Solo per dirti addio

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“Per la prima volta, misi in conto che capire non mi sarebbe probabilmente bastato. Capire significa aprire una porta, ma raramente si sa cosa c’è dietro” (Jean Claude Izzo, “Casino totale”)

“ma che cosa vai a fare lassù da solo, che ti verrà il magone e basta, mio povero Sandro?”

Non aveva tutti i torti, la signora Giovanna. Salire lassù, ovvero tra i monti della Val Mareo, piccola valle incuneata tra l’Alta Val Badia e l’Alta Val Pusteria, significava tornare nei luoghi dove tutto era incominciato, dove era stato dapprima incredulo e poi felice, stupidamente, proditoriamente felice, dove aveva seriamente creduto che potesse durare per sempre.

Sandro Vimercati era nato e cresciuto dietro la stazione milanese di Porta Garibaldi, nelle case popolari del rione Isola quando era ancora “la casbah de Milan”, molto prima che venisse riqualificato e assai prima della realizzazione di piazza Gae Aulenti, del Diamantone, della Vela, del Bosco Verticale e della conseguente gentrificazione del quartiere.
Negli anni della sua adolescenza il panorama appena al di là dei confini dell’Isola era ancora dominato dal Luna Park Varesine, il parco dei divertimenti divenuto stanziale negli anni ‘60 e che si trovava sul terrapieno della vecchia linea ferroviaria per Varese, di proprietà delle Ferrovie dello Stato.
L’amore per la montagna glielo aveva trasmesso suo padre, ferroviere con l’alpinismo nel sangue che incominciò a farlo scarpinare su per i sentieri della Grigna fin da quando era bimbetto, per introdurlo pochi anni più tardi all’adamantina bellezza gotica delle cime dolomitiche e alle arrampicate sulle Alte Vie delle Dolomiti.
Tranquillo, scarsamente socievole ed incline alla meditazione, Sandro aveva trascorso tutte le vacanze dell’adolescenza e di parte della giovinezza nelle valli trentine e altoatesine, fino a quando la sua propensione alla contemplazione non era stata (finalmente) distratta dal richiamo impellente di altre forme di beltà.
Qualche anno dopo, il matrimonio aveva a poco a poco posto fine al sodalizio virile con il padre fatto di levate all’alba, di lunghe e solitarie marce di avvicinamento, di complice fiducia nello stare legati ad una fune ed appesi ad una parete rocciosa, infilati in una nuvola o storditi dal blu cobalto di un cielo immenso e terso.

Trascorsi  una decina d’anni a cercar vanamente di mediare, contrattare e lasciar correre, Sandro e Paola si erano infine arresi all’inconciliabilità di due nature troppo distanti e si erano separati senza grossi traumi, data l’assenza di prole, ma semmai con un senso amaro di sconfitta e con un fastidioso rammarico per il tempo trascorso nel vano e cocciuto tentativo di costruire un legame duraturo.
Sandro aveva ripreso ad andare per montagne con suo padre, trovando rifugio e conforto in quell’assenza di parole che altro non era che una forma più alta di comunicazione, nei respiri accorciati dalla fatica e dall’altitudine, nell’emozione di un intimo contatto con la grandiosità del vuoto al di sotto e tutto attorno, ma si era imbattuto nella vecchiezza del genitore e nella sua conseguente frustrazione per un decadimento fisico che lo rendeva sempre più insicuro ed impacciato, ed al quale infine aveva dovuto arrendersi. Avevano tuttavia continuato a soggiornare una quindicina di giorni in montagna nel mese di agosto, anche per sfuggire alla calura cittadina, dedicandosi alle escursioni a piedi e contemplando da lontano i fianchi scoscesi di nuda roccia con la nostalgia che normalmente si dedica ad un vecchio amore mai dimenticato.

Era stato in quella valle raccolta e riparata dai venti, ingentilita da un paesaggio dolcemente curvilineo e verdeggiante, un poco più distante dall’asprezza magnifica degli imponenti massicci dolomitici di altri comprensori che avevano imparato a conoscere nel corso degli anni, che aveva incontrato Marina.
Aveva subito riconosciuto il suo accento meneghino scambiando qualche parola nella pasticceria dove si fermava spesso per un caffè e un dolce e dove lei lavorava al banco, ed era stato il pretesto per tentare un approccio. Lui, normalmente così schivo e poco incline alla conversazione con gli estranei, si era subito sentito irragionevolmente scombussolato da quella sconosciuta. Che era bella, certo: longilinea, un volto dai tratti regolari, il naso dritto e sottile, la bocca piena, i capelli biondo ramato legati in una spessa treccia. Ma ad affascinarlo non era la sua bellezza che appariva tra l’altro precocemente appassita, forse sciupata più dall’incuria e dalle avversità che dal tempo, poiché poteva avere poco più di quarant’anni, quanto la durezza che traspariva da quegli occhi chiari e limpidi, azzurri come certi cieli sereni sopra le cime dei monti, ed il vigore ferino che emanava la sua persona, una sorta di possenza dominata a fatica evidente nella gestualità energica e nella camminata veloce e fluida, che a tratti si spegneva all’improvviso, lasciando il posto ad una momentanea indolenza sofferente.
Osservandola, Sandro si era sentito turbato ed aveva realizzato all’improvviso che era solo da molto tempo, cedendo infine all’irrefrenabile quanto presuntuoso impulso di prendersi cura di lei.

Marina Bianchi era stata dapprima blandamente infastidita dai goffi tentativi di quel tizio tutt’altro che brutto ma un poco spento, goffo da far paura
“…ma sei di Milano anche tu?? Io abito all’Isola, in via Pastrengo…”
(ma dai, sai che stranezza, neanche fossimo a Singapore invece che a trecentocinquanta chilometri da Milano…),
ma dopo qualche giorno la garbata insistenza con la quale, seduto ad un tavolino mentre consumava una colazione solitaria (sempre la stessa, caffè e strudel) lui la guardava con l’espressione incondizionatamente ed ottusamente amorevole di certi cani, che darebbero la vita per un essere umano che nemmeno si sono scelti, l’aveva incuriosita ed aveva accettato di cenare con lui.
Sandro se ne era innamorato subito, e pur intuendo qualche doloroso segreto non aveva fatto nulla per conoscerlo, anzi aveva deliberatamente scelto di tenersene alla larga, limitandosi ad offrirle un riparo per il presente e per un eventuale futuro, fiducioso che ciò sarebbe stato sufficiente per dissipare quell’aura oscura che sembrava aleggiarle attorno.

Era così incominciata una relazione complicata dal fatto che lei non aveva nessuna intenzione di tornare a Milano, città che aveva lasciato per allontanarsi da una parte della sua vita che gli aveva detto di voler dimenticare, e alla quale lui era legato sia per via della presenza degli acciaccati genitori che per via del lavoro.
Ciononostante, funzionò per quasi un anno.
Per Sandro fu un periodo di incredula estasi ma anche di divorante insicurezza, di viaggi estenuanti per raggiungerla quasi tutti i fine settimana ed osservarla senza tuttavia riuscire ad afferrarla, sempre altalenante tra l’entusiasmo di dedicarsi a lei fino a comprenderla ed il presentimento oscuro di spingersi troppo oltre, come quando si è attratti da un animale selvaggio, tanto seducente quanto potenzialmente letale.

Marina aveva pensato di potersi adagiare in quell’abbraccio rassicurante fino a rigenerarsi e a scoprirsi migliore di come pensava di essere, ma ad un certo punto le erano venuti a noia tutti quei buoni sentimenti ed era stata presa da una rabbiosa insofferenza verso l’abnegazione di Sandro e quella sua totale, indecente offerta di sé. Così un bel giorno aveva fatto i bagagli e se ne era andata, senza un commiato di alcun genere, senza lasciare tracce, e soprattutto senza rimpianti.

Sandro era rimasto a lungo davanti alla porta chiusa del suo appartamento, dopo avere scoperto che non lavorava più alla pasticceria. Non aveva nemmeno provato a cercarla; si era lasciato sopraffare da una stanchezza indicibile, e si era ripiegato nel suo monotono quotidiano, privo di slanci e ancor più solitario di prima, dato che nei mesi passati si era allontanato dai pochi amici che aveva per dedicarsi senza distrazioni di sorta a Marina.
L’estate successiva, verso la fine di agosto, aveva pensato che per riuscire a scrollarsi di dosso l’apatia vischiosa che lo stava soffocando giorno dopo giorno avrebbe dovuto recarsi nuovamente nei luoghi del loro incontro: non aveva potuto dirle addio, lei gliene aveva negato l’opportunità uscendo repentinamente di scena, ma avrebbe provato a farlo comunque, anche in sua assenza.

Nulla era mutato nella dolcezza di quel paesaggio, e d’altronde che ne possono sapere i luoghi del dolore di un abbandono: il dispiacere è un fardello che ognuno porta sempre via con sé.
Salì sulla vetta del Plan de Corones con la funivia che partiva dal paese e vagò per i sentieri che giravano attorno alla stazione di arrivo dell’impianto. Le vetrate della singolare ed imponente struttura in cemento di uno dei Musei della Montagna di Messner risplendevano nel cielo blu, e Sandro pensò che nella bruttezza di quell’edificio che pareva sbucare direttamente dalla roccia vi era qualcosa di straordinariamente epico che riusciva ad amalgamarsi armoniosamente con lo spettacolare panorama circostante e ne diveniva l’espressione. Gli venne in mente la Torre Velasca, che trovava arduo definire bella ma il cui stile architettonico, fondendo in maniera originale ed ardita tradizione ed innovazione, rappresentava l’aspirazione milanese allo sviluppo e alla crescita negli anni del dopoguerra.
Proseguendo il cammino giunse sul belvedere dove sorge una gigantesca altalena e si soffermò ad osservare alcuni ragazzi che, dopo essersi fatti imbragare dall’addetto, un giovane alto e muscoloso dai voluminosi bicipiti tatuati e con gli occhiali a specchio, venivano sollevati da un verricello a fune fino a quindici metri di altezza per essere scagliati nel vuoto, a dondolare di fronte al maestoso scenario delle cime delle Alpi della Zillertal.
Dopo un po’ che li osservava si ritrovò a meditare che quell’insensato oscillare nel vuoto di fronte alle montagne, quella tensione verso uno scenario superbo ed irraggiungibile, poteva essere la metafora della sua storia con Marina.
Era ormai ora di pranzo e non vi era più nessuno che attendesse il suo turno per salire sull’aggeggio, ed obbedendo ad un impulso che non si curò di comprendere si avvicinò al manovratore. Si lasciò imbragare e scelse la posizione “a volo d’angelo” anziché quella seduta, e chiese di essere lanciato dall’altezza massima di quindici metri.

“…ok”,

assentì il ragazzo, ed incominciò ad innalzarlo azionando il verricello. Quando fu in cima, il meccanismo lo inclinò lentamente e si ritrovò a pancia in giù. Allineò allora le braccia ai fianchi, e quando quello da sotto gridò

“…pronto?”

rispose che certo, era pronto, anche se non sapeva bene per cosa.
Un ulteriore, piccolo strappo in su, poi Sandro si sentì proiettato in avanti mentre lo stomaco rimaneva indietro e l’aria sibilava e vorticava tutto attorno, ed incominciò a boccheggiare. Dopo qualche istante il suo corpo si abituò all’oscillazione potente ed ampia, e ricominciò a respirare: allora allontanò piano le braccia dal corpo ed immaginò che fossero ali, e contemplò le montagne che si avvicinavano e si allontanavano ad intervalli regolari. Sentiva la brezza fresca sulla pelle del viso, lieve come una carezza ed incominciò a rilassarsi, la mente vuota, interamente intenta a percepire ed immagazzinare quella meravigliosa sensazione di pace e di lontananza da sé. Chiuse gli occhi e cercò di pensare a Marina, e allora vide la sua figura snella venirgli incontro, le braccia tese verso di lui, lo sguardo freddo dello stesso colore di quel cielo, come se le passasse attraverso, e l’aura caliginosa che l’avvolgeva era ora nitida e materica.
…l’urlo del ragazzo là sotto esplose contemporaneamente allo schiocco secco come una frustata del cavo di acciaio che si strappava, e Sandro si sentì immediatamente scagliato verso il cielo e verso le montagne e si sovvenne di colpo che quelle che aveva dispiegato erano solo braccia, e non ali…

Riaprì gli occhi di colpo e si accorse di essere ancora sospeso e saldamente affrancato alle funi in acciaio, mentre il dondolio si faceva via via più lento, accorciando la sua traiettoria; quando rimise i piedi a terra gli fischiavano le orecchie e si accorse di avere gambe e braccia indolenzite.
Sopra la sua testa volteggiava lento un piccolo stormo di taccole, le montagne erano al loro posto, regalmente imperscrutabili, i paesi nella valle sottostante immobili e quieti.
Si volse un’ultima volta verso quel paesaggio da cartolina e mormorò tra sé

“Addio, Marina, e buona fortuna”,

poi si avviò verso il sentiero che riconduceva a san Vigilio. La strada era lunga, ma aveva tempo, e si sentiva il passo elastico e persino baldanzoso, la mente e il cuore ancora confusi ma alleggeriti, come può capitare realizzando di essere scampati ad un oscuro pericolo. Così prese a camminare in mezzo al bosco ombroso, incurante delle lacrime che rotolavano silenziose e veloci sulle sue guance.

Avrebbe potuto essere così semplice, in fondo: lasciarsi andare a un amore ingenuo e dolce, dimenticare il passato o almeno accantonarlo, non esserne condizionata. Certo, potrei superare il fatto di avere sposato un sociopatico violento, essendo pienamente consapevole della sua brutalità, potrei perdonarmi il fatto di averlo ammazzato, non sarebbe così complicato: ma come posso dimenticare l’eccitazione lucida e gioiosa con la quale ho pianificato la sua morte? Quella notte l’ho affrontato nel buio ed ho premuto il grilletto, e guardandolo crollare a terra ho provato un piacere assoluto e sublime. Mi sono sentita potente, e nella mia mente è passato veloce come un lampo il pensiero che avrei potuto farlo di nuovo, che forse avrei voluto rifarlo, per provare di nuovo quell’esaltante sensazione.
Ho sempre sostenuto di non avere avuto scelta, che se lo avessi denunciato per i suoi traffici e poi lo avessi lasciato me l’avrebbe fatta pagare: ma non è vero, c’è sempre un’altra opzione, volendo.
Ci sono ombre che ti porti dentro, di tanto in tanto prendono il sopravvento, e non te ne libererai mai: perché sono la tua più intima essenza, ed è difficile convivere con questa consapevolezza.
Non si può fuggire dal marciume, quando ce l’hai dentro. Ripensando alla mia vita, ora so che non è stata una questione di sfortuna né di errori di valutazione: ho sempre scientemente prediletto i miei simili, riconoscendoli con infallibile intuito.
Mi è già capitato di imbattermi in un tizio che voleva “salvarmi”, non sapendo nemmeno da cosa: quel mio ex compagno di liceo con il quale ero solita studiare e che è poi diventato poliziotto. L’ho rivisto in un momento di debolezza, ho ceduto alla paura e alla nostalgia di un’età non ancora compiutamente cosciente, o forse quella notte avevo solo bisogno di decidere da che parte stare. Eppure, sono convinta che lui abbia capito tutto, e ancora non mi spiego perché mi abbia aiutata imbastendo la storia della legittima difesa.
Non ha mai risposto alle mie telefonate, chissà dove l’ha portato quel vento che pareva soffiargli dentro, rendendo sovente irrequieto il suo sguardo obliquo.

La brezza del tardo pomeriggio estivo solleva un tanfo caldo e putrido,  sfaccettato ed avvolgente: è l’odore del porto, di qualsiasi porto, non importa quanto ripulito o riammodernato.
Marsiglia è come un vecchio gatto, che non è mai del tutto addomesticato, nemmeno quando lo sembra.
Nella penombra della stanza della pensione di indefinibile categoria, al fondo di un vicolo affacciato sul Vieux Port, Marina osserva l’uomo alto e robusto che dorme con un sommesso russare gettato di traverso sul letto, la pelle cotta dal sole brillante di un velo sottile di sudore. Originario della Louisiana, più giovane di lei, solitario e selvatico, nessun rapporto con la famiglia, per mare da anni.
Nessuno lo cercherà, nessuno sentirà la sua mancanza.

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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