Sogni nel buio

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Non aveva paura del buio. Al buio aveva dovuto abituarsi sin da piccola, nelle notti che sua madre passava fuori di casa mentre lei rimaneva a lungo sveglia nel divano letto in tinello. Le piaceva rifugiarsi in quell’oscurità mitigata dalla luce dei lampioni che dalla strada  penetrava attraverso le tapparelle, perché era allora che si immaginava storie ed erano talmente vivide che quando infine si addormentava era ancora dentro quella narrazione, e si risvegliava al mattino con la sensazione di averla realmente vissuta.

Ma stavolta era differente, questa tenebra assoluta e densa che odorava di umidità e di limatura di ferro la teneva inchiodata lì – ma dove? Cercò di muoversi, ma non riusciva: era supina e non sentiva più le gambe, doveva essere su quel giaciglio da molto tempo, le braccia erano bloccate da robuste cinghie di cuoio del quale percepiva un vago sentore. Sentiva sulla pelle il peso di una ruvida coperta ma aveva freddo e anche un orrendo mal di testa. Da qualche parte, un rubinetto gocciolava con ineluttabile, ossessiva regolarità.

 Era partito bene, il quartiere milanese di San Siro: edilizia residenziale innovativa di  caseggiati in mattoni a pochi piani costruiti negli anni ’30 con materiali e criteri di una certa qualità, che racchiudevano ampi cortili piantumati, e poi  piazze e larghi viali alberati con le panchine. Non certamente un rione isolato ma anzi prossimo al cuore della città, a poche fermate di tram da piazzale Lotto, a ridosso dell’Ippodromo e dello Stadio Meazza. Fu a partire dal secondo dopoguerra, con l’edificazione frettolosa di numerose altre case popolari realizzate con le risorse scarse di cui si poteva disporre che l’aspetto di San Siro divenne disomogeneo: sorsero sequenze di caseggiati grigi allineati secondo l’asse termico con lodevoli criteri di funzionalità, con grigi balconi in cemento che si sporgevano su stretti cortili, generalmente con un campetto in sabbia per i giochi dei bimbi sul retro e con alloggi angusti e poco luminosi. In assenza di qualsiasi seppur minima manutenzione, all’inizio degli anni ’90 quei casamenti, già poveri di attrattiva da nuovi, erano  ulteriormente imbruttiti da  un evidente deterioramento, al quale si aggiungevano il sovraffollamento, la forte presenza di immigrati e l’occupazione abusiva degli alloggi. Il cosiddetto “Quadrilatero” racchiuso tra via Civitali, via Tracia, via Preneste e piazzale Selinunte divenne la periferia di San Siro, un luogo alieno separato dall’adiacente area residenziale con le ville e i condomini ben tenuti dalla distanza incolmabile di poche decine di metri.

Era per l’appunto in una di quelle case in via Abbiati che Agostina abitava da una quindicina d’anni con la madre, da quando il padre a metà degli anni ’70 se ne era andato a lavorare nella natia Germania e non ne era più tornato. Certo, aveva chiesto alla moglie di raggiungerlo con la bimba  che all’epoca andava all’asilo, ma quella non ne aveva voluto sapere e lui per qualche anno aveva continuato a mandarle piccole somme di denaro, ogni mese, poi ad un certo punto aveva smesso. Non si erano mai separati, e nemmeno cercati.

Agostina non somigliava affatto alla madre, allegra e prorompente, di una bellezza  procace che il suo atteggiamento disinvolto rendeva ancora più vistosa. Al pari del padre era alta e mingherlina, con i capelli fulvi e gli occhi di un azzurro slavato, il volto appuntito spruzzato di pallide efelidi, tutto sommato di aspetto gradevole ma certo non una che faceva voltare gli uomini al suo passaggio, cosa che invece capitava a sua madre ancora adesso che si approssimava  ai quarant’anni, e ciò anche per via di una certa timidezza che la induceva a fare di tutto per passare inosservata.

Sua madre non aveva più voluto legarsi ad un uomo, ma vivace ed estroversa com’era non era stata a lungo in casa con l’insulsa compagnia della televisione e di quella figlia taciturna che passava le ore a colorare fogli di carta con i pastelli. Agostina non aveva ancora sei anni ed aveva appena iniziato ad andare a scuola quando sua madre prese ad uscire un paio di sere la settimana. La donna faceva la cameriera in un ristorante nei pressi dell’Ippodromo e la bimba era abituata a passare lunghe ore del giorno in casa da sola.

Tuttavia non era proprio paura ma sicuramente ansia, quella che la coglieva in quelle sere in cui non vi era nessuno con lei nella casa buia piena di piccoli rumori sconosciuti, dal gorgoglio delle tubature ai suoni attutiti di voci e di oggetti smossi provenienti dagli appartamenti vicini. Annusando il profumo da quattro soldi che la madre le aveva appiccicato addosso chinandosi a baciarla prima di uscire, allora si inventava delle storie: di gite al mare con la mamma e il papà che non aveva mai fatto, di domeniche ai Giardini Pubblici con i nonni che non aveva mai conosciuto, perché quelli paterni erano in Germania e quelli materni avevano rotto i ponti con la figlia quando si era sposata incinta a diciannove anni, di pomeriggi trascorsi in giro per la città con qualche compagna di scuola, di avventure che la vedevano protagonista spigliata e sempre al centro dell’attenzione. Aveva una fervida fantasia che negli anni si era alimentata della lettura vorace dei libri presi in prestito dalla biblioteca scolastica e le fantasticherie erano divenute via via più dettagliate e più concrete perché collegate al suo quotidiano, popolate dalla presenza di compagni di scuola o di sconosciuti incrociati per strada.

Terminate le scuole medie, faceva la commessa in una panetteria in via Dolci, ma cinque anni dopo con l’aiuto di un’ostetrica amica di sua madre era stata assunta come inserviente all’Ospedale di Niguarda: era un lavoro faticoso ed il contatto ravvicinato e diretto con le malattie e la sofferenza i primi tempi le erano sembrati insopportabilmente logoranti ed aveva rimpianto le lunghe ore in piedi dietro il banco nel profumo di pane, di focaccia e di ciambelle. A poco a poco vi si era abituata ed aveva elaborato una sorta di indifferenza,  quanto meno un’assenza di empatia che le aveva consentito di continuare ad affrontare lo spettacolo quotidiano dello scempio della malattia sul corpo umano.

Arrivata a ventitré anni senza avere mai avuto un ragazzo fisso,  quando familiarizzò con un gruppetto di colleghe più o meno della sua età si disse momentaneamente sola inventandosene tuttavia alcuni passati, dei quali parlò con scioltezza e con abbondanza di particolari. Nella penombra interrotta da sprazzi di luci colorate delle discoteche che frequentava con le amiche trovava materiale in abbondanza su cui abbandonarsi alle sue fantasie, e gli incontri effimeri e frettolosi consumati in auto, in qualche spiazzo desolato ai confini con il movimento cittadino e in un certo senso con la vita stessa, si tramutavano in brevi quanto brucianti ed intense storie d’amore.

Era incominciata una nuova fase: quella dell’esternazione e della condivisione delle sue invenzioni, che aveva preso ad imbastire con  maggiore attenzione, spesso prendendo spunto da un episodio reale ma insignificante che manipolava cambiandone l’evoluzione, ed erano talmente convincenti che finiva quasi per crederci lei stessa.

A ben guardare la vita di Agostina sarebbe stata deprimente per chiunque: un appartamento squallido in un casamento fatiscente situato in un luogo che era peggio della periferia vera, perché era una porzione rinnegata e reietta di un rispettabile quartiere borghese e chi vi era confinato era ancora più ai margini, una madre completamente assente, ancora giovane ma consumata nell’animo e sempre più attratta dall’obnubilamento alcoolico, un lavoro faticoso, puzzolente ed ingrato, una fondamentale solitudine perché alle poche persone che frequentava non si rivelava mai, esibendo solamente la sua vita parallela ed inventata: ma era proprio in virtù di questo salvifico inganno che riusciva a tirare avanti. Forse covava la speranza che a furia di sognare un giorno finalmente qualcosa di bello sarebbe capitato.

Era una di quelle giornate di marzo spazzate da un vento freddo che sembra negare sia la primavera che il calore del sole che scintilla nel cielo azzurro, piegando gli steli sottili delle innocenti  margherite che occhieggiano nelle aiuole cittadine.

Verso mezzogiorno Agostina stava spingendo il carrello delle vivande lungo il corridoio del reparto femminile di chirurgia, quando nell’ultima stanza, momentaneamente semi vuota, vide l’uomo seduto accanto al letto dell’unica occupante, un’anziana donna reduce da un complicato intervento. Lo vide anche nei giorni successivi, mezzogiorno e sera: aiutava la madre a mangiare con amorevole sollecitudine, si chiamava Renato e talvolta scambiava qualche parola con lei. Non lo si poteva definire bello: sulla quarantina, alto e magro, il viso scarno dal naso aquilino che spioveva sulle labbra sottili, e gravi occhi scuri segnati da profonde occhiaie. Ma era distinto e gentile, aveva belle mani ben curate e le rivolgeva sovente un sorriso schivo. Le raccontò del suo difficile mestiere di medico legale, un dottore che non guarisce nessuno ma che interroga i morti sulle cause della loro dipartita e così facendo stabilisce una sorta di intimità che potrebbe apparire per molti versi aberrante.

Agostina si era accorta di come lui ogni tanto le adocchiasse le gambe che sporgevano dal grembiule azzurro, quelle belle gambe affusolate ed eleganti dalle caviglie sottili che erano l’unico tratto che avesse ereditato dalla madre, ed il medico legale prese a popolare i suoi sogni ad occhi aperti, mentre le risuonavano nella mente le parole che la madre le aveva spesso ripetuto:

“…almeno tu, cerca di sistemarti con qualche bel dottore”.

Questo non era bello e si occupava solo di cadaveri, ma altre occasioni ghiotte al momento all’orizzonte non ce n’erano.

Così, la sera in cui lui la invitò a cena, ed era finalmente primavera e fuori dalla finestra il cielo si tingeva di rosa pallido, lei era pronta, perché se lo era immaginato esattamente così.

immobile in quel buio fitto ed ostile, nel quale udiva solo il suo respiro affannoso che si sovrapponeva a quello snervante sgocciolio,  Agostina incominciò a ricordare.

Ricordò che era sabato sera e si era vestita e truccata con cura (aveva preso una corta gonna nera e le scarpe con il tacco alto dall’armadio di sua madre) ed era salita in preda ad una trepidante eccitazione sulla coupé di Renato, una macchina lussuosa, lunga ed argentea come un siluro. All’Osteria dell’Operetta a Porta Ticinese c’era tanta gente, ma l’uomo, elegantissimo in un completo grigio chiaro, aveva prenotato. Rammentò che avevano mangiato bene e bevuto tanto, e lui le aveva raccontato dei suoi viaggi all’estero e di sua madre che non stava affatto bene, confidandole poi che non si era ancora sposato perché non aveva trovato la donna giusta…glielo diceva sempre sua madre, che doveva aspettare la donna giusta.

Si sovvenne che dopo cena avevano fatto un lungo giro in auto per Milano con la radio sintonizzata su un canale che trasmetteva musica classica, finché ad un certo punto non erano arrivati a Lambrate e in via Crescenzago lui aveva parcheggiato l’auto, le aveva sorriso guardandola

“…io abito qui. Sali con me un momento?”

ma i suoi occhi erano vuoti, pareva guardassero oltre, così lei aveva avuto un’esitazione, come un dubbio o un presagio, ma poi aveva pensato alla storia che aveva immaginato ed atteso e che si stava avverando e lo aveva seguito. Lui l’aveva presa per mano ed avevano varcato il cancello di un condominio signorile, il cortile spazioso pieno di alberi, come del resto la via, l’ascensore era salito fino all’ultimo piano con un guizzo morbido e silenzioso.

L’appartamento era spazioso e arredato con mobili sobri e di buona fattura, e Agostina aveva pensato al tavolo col ripiano di formica e con le sedie scompagnate sul quale era solita pranzare a casa sua. Si erano seduti sul divano, avevano bevuto ancora e quando lui l’aveva abbracciata si era stupita di una certa ruvidezza imperiosa nelle sue carezze, che aveva interpretato come slancio passionale: era stato tutto molto veloce e insomma, non proprio come se lo era figurato, ma pazienza. Nel narrare questa storia alle amiche, avrebbe saputo apportare gli opportuni cambiamenti.

Poi aveva incominciato a girarle la testa, forse per via di tutto quello che aveva bevuto, lui la fissava con uno sguardo ansioso ed eccitato, e dopotutto era un medico, perciò quando le aveva piantato un ago nel braccio

“…vedrai che tra poco ti sentirai meglio”,

lei si era fidata.

C’era stato un momento in cui la sua coscienza era appena affiorata dal sonno nero nel quale era piombata ma non era riuscita ad aprire gli occhi per via di una luce accecante che l’aveva sopraffatta, insieme a un dolore che si stava propagando a ondate sempre più violente da qualche parte del suo corpo fino al cervello. Solo un attimo, poi di nuovo il nulla.

In quell’oscurità greve che sapeva di panni bagnati e di qualcosa di aspro e ferrigno, nel silenzio interrotto solo da quel gocciare che ora sentiva fragoroso, quando tornò quel dolore divorante Agostina ebbe paura. Cercò allora di allontanarsi da quel luogo ostile ed uscì da quella storia orrenda inventandosene un’altra. Dopo un poco vide il volto di suo padre chino sul suo, e non era cambiato per niente in tutti quegli anni: le pose un bacio lieve sulla fronte, si sentì sollevare ed ebbe l’impressione che il suo corpo non avesse più peso. Un alito di vento rinfrescò le sue guance accaldate, e chiuse gli occhi lasciandosi cullare dallo sciabordio dolce di piccole onde che si frangevano contro gli scogli. Si lasciò scivolare in un irresistibile,  dolce torpore senza opporre resistenza, e finalmente se ne andò.

 Era domenica mezzogiorno e il dottor Renato Domeoni stava imboccando sua madre, che apriva meccanicamente la bocca fissando con occhi assenti un punto lontano al di sopra della sua spalla sinistra. Benché fosse certo che la donna non comprendesse le sue parole, perduta com’era in un orizzonte isolato e lontano, le parlava con tono sommesso e carezzevole.

“Ho fatto bene a darti retta comprando quell’appartamento con una grande cantina. Un po’ umida, ma ho potuto attrezzarla come un efficiente laboratorio per i miei esperimenti, e sono anche riuscito a farci stare un grosso congelatore. Avevi ragione anche quando mi dicesti di non avere fretta, di non portarmi in casa la prima sciacquetta che mi attraversò la strada, e nemmeno la seconda o la terza: nessuna di loro era la donna giusta. Ma sai, mamma, mi sono reso conto che non avrei mai potuto trovare la compagna adeguata, a meno di non inventarmela: e ce l’ho fatta, quest’ultima aveva gambe bellissime ed ora ho tutto quello che mi occorre. Devo solo mettere assieme i pezzi. Spero che tu campi abbastanza per poterla conoscere, mamma, perché sono certo che questa ti piacerà”.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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