La Revenge Economics dell’Antipolitica

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Da qualche giorno va molto di moda tra i commentatori dire che lo snobismo di media e giornali avrebbe steso il tappeto rosso a Donald Trump. A mio avviso, ciò conferma che dovremmo preoccuparci del conformismo degli opinionisti, più che dello snobismo. Prima tutti esperti del perché la Clinton avrebbe vinto, poi da un giorno all’altro son tutti esperti del perché Trump ha vinto. Hillary Clinton è estremamente radical chic e questo ha sicuramente giocato a suo svantaggio. Vi chiedo però, cari opinionisti, cosa c’entra lo snobismo della Clinton con l’atteggiamento di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo che hanno criticato Trump e persino i suoi elettori?

Molto poco. Quello che viene definito snobismo è, in molti casi, una reazione indignata alla profusione di falsità ed affermazioni volgari ed offensive che sono sempre state esorcizzate perché mettono a rischio la coesione sociale (personaggi come Steve Bannon, campaign manager di Trump, solitamente vengono tenuti ai margini del dibattito pubblico). Il sito PolitiFact, che controlla la veridicità delle dichiarazioni dei politici, etichetta come “Falso” o “Assolutamente Falso” il 51% delle affermazioni di Trump. Per Hillary Clinton, la percentuale è “solo” del 12%. Questo senza considerare la categoria di dichiarazioni “per lo più false”, che porterebbe il risultato ad uno strabiliante 70% di Trump contro il 26% della Clinton. Con questi presupposti, l’altrettanto di moda “ma diamo a Trump una chance prima di criticare” non può che voler dire “vediamo quante promesse elettorali non verranno mantenute, prima di infierire”.

Tutti i politici hanno sempre avuto il cattivo vizio di fare promesse che sapevano non avrebbero potuto mantenere. Populisti o meno. Di questi tempi però, con la gran voglia degli elettori di provare proposte mai sentite prima, vedere nuovi volti e dare uno scossone alla classe dirigente esistente, è scomparso ogni limite alla decenza. A questo punto, farei un grave errore se dicessi che gli argomenti dei populisti sono solamente falsità. La vera forza dei populisti è sfruttare le mezze verità come teste di ponte per attaccare la politica mainstream, quella dei partiti tradizionali.

L’esempio principe è la partecipazione dell’Italia all’Euro. I populisti nostalgici della liretta svalutata sono ormai da tempo in guerra per portare il paese fuori dalla moneta unica europea. Purtroppo, stanno avendo molto successo. Perché? Perché sfruttano una mezza verità. Nessuno – ripeto nessuno – nega che il sistema dell’area Euro sia, allo stato attuale, non sostenibile nel lungo periodo senza modifiche importanti. Per questo ci sono cantieri aperti su diversi fronti: dall’unione bancaria alla governance europea su temi fiscali, fino a proposte come l’introduzione di un’assicurazione europea per la disoccupazione, che risolverebbe parte degli squilibri macroeconomici tra stati.

Ai sovranisti italiani, però, puntare sulle debolezze dell’unione monetaria non basterebbe per avere consenso. Allora inquinano il dibattito pubblico con la tesi secondo la quale l’entrata nell’Euro avrebbe causato la stagnazione dell’economia italiana. In realtà, l’Euro ha contribuito alla trasformazione dell’economia italiana dalla “Cina d’Europa” ad un’economia più moderna basata sui servizi e sul manufatturiero avanzato, un processo che ha portato molte aziende a chiudere ma anche molte altre a crescere e creare nuovi posti di lavoro. Ha portato effetti netti positivi o negativi? Sicuramente alcuni positivi, altri negativi. Le esportazioni italiane sono andate molto bene negli ultimi anni (grafico qui sotto) nonostante le catene fantasma dell’Euro.

Nel 2001 la Cina è entrata nel WTO: come fanno i sovranisti a distinguere questo effetto da quello dell’Euro? Oppure dagli effetti del cambiamento tecnologico e di politiche attuate o non attuate nello stesso periodo? Non possono. Nonostante ciò, insistono nell’inondare Internet di grafichetti (spesso pure e semplici correlazioni spurie) che dovrebbero illuminare gli italiani su quale sarebbe la vera causa dei loro problemi. Da anni faccio ricerca sui temi dello sviluppo economico e della crescita e, sinceramente, il tasso di cambio non è considerato dagli studiosi un elemento importante. Nel lungo periodo sono i fattori strutturali come la capacità di innovazione, la struttura demografica e l’organizzazione delle imprese, dei mercati e dello Stato, che determinano la crescita economica. Il Giappone viene spesso paragonato all’Italia in quanto a malessere economico però – sorpresa! – il Giappone ha una sua moneta e non mi pare li abbia aiutati a risollevarsi.

Contributi alla crescita del PIL Italiano per componenti (Autumn Forecasts 2016 - Commissione Europea)
Contributi alla crescita del PIL Italiano per componenti (Autumn Forecasts 2016 – Commissione Europea)
Esportazioni in Euro (prezzi correnti). Fonte: FRED dataset
Esportazioni italiane in Euro (prezzi correnti). Fonte: FRED dataset
Esportazioni in % PIL (fonte: Banca Mondiale)
Esportazioni italiane in % PIL (fonte: Banca Mondiale)

 

Un’altra mezza verità molto di moda è che la globalizzazione ci avrebbe reso più poveri. La parte di verità è che la liberalizzazione del commercio è pensata per accelerare la crescita economica attraverso un processo di trasformazione dell’economia che vede sia vincitori che vinti. Chi è favorevole al libero scambio spesso guarda solo agli aggregati, ma in realtà lo stimolo alla crescita viene dalla chiusura di aziende in settori poco produttivi e l’espansione di altre attività economiche che invece riescono a beneficiare direttamente dell’accesso ai mercati esteri. Dall’altra parte poi, ci sono i consumatori che possono acquistare beni a prezzi più bassi (però se son disoccupati, è difficile che ne possano approfittare appieno).

Per alcune regioni, questo processo di trasformazione è molto doloroso e per ricavarne profitto devono investire pesantemente in educazione, ricerca, infrastrutture e correggere le eventuali distorsioni che impedirebbero alle imprese più innovative di sfruttare pienamente questa occasione. Quello che sto scrivendo non è la mia opinione, ma la descrizione dell’idea che sta dietro queste politiche per la crescita. Da qualche anno, ormai, gli economisti ci inondano di studi che mostrano gli effetti diseguali che le politiche economiche degli ultimi anni hanno avuto sulla popolazione. Date un’occhiata a Voxeu.org per farvene un’idea

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Perché allora parlo di mezza verità? Perché è vero che, subito dopo la liberalizzazione del commercio, molte persone hanno visto la loro condizione economica peggiorare. La falsità è però che questo sia il solo effetto dell’apertura dei mercati. Come ho spiegato prima, le esportazioni sono state il motore dell’economia negli ultimi anni. Mentre molte aziende italiane chiudevano (spesso causa nanismo e crisi del modello familiare) altre crescevano a dismisura. In Italia però c’è molta più attenzione per i funerali che per i battesimi. La scorrettezza dei populisti sta nel puntare il dito contro la globalizzazione, mentre il problema è stato piuttosto l’incapacità della politica di prendere i giusti provvedimenti per approfittare al massimo delle nuove opportunità. Inoltre, negli ultimi 15-20 anni la crescita economica nei paesi sviluppati sembra aver rallentato inesorabilmente e nessuno sa davvero perché. Da qui il dibattito sulla secular stagnation (stagnazione secolare). I populisti ne approfittano per puntare il dito contro capri espiatori – come l’immigrazione e il commercio estero – ed ottenere consenso e potere, il tutto a spese dei molti esperti e politici che invece lavorano con serietà per trovare soluzioni vere a questa stagnazione economica.

Revenge Economics

Va di moda dire che i politici e gli esperti non abbiano ben presente l’esistenza delle cosiddette “vittime” del liberalismo economico e che solo i populisti prendano le loro difese. Lo stesso discorso viene fatto per gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia. Paesi troppo diversi fra loro per poter dare la colpa ad una specifica classe politica.

I partiti tradizionali hanno offerto il welfare come soluzione al problema. Un sussidio generale di disoccupazione – presente ovunque ma solo di recente avviato in Italia – dovrebbe aiutare i lavoratori nei settori svantaggiati dalla liberalizzazione durante il periodo di transizione, prima di trovare lavoro in altri settori economici che invece stanno beneficiando del nuovo regime. In realtà però, è difficile che un metalmeccanico possa trovare lavoro nei servizi senza passare da un’intensa attività di aggiornamento e formazione. Per quelli più anziani questa si può rivelare un’impresa impossibile. Vivere di sussidi poi, non fa bene all’autostima. Alla fine della famosa transizione, il lavoratore si può ritrovare a sopravvivere grazie a contratti per lavori precari e molto meno gratificanti di quelli in fabbrica. E questi non sono i casi peggiori.

I populisti sfruttano il malcontento di questa parte della popolazione ed offrono la speranza di poter tornare ai bei tempi passati, proteggendo una volta per tutte i lavoratori dalla competizione internazionale. Proteggeranno anche i piccoli negozi dai rivenditori online e i metalmeccanici dai robot? Non è dato saperlo. Una volta al potere, i populisti cercheranno di fare un ritorno al passato che porterà danni immediati e ingenti nei settori che stavano trainando l’economia negli ultimi anni. Nel frattempo cercheranno anche di far resuscitare le produzioni in aree del paese danneggiate dalla globalizzazione. Sarà una vendetta, più che una compensazione. Chi ha sofferto negli anni vedrà anche gli altri piangere ma, alla fine, staremo tutti peggio.

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Claudio Baccianti

Economista, specializzato in macroeconomia. Europeo in una città europea.
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4 thoughts on “La Revenge Economics dell’Antipolitica

  1. Antonio Sechi il said:

    Molto interessante. Credo ci sia un refuso: “Nessuno – ripeto nessuno – nega che il sistema dell’area Euro sia, allo stato attuale, sostenibile nel lungo periodo senza modifiche importanti”.

    Forse è “Nessuno – ripeto nessuno – nega che il sistema dell’area Euro sia, allo stato attuale, NON sostenibile nel lungo periodo senza modifiche importanti”.

  2. La forza dei “populisti” non sono le menzogne, ma le mezze verità raccontate da tutti. La forza dei “populisti” è l’ottusità e il conformismo delle masse, prima ingannate da élite poco lungimiranti, avide e corrotte, ora dai neo-fascismi e neo-comunismi erroneamente etichettati “populisti”. La globalizzazione è stata tradita dai suoi più entusiasti sostenitori. Poteva essere una grande occasione per l’intera umanità, l’hanno trasformata in una vendetta contro le masse occidentali che avevano abusato del welfare state. Non hanno saputo (voluto) graduare il processo, proteggere ciò che c’era da salvare del miglior novecento. Nessun ripensamento? Continuiamo con la sicumera dell’ultimo ventennio? Come “The Sleepwalkers” che condussero l’Europa al suicidio. Vendetta? La parola appropriata è nemesi.

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