole e nella favole per la prima infanzia),

e con questa riflessione, da quell’uomo pragmatico e tendente alle semplificazioni che era, Giacomo si sentì pervaso dalla proterva baldanza di chi ha saputo scegliere di stare dalla parte dei vincenti.

Quando verso la una indossò il Moncler per andare a pranzo, si accorse che gli era rimasta in tasca la Beretta. Marina gli aveva appena fissato una cena con dei clienti per la sera, così decise che avrebbe fatto un salto a casa per riporla in cassaforte: non si sentiva tranquillo con quell’arnese appresso.

Aprì la porta di casa con le sue chiavi – a quell’ora Betta era in palestra e sua figlia il giovedì aveva lezione anche al pomeriggio, così non tornava per il pranzo – e si stupì di sentire il televisore acceso in sala. Pluto gli zampettò subito attorno, immaginandosi una passeggiatina estemporanea.

Notò che la porta della camera da letto era chiusa, e si disse che sua moglie doveva essere rientrata prima dalla palestra e si stava riposando. E allora se la immaginò allungata nel letto sfatto, ancora un poco accaldata dall’allenamento, ed ebbe voglia di lei come non gli succedeva da tanto tempo. Aprì piano l’uscio, e nella penombra delle tapparelle appena sollevate vide la pelle candida della lunga gamba snella di Betta, buttata di traverso sopra il corpo muscoloso e abbronzato del ragazzo, che dormiva beato con una mano poggiata sopra il seno di lei.

Non fu tanto il pensiero del sesso tra i due a fargli montare l’accesso di furore, ma lo spettacolo di quell’abbandono nel sonno, ben più intimo e indecente.

Non si rese nemmeno conto dell’arma che impugnava, né del gesto di togliere la sicura e sparare, uno, due, tre, quattro colpi. Sul piumone color caramello si allargava una lucente macchia bruna e i due corpi giacevano ora scomposti, e Betta aveva fatto in tempo ad aprire gli occhi e a guardare in faccia la morte. Nella stanza si sentiva l’odore acre della cordite e Giacomo fu colto da un accesso di tosse.

Si immaginò la polizia, le manette, il processo, la galera. Scoppiò in una risata isterica:

“Avevo già perso tutto, comunque, e non lo sapevo. Maledetto giovedì…”,

e tirò di nuovo il grilletto, con la canna puntata alla tempia.

Fu subito buio, e dolore, un dolore atroce e insopportabile. Scorse allora nell’oscurità un flebile chiarore, che divenne via via più luminoso, ed ecco riapparire quel bellissimo volto sorridente:

“…non immaginavo di rivederti così presto…”,

e quei lineamenti delicati e perfettamente armoniosi si disfecero come se fossero cera, e si ricomposero in un ghigno orribilmente crudele.

Giacomo Della Torre vide tutta la sua vita scorrergli davanti, come se fosse un film di cui però ora conosceva il tragico, beffardo finale. Si sentì sconvolgere dai rimpianti e dai rimorsi e udì una parte di sé urlare, mentre una forza indicibile la strappava via, lacerandola.

Dopo, fu solo demente e vuota sofferenza, dominata dall’ultima ed unica certezza che sarebbe stato per sempre.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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