Stairway to heaven

“Do what thou wilt. So mote it be” (“Fa ciò vuoi. E così sia” – da “Il Libro della Legge”, Aleister Crowley)

Qualcuno ebbe a sostenere che il 1991 fosse stato per certi versi un anno rivoluzionario. Nel corso dei mesi il mondo aveva assistito alla fine dell’apartheid in Sudafrica e allo scioglimento del Patto di Varsavia, mentre l’adesione degli Stati Europei all’accordo di Schengen si era ulteriormente ampliata. Era un tempo di pace e di prosperità, cosicché le frontiere andavano via via perdendo significato e valore; l’intrigante innovazione di quella porta spalancata sul mondo che era il World Wide Web appariva come una diavoleria grazie alla quale anche i confini geografici e culturali della comunicazione sarebbero stati semplicemente spazzati via, allo stesso modo in cui la Storia stava disgregando l’Unione Sovietica con un susseguirsi inarrestabile di dichiarazioni d’indipendenza dei Paesi che ne erano membri dal 1922.

Tuttavia, la gente avrebbe continuato a comprare monili in oro e gemme. Nessuna rivoluzione avrebbe mai mutato questa tendenza che perdurava sin dalla notte dei tempi, fatto d’altronde testimoniato dai reperti archeologici conservati nei musei: perciò Walter Gnecchi, trentacinquenne rappresentante di preziosi, sentendosi parte fieramente attiva di questo generale sommovimento era pure perfettamente consapevole di occupare una solida posizione di privilegio che avrebbe resistito, adeguandosi ai tempi e ai gusti.

Mancava poco a Natale e quel venerdì mattina un cielo basso e uniformemente grigio incombeva su Milano. Walter lanciò un’ultima occhiata compiaciuta alla sua immagine riflessa nello specchio  all’interno di un’anta nell’armadio: lo spezzato sportivo cascava alla perfezione sulla figura alta e snella e le Clarks in camoscio marrone scuro erano comodissime. Indossò il cappotto in lana di cammello, tolse dal cassetto del comodino la Ruger a canna corta e la infilò in tasca, afferrò la valigia con il campionario accertandosi che la chiusura a combinazione fosse a posto e prima di inserire l’allarme posò uno sguardo orgogliosamente affettuoso sull’ambiente dal quale si stava accomiatando. Il mutuo per la villetta dai muri intonacati in un vivace color pervinca, dotata di un minuscolo giardino e di autorimessa alla quale si accedeva direttamente dalla cucina  era piuttosto impegnativo, ma quella casa rappresentava la realizzazione di un sogno legato al ricordo di sua madre, scomparsa dopo breve e dolorosa malattia quando egli aveva appena compiuto diciannove anni.

Originaria di un borgo sulle colline dell’astigiano, la signora Rachele si era trasferita a Milano quando aveva sposato Raul, aitante giovanotto nato alla Barona che tirava la lima in fabbrica alla Bicocca dall’età di quattordici anni. Si erano stabiliti in un modesto alloggio al secondo piano di un tetro edificio in corso XXII Marzo, le cui finestre della cucina e dell’unica camera da letto affacciavano su un disadorno cortile interno chiuso tra alte mura dove non batteva mai il sole. Al piano terra si trovava l’ingresso che immetteva alle cucine di un ristorante e tranne il lunedì, giorno di chiusura del locale, l’aria era costantemente pregna di qualche olezzo gastronomico non sempre gradevole. La signora Rachele, cresciuta in paesaggi aperti dalle linee ondulate dominanti la perfetta geometria della campagna coltivata a vigneti, cereali e girasoli, appena sotto ai villaggi arroccati sulle colline di tufo, pativa di malinconia nello spazio ristretto di casa dove anche il panorama al di là delle finestre non aveva ampiezza di respiro e lo sguardo si infrangeva contro il cemento dei palazzi come un’onda che non riesce a superare uno scoglio imponente; allora nel pomeriggio, quando il figlio aveva finito di fare i compiti, se lo portava appresso a passeggiare nei dintorni.

Era stato in quel lento peregrinare mano nella mano, tra chiacchiere oziose e complici silenzi che avevano scoperto le case colorate e i giardini di via Lincoln, strada di poche centinaia di metri racchiusa tra le vie Cellini e Calvi. Il clangore del tram e del traffico di Corso XXII Marzo non era così lontano, ma in quel luogo si varcava una soglia che conduceva in un altrove variopinto e quieto, tra aiuole fiorite e orti rigogliosi davanti a villini tinteggiati a colori vivaci, le facciate interrotte dai balconi racchiusi in leggiadre ringhiere curvilinee, le cancellate decorate con motivi floreali o geometrici. Non ve ne era uno uguale a un altro, ma la commistione di stili architettonici risultava sorprendentemente armoniosa: metteva allegria e veniva da chiedersi dove fosse il mare, naturale complemento di quel paesaggio rivierasco.

Fu l’avvento della prima guerra mondiale a interrompere definitivamente il progetto nato da una cooperativa operaia alla fine dell’800 per l’edificazione del Quartiere Giardino, che da via Lincoln avrebbe dovuto estendersi fino a Porta Vittoria e prevedeva la realizzazione di case semplici ma circondate dal verde, di costo accessibile poiché destinate agli operai.  Non se ne fece più nulla e a partire dagli anni ’50 la breve via, la cui peculiarità fu strenuamente mantenuta e accentuata dagli abitanti, divenne un’oasi esclusiva.

La casa color pervinca era fra tutte la preferita della signora Rachele, sebbene fosse una delle più piccole: a due piani, aveva persiane in legno azzurro chiaro con una cornice bianca attorno e anche il portoncino d’ingresso era in legno della medesima tinta, con due snelle colonnine a torciglione ai lati e un grosso battente in lucido ottone. Al piano superiore spiccava un balconcino tondo chiuso dalla ringhiera in ferro battuto che riproduceva dei rami di vite con piccole foglie.  La signora Rachele si fermava sempre ad ammirare le rose rampicanti gialle che correvano lungo la recinzione; nei pochi metri quadrati di giardino vi erano altre rose di vari colori e un acero rosso giapponese dall’aggraziata chioma sanguigna. Davanti a quella casa madre e figlio sognavano senza parlarsi,  e fu per molti anni il loro segreto.

Non si può morire a quarant’anni, non è giusto. Nessuno di noi era pronto, ammesso che si possa mai esserlo.

Anche allora s’avvicinava Natale e nella Chiesa dove si celebrava il funerale avevano già allestito il Presepe.

“L’eterno riposo dona a lei, o Signore”.

Il parroco era un giovane sudamericano e Walter udiva distrattamente la cantilena soporifera della voce dalle s marcatamente sibilanti. La sua attenzione era concentrata sul grande crocefisso che fronteggiava una statua della Vergine e meditava sulla crudeltà di costringere una madre a contemplare la crocefissione del suo unico figlio, in saecula saeculorum. Che iconografia violenta e barbaramente truce: un uomo su di una croce, un figlio così indecentemente inerme nella sua nudità, con dei chiodi infissi nelle mani e nei piedi, una corona di spine conficcata nel capo.

Cercava in tutti i modi di sfuggire al pensiero che non avrebbe mai più stretto la mano della madre nella sua; aveva in realtà smesso di farlo da anni, ma ora non avrebbe mai più potuto farlo. Si sforzava di non guardare la disperazione del padre, la cui massiccia figura ondeggiava impercettibilmente come se stesse per cadere, il testone incassato nelle spalle curve, le mani aggrappate all’alzata dell’inginocchiatoio. Era un uomo onesto abituato a faticare sin dall’adolescenza ma un poco ottuso, mentre la signora Rachele, benché a differenza del suo unico fratello non avesse potuto studiare in quanto figlia femmina, ché allora soprattutto in campagna usava così, era intelligente e curiosa: amava leggere e le interessava qualsiasi cosa, dalla Gazzetta dello Sport ai romanzi che prendeva in prestito dalla biblioteca, e scriveva con una grafia minuta ed elegante. Pur nella sua semplicità il marito era stato consapevole sin dall’inizio della superiorità intellettuale di Rachele, forse proprio per questo se ne era innamorato e lungi dal sentirsene a disagio ne andava al contrario assai fiero. Senza di lei, arrancò negli anni successivi in preda a un mesto smarrimento, circondandosi degli oggetti a lei cari e delle fotografie che la ritraevano giovane e sorridente.

Walter andò a lavorare con lo zio materno, il quale possedeva un laboratorio di oreficeria con diversi lavoranti a Valenza. Apprese a incastonare gemme sotto la sua guida esperta ed era ospitato nell’ampia casa a Valmadonna dal lunedì al venerdì. Qualche anno più tardi il più anziano dei due rappresentanti andò in pensione e lo zio, considerando il suo aspetto attraente e il modo di fare spigliato e accattivante, gli propose di prenderne il posto affidandogli il milanese e parte della Lombardia. Il ragazzo dimostrò ben presto di avere uno spiccato talento; dal canto suo era ben contento di non consumarsi gli occhi chiuso in laboratorio, sebbene il fatto di girare con una valigia del valore di diversi milioni lo rendesse un poco paranoico: aveva preso il porto d’armi, guidava con disinvolta spericolatezza badando sempre di non essere seguito, con le persone che frequentava nel tempo libero sulla professione esibiva un riserbo che sconfinava nella reticenza.

Era tornato nell’appartamento di Corso XXII Marzo; benché non fosse quasi mai a casa la muta malinconia del padre divenne a un certo punto insopportabile e decise di cercarsi un alloggio in affitto. Era una domenica mattina della primavera di dieci anni prima quando i passi lo condussero in via Lincoln, dopo molto tempo. La trovò ancora più appartata e seducente di quanto ricordasse e cercò il villino color pervinca che trovò immutato, solo più piccino di quanto gli apparisse da bambino. Sul cancello era affisso il cartello “Vendesi” e Walter non poté fare a meno di considerare che a volte il destino invia segnali difficilmente equivocabili.

Nel momento in cui ne apprese il prezzo ebbe un lieve capogiro che si sforzò di dissimulare scostandosi il ciuffo biondo dalla fronte con un gesto lento e delicato della  mano, ma in realtà aveva già deciso. Possedeva un gruzzolo che aveva costituito vendendo dei terreni ereditati dalla madre; in virtù del suo reddito piuttosto elevato e dell’amicizia dello zio con il direttore della filiale valenzana di un importante istituto bancario, ottenne senza difficoltà il mutuo che lo avrebbe indebitato per i successivi trent’anni. Il giorno in cui varcò la soglia della casa di via Lincoln pensò alla signora Rachele e alla mano calda e asciutta che stringeva la sua (hai visto, mamma? Ce l’ho fatta).  Si accorse che dalle finestre aperte si insinuava la traccia lieve del profumo delle rose e provò una magnifica sensazione di ebbrezza. Aveva appena venticinque anni e nessuna relazione fissa; gli unici e imprescindibili punti fermi della sua vita, ben saldi e concreti, erano quella casa e il lavoro: tutto il resto non era che un susseguirsi di attimi fuggevoli, ma non per questo o forse proprio a causa di questo non meno apprezzabili.

Conobbe Vanessa due anni più tardi, durante un viaggio alle Maldive nel periodo natalizio. Lo incuriosì il fatto che una ragazza giovane e assai attraente fosse in vacanza da sola e la immaginò reduce da qualche disavventura amorosa.  Ne ebbe conferma sul volo di ritorno, dopo dieci giorni trascorsi scrutandosi reciprocamente da una distanza di sicurezza, ognuno cercando di interpretare a modo suo l’indiscutibile attrazione che li aveva fatti avvicinare.

Da poco laureata, la ragazza lavorava nella farmacia  posta all’interno della Stazione Centrale; Walter comprese subito che non era tipo da storie effimere e si persuase rapidamente che essa fosse la compagna che inconsciamente cercava. Alta come lui, cioè sul metro e ottanta, il fisico tonico e asciutto modellato da anni di nuoto praticato a livello agonistico, il viso spigoloso ingentilito dal naso all’insù e dalla bocca piena, vivaci occhi castani e una folta chioma biondo scuro che amava raccogliere sulla sommità del capo, era anche intelligente e spiritosa.

Walter riuscì a esserle fedele per quasi un anno, poi riprese a frequentare alcuni locali e certi gruppi di amici. La prima volta in cui la tradì si sentì un poco a disagio, ma gli passò presto e si convinse infine che potesse tranquillamente amarla senza rinunciare al brivido fugace delle avventure di una notte. Tuttavia ciò lo allontanò pian piano da qualsiasi progetto di vita in comune, inducendolo a defilarsi abilmente da qualsiasi velato accenno in proposito da parte della fidanzata.

Ma quella mattina di dicembre, salendo sulla Audi 80 ritirata appena una settimana prima dalla concessionaria, Walter rimuginava su una decisione che aveva maturato negli ultimi tempi.

Dopo otto anni sarebbe anche ora, e poi il rituale di caccia dal finale scontato di certe notti tutte eguali mi è francamente venuto a noia. Vanessa è stata fin troppo tollerante e comprensiva, dimostrando anche con ciò quanto sia grande il suo amore per me. Le chiederò di sposarmi il giorno di Natale davanti alla sua noiosa e paziente famiglia, almeno il pranzo sarà meno prevedibile del solito.

Aveva scelto uno scintillante solitario  e pregustava il giorno dell’annuncio e la gioia con la quale sarebbe stato accolto, sentendosi finalmente e confusamente a posto, qualsiasi cosa ciò significasse.

Era dunque l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze natalizie: avrebbe riconsegnato la valigia con il prezioso campionario insieme agli ordini raccolti e scambiato gli auguri con gli zii.

Imboccò l’autostrada dirigendosi verso Genova; il grigiore del cielo all’orizzonte si fondeva e confondeva con il grigio dell’asfalto. Dagli altoparlanti dello stereo Blaupunkt si diffuse un inconfondibile arpeggio di chitarra acustica subito sorretto dal flauto dolce, poi ecco la voce di Robert Plant, pacata e riflessiva (there’s a lady who’s sure all that glitters is gold and she’s buying a stairway to heaven).

 Milano, Velodromo Vigorelli, luglio 1971. Aveva appena quindici anni e non avrebbe dovuto trovarsi lì, ma c’era, e non si dimenticò mai più di quella mezz’ora in cui i Led Zeppelin irruppero sul palco: mezz’ora di possente edonismo, di musica sublime e folle prima che si scatenasse un inferno che nulla aveva da spartire con i dionisiaci demoni che agitavano chioma, bacino e spirito di ognuno dei quattro Zeppelin.

La musica acquisiva ritmo e vigore e non la udiva più con le sole orecchie, la sentiva con tutto il corpo, tanto che decise di fermarsi sulla corsia d’emergenza, alzò il volume a livelli da luna park, posò la nuca contro il poggiatesta e socchiuse gli occhi. Sul rauco ruggito di Plant delle ultime strofe, fluttuando  in un vuoto assoluto comparve il bel volto di Vanessa.

Ma davvero voglio vederla girare per casa tutti i giorni, le sue cose mescolate alle mie, la mia casa non più “mia” ma “nostra”? E se poi trovassi insopportabile l’esasperante lentezza con la quale assapora ogni boccone, o l’abitudine di rigirarsi tra pollice e indice palline di mollica a fine pranzo? O l’ossessiva carezza della mano sul copriletto per lisciarne le minime inesistenti pieghe? Perché è sulle piccole cose che si infrange l’amore, mica sui contrasti importanti, sui quali si può sempre mediare.

Lo riscosse un trillante messaggio pubblicitario e si rimise in marcia, scacciando l’ultima riflessione con il gesto spazientito con il quale si tenta di liberarsi di un insetto fastidioso.

Poco prima di Tortona prese a nevicare e quando lasciò l’autostrada scoprì che le strade erano già abbondantemente imbiancate. Rallentò ulteriormente; la via verso Valenza passava per un lungo tratto in mezzo alla campagna, poche cascine sorgevano qua e là, lontane dalla strada e tutto quel biancore sotto un cielo sempre più cupo incominciava a dargli la nausea. Non vi era anima viva in quell’immobile paesaggio e accorgendosi dei frequenti slittamenti del posteriore della sua berlina Walter si sentiva inquieto. Nel silenzio ovattato del primo pomeriggio aveva la disturbante impressione di essere sempre fermo nello stesso posto, mentre il tempo scorreva veloce.

Mi sa che stasera non rientro a Milano,  e distratto forse da questo pensiero perse il controllo della vettura e fece l’ultima cosa che avrebbe dovuto fare, cioè frenò: l’auto girò un paio di volte su se stessa, quando smise una ruota anteriore affondò nella neve che celava un basso fossato adiacente al piano stradale. Walter rimase immobile per qualche istante a fissare il turbinio dei fiocchi di neve davanti al parabrezza, le mani aggrappate al volante. Osservò il muso dell’Audi, appena inclinato verso sinistra: probabilmente non vi erano danni, ma certo con tutta quella neve da lì non si sarebbe mosso. Spense il motore, indossò il cappotto, tolse la Ruger dal cassetto del cruscotto e se la mise in tasca, buttando un’occhiata ansiosa alla valigia del campionario posata sul sedile posteriore. E adesso?

A circa un chilometro verso l’interno si scorgeva una grossa cascina, forse un’azienda agricola perché era circondata da recinti oltre i quali sorgeva una costruzione bassa e lunga che doveva essere una stalla. Ma come l’avrebbe raggiunta, con la valigia e le Clarks ai piedi, che nemmeno si capiva dove era la strada di accesso? Facendo queste sconsolate ma realistiche considerazioni si stava lasciando prendere dall’agitazione. Dopo un poco dallo specchietto retrovisore scorse i fanali di un mezzo che si stava avvicinando: scese dall’auto e si accorse che si trattava di un piccolo fuoristrada che camminava su quel manto farinoso con disinvolta sicurezza; quando gli fu accanto il finestrino dal lato del guidatore si abbassò con un ronzio.

“Ci vorrà un trattore per tirarti fuori da lì, ma per oggi non se ne fa niente, tra poco farà buio”.

La ragazza lo squadrava con un lampo di divertita commiserazione negli occhi del colore dei fiordalisi ed ebbe la fastidiosa certezza che lo stesse soppesando, poi vide il suo giovane volto dischiudersi in un sorriso ribaldo:

“Dai, chiudi la macchina e salta su. Io lavoro e abito in quell’azienda agricola, domattina i proprietari ti daranno una mano”.

La ragazza aveva guardato con una certa perplessità l’elegante valigia in pelle, poi aveva guidato con scioltezza il fuoristrada fino all’azienda agricola, che era più  distante e più grande di quanto gli fosse sembrato. Allontanandosi dalla casa padronale si diresse verso le stalle. Parcheggiò proprio dietro, davanti a una casetta in legno che somigliava a una baita di montagna. L’interno era sorprendentemente grazioso e pulito, sebbene di ridotte dimensioni. Da quel momento Walter si sentì scagliato in una sorta di realtà parallela e la voce di Robert Plant prese ad aggirarsi nella sua mente (when she gets there she knows, if the stores are all closed with a word she can get what she came for).

C’era anche un telefono e poté avvisare lo zio che era bloccato ma aggiunse di non preoccuparsi, sarebbe stato ospite a casa di un’amica e l’indomani avrebbe recuperato l’auto e, tempo permettendo, si sarebbe rimesso in strada.

Incominciò a rilassarsi e prese a sbirciare la ragazza: era davvero bella, minuta ma vigorosa, il viso dagli zigomi alti e i tratti fini, i capelli lisci e scuri legati in una grossa treccia, l’azzurro degli occhi sottolineato dalle sopracciglia scure.

“Scusa, ma che lavoro fai qui?”

“Io? Addestro cavalli”.

Scoprì che la stalla era in realtà una scuderia e che Linda aveva incominciato a galoppare purosangue sulle piste di San Siro quando aveva quindici anni.

“Abitavo lì di fronte, dalle finestre aperte entrava odore di cavalli e di stalla, si vede che era destino. Poi sono stata in Texas per diversi anni, sono tornata da poco ma qui il bagaglio di esperienza che ho acquisito mi serve a poco: mancano le strutture, i cavalli di qualità e soprattutto la cultura”.

Walter non comprendeva appieno i suoi discorsi né la passione che intuiva per quello strano mestiere, ma osservando le piccole mani dal dorso un poco screpolato e la corporatura esile se la figurava in sella a un animale come quelli che gli aveva appena mostrato, cinque quintali di muscoli ed energia pura, e gli pareva un’immagine bellissima e persino poetica.

Fu forse colpa del calore del fuoco, scoppiettante nel camino mentre fuori era tutto un candore immacolato e muto, o del peperoncino nel sugo degli spaghetti o del vino rosso e fermo, o di quella musica che continuava a girargli in testa (there’s a sign on the wall but she wants to be sure ‘cause you know sometimes words have two meanings): respirando l’odore forte e dolciastro che impregnava i capelli neri di quella sconosciuta gli apparve chiara nella mente la scalinata che conduceva a qualche Paradiso perduto.

Sarà un’ultima fuga ed è tutto così bizzarro che domani non mi sembrerà nemmeno vero, e potrò riprendere il cammino esattamente da dove ho deviato.

 Lo risvegliò l’abbaiare di un cane e alcuni nitriti acuti e vicinissimi: sobbalzò, smarrito in un mondo assai diverso da quello che gli era familiare. Il fuoco era spento e nella casetta – poco più di una baracca, per la verità – faceva freddo. Aveva smesso di nevicare e dalla finestra si riversava il chiarore abbacinante della coltre candida e intatta, sulla quale spiccava una fila di impronte che conducevano al punto in cui la sera prima era parcheggiato il fuoristrada: che era scomparso, insieme a Linda, e insieme alla valigia con il campionario. Walter afferrò il cappotto e frugò nelle tasche: la Ruger era ancora lì e per un attimo ebbe la tentazione di puntarsela alla tempia e chiuderla lì, pur di non affrontare la constatazione della propria imprudente sconsideratezza. Seppe dai proprietari dell’azienda agricola che la giovane addestratrice di cavalli li aveva mollati per tornarsene in America ed era partita in volo per Dallas all’alba.

L’Audi 80 fu rimessa in strada: non aveva subito danni e Walter giunse in mattinata a Valenza, dove dinanzi allo zio si esibì in una veronica degna del miglior Zidane di tutti i tempi, alla quale quello reagì confermando che del nipote aveva da tempo compreso molte cose:

“Walter, sei un pirla. Mi auguro che ciò ti sia servito di lezione, una volta per tutte”,

poi lo accompagnò dai carabinieri per la denuncia, indispensabile per l’assicurazione.

Fece dunque ritorno a Milano con le orecchie basse e l’orgoglio a brandelli, ma saldo nel proposito di smetterla davvero con certe avventure balorde, e agitato dalla smania di palesare a se stesso tale proposito con ineluttabile fermezza compiendo il passo che considerava come il punto di non ritorno.  Passò da casa, prese l’anello dalla cassaforte e corse ad aspettare Vanessa all’uscita dalla farmacia.

La subissò di vacue chiacchiere, incurante del suo scarso entusiasmo per l’invito a cena al Boeucc e dell’espressione insolitamente ombrosa. Fu mentre attendevano il dolce che con un gesto studiatamente solenne estrasse lo scatolino rosso dalla tasca della giacca, aprendolo lentamente davanti al volto sorpreso della fidanzata:

“Vanessa, mi vuoi sposare?”

Walter conosceva bene la sua riservatezza innata, ma certo non si sarebbe aspettato quel lungo silenzio che si andava rapprendendo fra di loro, mentre lo sguardo di lei si allontanava in rapida dissolvenza.

“No, Walter. Ho conosciuto un’altra persona, ci frequentiamo già da qualche tempo; ci sposeremo questa primavera. Mi dispiace, avrei dovuto parlartene prima, anche se ero convinta che non mi avresti mai chiesta in moglie”.

Già da qualche tempo. I fine settimana fuori città per qualche corso di aggiornamento, i numerosi attacchi di mal di testa, la garbata ritrosia di sua madre quando rispondeva al telefono dicendo che la figlia era dai nonni o da un’amica. Che pirla.

Si salutarono con imbarazzata creanza, come se non si fossero reciprocamente illusi per otto lunghi anni.

Cadeva un nevischio leggero e vaporoso che si depositava danzando pigramente sulla città e via Lincoln, con le sue casette dalle tinte pastello, appariva come un’ingenua cartolina natalizia. Nell’attesa che il cancello automatico si aprisse, Walter fu abbagliato dall’intermittenza della profusione di luci colorate che avvolgeva il lillipuziano giardino dei vicini, generando un unico e indistinto alone luminoso. Volse uno sguardo commosso al suo acero rosso, i contorni della chioma delineati dal sottile filo di ammiccanti lampadine azzurre e sentì che da qualche profondo recesso dell’animo montava, lieve ma risoluto, un malandrino senso di sollievo.

Entrato in casa, accese tutte le luci, osservò il basso muretto che divideva la cucina dal tinello e l’arco che immetteva in salotto. Salito al piano superiore ripose gli abiti nella cabina armadio e fece una doccia bollente. Ridiscese avvolto nell’accappatoio e si versò una robusta dose di bourbon; scelse un vinile e lo pose sullo stereo, accomodandosi in poltrona. Aveva appoggiato la Ruger sul tavolino, la prese e la soppesò, rammentando il risveglio nella casetta di Linda. Sono pirla, mica scemo, si consolò riponendo l’arma, e intanto la chitarra acustica, il flauto dolce e la voce carezzevole di Robert Plant saturavano l’ambiente e blandivano l’animo. Chiuse gli occhi e si lasciò portare via, pensando a suo padre e al suo amore perduto eppure ancora così forte e al giorno di Natale che avrebbero trascorso insieme, guardando vecchie foto dai bordi ingialliti e diapositive dai colori orribilmente virati.

Che importa se la scalinata per il Paradiso poggia su un soffio di vento, io in Paradiso ci sono stato, ecco tutto. Il destino impiega metodi piuttosto bislacchi per distoglierti da una strada sbagliata, scaraventandoti su una via sconosciuta che nemmeno capisci dove ti porterà.

And if you listen very hard The tune will come to you at last When all are one and one is all To be a rock and not to roll (“Stairway to Heaven”, Led Zeppelin)

 In principio l’idea era di affiancarvi per un tratto di strada colmando i silenzi con il suono di qualche parola, suggerendo storie all’apparenza improbabili che racchiudono un duro nocciolo di verità. Le parole si sono moltiplicate e il cammino si è rivelato più lungo di quanto potessi credere. D’altronde, chi può sapere quanto è lunga una strada, e dove realmente  condurrà? Grazie, e buone cose a tutti voi.

Prossimo appuntamento: sabato 12 gennaio 2019

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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