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Storia dell’industria farmaceutica

Storia dell'industria farmaceutica

Le radici della storia dell’industria farmaceutica risalgono a quelle farmacie e a quegli speziali che offrivano rimedi tradizionali già nel Medioevo, basati su secoli di conoscenza popolare. Ma l’industria per come la conosciamo noi inizia solamente nella seconda metà del XIX secolo. La rivoluzione illuminista del XVII secolo aveva diffuso razionalismo e sperimentazione come metodi di indagine, la rivoluzione industriale del XVIII secolo aveva trasformato la produzione dei beni, ma l’unione dei due concetti a beneficio della salute umana tardò ad arrivare.

Merck in Germania fu probabilmente la prima compagnia a guardare in quella direzione. In origine una farmacia fondata a Darmstadt nel 1668, nel 1827 venne trasformata per mano di Heinrich Emanuel Merck, concentrandosi sulla manifattura e la vendita di alcaloidi. Allo stesso modo GlaxoSmithKline ebbe origini nel 1715, ma solo nel 1842 Beecham si interessò della produzione industriale di medicinali, aprendo la prima fabbrica di sole medicine nel 1859.

Nel frattempo negli Stati Uniti Pfizer venne fondata nel 1849 da due immigranti tedeschi, inizialmente nel business dei prodotti chimici fini (sostanze chimiche non miscelate). Espansero rapidamente la propria attività durante la guerra civile americana, all’impennata della richiesta di antisettici e antidolorifici. Mentre Pfizer forniva i medicinali necessari allo sforzo bellico dell’Unione, un giovane colonnello della cavalleria di nome Eli Lilly prestava servizio nel loro esercito. Chimico farmaceutico qualificato Lillly era l’archetipo dell’industriale americano del XIX secolo e dopo la carriera militare aprì la sua azienda farmaceutica nel 1876. Fu un pioniere di nuovi metodi per l’industria, diventando uno dei primi a dedicarsi alla “ricerca e sviluppo” oltre che alla manifattura.

Un altro uomo proveniente dall’esercito fu Edward Robinson Squibb, che mentre prestava servizio sulle navi durante la guerra tra Messico e Stati Uniti, gettò in mare i medicinali a causa della scarsa qualità. Nel 1858 aprì il suo laboratorio e come Pfizer riforniva le truppe dell’Unione, ponendo così le basi per l’odierna BMS.

Anche la Svizzera sviluppò la sua industria farmaceutica locale nella seconda metà del XIX secolo. Essendo centro commerciale di tessili e tinture, a poco a poco ci si rese conto delle proprietà antisettiche di alcuni coloranti e gli imprenditori svizzeri inizarono a venderli come prodotti farmaceutici. La mancanza di leggi sui brevetti in Svizzera portò quest’ultima a essere accusata di essere uno “stato pirata”. Sandoz, Ciba-Geigy e Roche e il polo di Basilea hanno tutte origine da questo boom.

La Bayer fu fondata da un tintore nel 1863 a Wuppertal. Ovviamente la commercializzazione dell’aspirina ne decretò il successo all’inizio del XX secolo. All’eopca mancavano regole precise come quelle attuali per delineare le differenze tra aziende chimiche e quelle farmaceutiche. Queste compagnie si occupavano di tutto: olio di fegato di merluzzo, dentifrici, acido citrico per bevande gasate e gel per capelli oltre alle medicine da prescrizione. Si occupavano anche della vendita di eroina come prodotto da banco.

Le rivalità nazionali giocarono un ruolo importante nello sviluppo del’industria. Durante la prima guerra mondiale a Bayer fu sottratto il marchio “aspirina” e le sussidiarie americane vennero confiscate, Merck & Co. fu obbligata a separarsi dall’azienda madre tedesca (Merck KGaA) nello stesso periodo. Una sussidiaria di Bayer fu confiscata anche in Russia durante la rivoluzione di ottobre. I colpi inferti dalla guerra alla posizione dominante della Germania in campo farmaceutico avvantaggiarono i concorrenti. specialmente negli Stati Uniti. L’inizio della globabizzazione dell’industria iniziò a notarsi nel dopoguerra quando, a causa di forti dazi nel Regno Unito, molte compagnie come Wyeth, Sandoz, CIBA, Eli Lilly decisero di creare sussidiarie in Gran Bretagna.

L’intervallo tra le due guerre fu segnato da due scoperte fondamentali che prefigurarono l’avvento dell’industria farmaceutica per come la conosciamo oggi. La prima fu l’insulina, Frederick Banting e i suoi colleghi riuscirono a isolare l’insulina che poteva curare il diabete, fino a quel punto una sentenza di morte. Ma fu solo in collaborazione con gli scienziati della Eli Lilly che furono in grado di purificare suficientemente l’estratto, produrlo industrialmente e distribuirlo come medicinale.

La seconda fu la penicillina, una scoperta con un impatto senza paralleli in medicina. Dopo l’iniziale scoperta di Alexander Fleming delle proprietà antibiotiche della muffa del penicillium, le seguenti sperimentazioni di Florey e Chain, una collaborazione internazionale a supporto governativo, che includeva Merck, Pfizer e Squibb, lavorò per produrre in massa il principio attivo durante la seconda guerra mondiale, salvando migliaia di vite umane. L’ampiezza della scala scala e la complessità dello sforzo nello sviluppo della penicillina portarono a una nuova era nello sviluppo dei principi attivi da parte dell’industria farmaceutica. La guerra aveva anche stimolato la ricerca verso nuove forme di analgesico o di medicine contro il tifo, rafforzando la collaborazione tra le compagnie e i governi.

Dopo la guerra, l’arrivo dei servizi sanitari nazionali in Europa, creò l’esigenza di un sistema più strutturato per le prescrizioni mediche e il loro rimborso. Nel 1957 l’NHS introdusse quello che era uno schema di prezzi fissati per permettere un ragionevole ritorno di investimento ai produttori farmaceutici, incentivando a sua volta investimenti per lo studio di nuovi medicinali. L’industria farmaceutica americana, grazie al fatto di appartenere a una delle economie più floride del mondo, conobbe un’epoca di boom. Ma la sua crescita fu favorita anche dalla concessione di generosi fondi governativi.

Ma mentre l’industria cresceva grazie al suo crescente “portfolio” di prodotti, divenne sempre più chiaro il potenziale conflitto etico di guadagnare vendendo prodotti legati alla salute. George Merck si espresse sul tema nel 1950: “Non dovremmo mai dimenticarci che la medicina è per le persone. Non è per i profitti. I profitti vengono di conseguenza, e se ci ricordiamo di questa lezione, non smetteranno di esserci. Meglio la ricordiamo, maggiori saranno i profitti”. Quest’industria che coinvolgeva il “pubblico” richiedeva supervisione, e i regolamenti sui medicinali richiesti dai governi sulle due sponde dell’Atlantico aumentarono.

Lo scandalo della talidomide del 1961 fece aumentare le regole e i test sui principi attivi prima che venisse concessa la licenza. Nel 1962 la FDA introdusse una regola in cui si richiedeva prova dell’efficacia e un’accurata dichiarazione degli effetti collaterali per i nuovi medicinali. Nel 1964 la Dichiarazione di Helsinki introdusse limiti etici alla ricerca clinica, definendo chiaramente la differenza tra la produzione di medicinali e altri prodotti chimici.

Una crescente conoscenza di biologia e chimica fece in modo che i principi attivi fossero scelti sempre piu sistematicamente e non più casualmente. Questa “età dell’oro”di sviluppo avvenne nel contesto più ampio del boom economico del dopoguerra, con un miglioramento di massa degli standard di vita. Le inasprite regole per entrare nell’industria farmaceutica consentirono un consolidamento di quella esistente, che continuò il suo processo di internazionalizzazione tramite sussidiarie.

La lista di nuovi prodotti parla chiaro: la pillola contraccettiva introdotta nel 1960 ebbe un impatto sulla società simile a quello della penicillina, permettendo alle donne di controllare la propria fertilità e di fatto consentendo l’uguaglianza sessuale per la prima volta nella storia. Il Valium fu introdotto sul mercato dalla Roche nel 1963, seguito da altre classi di antidepressivi e antipsicotici. Questi medicinali dischiusero nuove possibilità nei trattamenti psichiatrici, da affiancare alle sedute psicoanalitiche. Il 1970 vide un’ondata di antitumorali, come risultato di una “guerra al cancro” dell’amministrazione americana. Un rapporto recente indica che il tasso di sopravvivenza è raddoppiato rispetto ai ’70. Medicinali ora diffusissimi come il paracetamolo e l’ibuprofene furono sviluppati rispettivamente nel ’56 e nel ’69.

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Nel 1977 il Tagamet, medicina per l’ulcera, divenne il primo “blockbuster”, facendo guadagnare più di 1 miliardo di dollari all’anno al produttore e regalando il Premio Nobel ai suoi creatori. Questo segnò un punto di svolta perchè le compagnie iniziarono a competere per essere gli sviluppatori del nuovo “blockbuster”. I risultati non tardarono ad arrivare: Eli Lilly introdusse il Prozac nel 1987 rivoluzionando ancora una volta i trattamenti psichiatrici. Nello stesso anno fu approvato l’utilizzo delle statine prodotte dalla Merck.

Nel 2001 il sequenziamento del genoma ha portato ha una miglior conoscenza della genetica e delle cause sottostanti di molte malattie, tra cui il cancro. Fino agli anni 2000 radioterapia e chemioterapia sono state le armi principali, ma a partire da quella data si sono moltiplicati i cosiddetti farmaci intelligenti (targeted therapies), progettati per colpire bersagli cellulari precisi, presenti solo in cellule malate.

Ora l’industria farmaceutica si è rivolta con grande interesse verso l’immunoterapia, che non agisce direttamente sulla malattia ma stimola il sistema immunitario a combattere contro il tessuto canceroso. L’idea dell’immunoterapia era nota dai primi del ‘900 ma è stata la Bristol-Myers Squibb con l’ipilimumab a iniziare la rivoluzione. Questa profonda conoscenza della genetica ha portato allo sviluppo della prima terapia genica, e ora ci sono trattamenti capaci di risolvere le cause sottostanti di alcune malattie rare, con una singola iniezione. Questo, assieme ad altre innovazioni come gli oligonucleotidi antisenso, ha condotto allo sviluppo di medicine per malattie rare considerate prima incurabili. Siamo vicini allo sviluppo di trattamenti per eradicare l’epatite C. E nel 2020 l’industria ha prodotto dozzine di potenziali vaccini Covid in tempi record, dando una speranza di poter uscire dalle incomode condizioni attuali.

Le sfide rimangono: la nuova generazione di medicinali è troppo cara e ha sforato la capacità delle finanze dei sistemi sanitari. La ricerca sui nuovi antibiotici è rimasta al palo perchè non produce profitti, ma questo succede proprio quando il mondo protebbe affrontare la crisi della resistenza antimicrobica. Il futuro potrebbe essere luminoso per l’industria farmaceutica, ma mantenere la fiducia del pubblico e prevenire la crisi della resistenza batterica agli antibiotici sono le sue più grandi sfide.

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Pubblicato da Davide Lo Vetro

Mi occupo di post produzione video per l'industria cinematografica e pubblicitaria dal 1998, prima come Flame Artist e poi in qualità di Colorist.

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