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Stessa spiaggia, stesso mare?

Sta terminando l’ennesimo anno scolastico e mi sembra opportuno cavalcare uno dei miei consueti cavalli di battaglia dinanzi un quadro che non migliorerà né con la lunga estate alle porte né con l’autunno e la prossima stagione nelle scuole d’Italia. La disoccupazione giovanile è strutturalmente cronica e serviranno generazioni perché possa essere risolta. Mentre nel mondo esistono degli squilibri tra domanda e offerta di lavoro in molte aree decisamente importanti e sviluppate e non credo che valga la pena di far marcire i nostri giovani in Italia.

Perché il dato di fatto è questo: qui studiano e non trovano lavoro. E io sono in prima linea di fronte a questo enorme problema. Ricevo mail strazianti di ragazzi che mi scrivono per chiedermi consigli su cosa possono inventarsi, anche lavorando gratis. Qualche mese fa un ragazzo che faceva uno stage nei miei uffici di Shanghai alla fine del suo periodo con noi mi ha chiesto di restare. Gli ho risposto che purtroppo anche il Mandarin deve affrontare suo malgrado questioni di budget e lui mi ha interrotto dicendo: ma no dottore, anche gratis!

Ma come, gratis?

gli ho risposto io

Ormai la disoccupazione giovanile è un fatto endemico. E non è colpa di chi è al governo adesso. Non è una situazione risolvibile da un governo perché è un problema complicato che viene da molto lontano. L’Italia non è dentro i settori strategici: biotecnologia, software, intelligenza artificiale, robotica e avionics. Il nostro Paese, drammaticamente, nelle aree di business rivolte al futuro, non esiste. Allora dobbiamo smettere di illuderci che il Belpaese possa avere un futuro legato alla qualità. Le eccellenze ci sono, sia chiaro, ma non sono abbastanza. Belle aziende italiane ci sono ma sono troppo poche. Nel mondo di internet, da noi, negli ultimi 15 anni è venuta fuori Yoox. Nello stesso lasso di tempo negli Stati Uniti abbiamo assistito alla nascita di Facebook, Amazon e Twitter e alla rinascita di Apple.

Perché è andata così?

La risposta è semplice. In Italia è crollato il sistema educativo. E senza scuola e senza università non c’è sviluppo, da questa regola non si scappa. Tutti i grandi ecosistemi innovativi sono nati intorno alle università più importanti. Silicon Valley è nata intorno all’Università di Stanford e a quella della California. Le biotecnologie di Kendall Square, a Cambridge, in Massachusetts, sono nate intorno al MIT e all’Harvard Medical School. E ne sta nascendo un altro molto forte nel triangolo inglese tra il King College di Londra, Oxford e Cambridge. Per un meccanismo che risulta consolidato: il ricercatore universitario viene fuori con l’idea, poi l’università fa l’accordo con l’impresa che sviluppa l’idea o viceversa, con l’impresa che va dall’università e lo sviluppano insieme. A Boston, a Kendall Square, che è vicino a casa mia, quando alzi la testa, vedi la sede della Pfizer alta 20 piani, la Novartis di piani ne conta 40. E lì dentro ci sono un sacco di posti di lavoro, con il mondo della farmaceutica che è nato intorno a quel polo universitario.

All’Italia, invece, questa roba manca perché in 30 anni di debiti abbiamo annientato tutto. Per la scuola e per l’università in Italia non c’è più nessuna risorsa. Altroché ridurre l’IMU, ai ragazzi a scuola cascano i soffitti in testa, la gente che va in ospedale si deve portare le posate e ci sono dei buchi nelle strade che sono dei crateri. Ma la nostra colpa più grande, lo ripeto allo sfinimento, è aver distrutto il sistema educativo. Se poi ci aggiungi la burocrazia e la mancanza di merito, viene fuori un mix esplosivo.

Negli anni Settanta, quando andavo all’Università di Bologna, i problemi erano gli stessi di oggi: imprese troppo piccole, pochi fondi per ricerca e sviluppo e troppo deficit. Problemi che adesso si sono ingigantiti e che sono diventati irrisolvibili. Mentre alla Harvard Business School un professore può disporre, da solo, senza chiedere il permesso a nessuno, di 250mila dollari per un progetto di ricerca.

Come fai a rimetterti in riga? Il rimedio è uno solo. Bisogna dire alle famiglie quello che ormai ripeto da anni: lavorate sui giovani, fateli studiare e poi mandateli all’estero dove il mondo corre veloce, per trovare lavori intelligenti, come l’ingegnere, il programmatore o il biologo, ma anche per fare, con competenza, i camerieri, i cuochi e i pizzaioli. E nell’immediato fateli smettere di giocare con la Playstation e di studiare scienze delle comunicazioni perché non hanno voglia di studiare matematica o perché ingegneria è troppo difficile.

Sapete perché la Cina è la numero 115 nella posizione delle nazionali di calcio della FIFA? Perché sfornano 30mila ingegneri all’anno! E questi sono i nostri concorrenti del futuro, mentre i nostri figli pensano a fare le veline e i calciatori. Poi ci lamentiamo se il Paese va a ramengo. Nel mondo di oggi stai in piedi in due modi. O fai le robe che costano meno o fai quelle che gli altri non sanno fare. Noi non siamo più capaci a fare le robe che costano meno e se non c’è una scuola che ci insegni a fare le robe che gli altri non sanno fare, siamo finiti. Quindi, questa estate, basta discoteche, studiate!

A ballare ci andrete quando avrete un lavoro che vi darà soddisfazione.

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Pubblicato da Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

4 Risposte a “Stessa spiaggia, stesso mare?”

  1. Parole sante. Il problema e’ che i genitori per primi sono mmattoniti da venti trent’anni di TV calciatori sanremi olgettine e film scoreggioni dei Vanzina. Io non guardo la tv e la gente mi guarda come un alieno. Mio figlio di nove anni sa piantare un chiodo e aggiustare una macchinina col cacciavite – i suoi compagni solo videogiochi e smartphone col viso e lo sguardo come gli zombie. Ovviamente, cosi’ non rompono le scatole ai genitori che chattano e wathsapp e donne nude virtuali eccetera>> un mondo di zombie.Per forza poi in cabina elettorale non capiscono nemmeno da che parte guardare la scheda.

  2. Condivido tutto; vorrei poi aggiungere che, nella remota ipotesi che qualcuno in Italia abbia un’idea davvero innovativa e possa costruirci sopra un business, perchè mai dovrebbe farlo in Italia? Per dover fronteggiare continui problemi burocratici di ogni tipo e costi abnormi legati al livello di tassazione altissimo che qui da noi è in voga (per chi le tasse le paga?) Meglio spostarsi di qualche km verso nord…ovviamente…

  3. Difficile non condividere quanto scritto.
    Non credo comunque che il problema siano il calcio, la TV piuttosto che la playstation.
    Come scritto nel post, in italia il concetto di merito è morto da tempo, ammesso che sia mai esistito.
    La cultura del lavoro, del sacrificio e del dovere sotterrati dai diritti dovuti, dai piccoli e grandi interessi di parte. Sono pochissimi quelli se ne vanno o che quantomeno ci provano. Troppo difficile.
    Abbiamo accettato il degrado senza battere ciglio, lamentandoci con slogan ridicoli inventati da chi poi ha agito come e peggio di chi li ha preceduti.
    Quanti trentenni restano a casa mantenuti da mamma lamentando disoccupazione o stipendi da fame? Quanti di loro fanno realmente qualche cosa per cambiare la loro vita? Giusto, qualcuno ci deve pensare.
    Quanti passano serate tra aperitivi e bella vita valorizzando cosi’ i loro miseri stipendi?
    L’italia è un malato gravissimo, vecchio, pigro, lamentoso.
    Vivo all’estero, in un paese occidentale, ben più’ ricco e assai meno pigro del nostro.
    Qui i ragazzi si impegnano, ci provano, hanno grinta ed energia. Stimolano continuamente le generazioni davanti alla loro.
    Lavorano o studiano duramente, vanno a vivere da soli dividendo le spese con altri.
    Sono giovani uomini e donne, non figli e figlie di mamma

  4. Per quel che vale il mio parere di vecchio ingegnere, concordo su quasi tutto. Ma osservo:
    1) “qui studiano e qui non trovano lavoro”. Non studiano poi molto, e neppure bene.
    2) Studiare per un lavoro poi, via! è volgare. I ragazzi sono in sintonia con genitori che ritengono immonda ogni connessione tra università e industria.
    3)“non è colpa di chi è al governo adesso” Se è storia vecchia, come è, non è colpa neppure del governo precedente, e ancora precedente. Nessuno è mai stato lasciato lavorare e poi la richiesta fu sempre “promuovi mio figlio, dammi il pezzo di carta”
    4) “E’ crollato il sistema educativo”. Ma come si fa allora a chiedere più soldi da buttare?
    Siamo ancora con la mente del presalario e non della borsa di studio. Se si aumentasse la spesa scolastica mettendo i soldi in mano alla scuola pubblica, senza concorrenza alcuna, avremmo lo stesso risultato dei soldi buttati nella Cassa del Mezzogiorno.
    Luigi F. Mojoli

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