Storia di Vilma

Tempo stimato di lettura: 10 minuti

Non si scordò mai di Vilma, ed anche quando la raffigurazione dei tratti del suo volto da bambina truccata per gioco e dei grandi seni candidi prese a smarrirsi in una sorta di dissolvenza, nei suoi pensieri non fu mai la giovane prostituta, ma sempre e soltanto un amore”.

La prima volta, Vilma aveva quattordici anni.

Era diventata da poco signorina, e a parte il fastidio ricorrente di quella striscia di ruvida spugna, a dispetto della quale ogni tanto il sangue colava appiccicoso tra le cosce magre, aveva visto i suoi seni lievitare all’improvviso, mentre il suo corpo manteneva una infantile e spigolosa indefinitezza.

Rammentava che  era un inverno molto freddo, tanto che nel cortile sconquassato delle case minime di via Zoagli dove abitava da quando era nata l’acqua gelava nelle pozzanghere che divenivano perenni, e anche in casa lei e sua madre battevano i denti perché la vecchia stufa a kerosene si era rotta e quel poco che guadagnava la donna con le pulizie a ore bastava a malapena per mangiare (poco e male) e per vestirsi (altrettanto poco e male).

Era capitato che un giorno la madre venne ad aspettarla a scuola, faceva l’ultimo anno delle medie  a Quarto Oggiaro, e presero il treno delle Ferrovie Nord fino a Piazzale Cadorna. Vilma non sapeva dove stavano andando, non andavano mai da nessuna parte assieme, ma vedendo il volto buio e chiuso della madre non aveva osato far domande. L’aveva sogguardata mentre le stava seduta di fronte su quel treno e aveva visto una donna invecchiata e imbruttita dalla fatica, il volto emaciato e grigio, il corpo ossuto, le mani gonfie e arrossate dalla lisciva usata per pulire scale e pavimenti, e si era chiesta se anche lei sarebbe diventata così.

Abbandonato il viluppo confortevole dell’aria calda e greve del treno, in Piazzale Cadorna erano state investite dal vento freddo che scendeva dalle Prealpi a spazzare il cielo di Milano, e incassando il collo nel bavero dei logori cappotti camminarono lungo via Boccaccio proseguendo fino in Corso Magenta e poi su Corso Vercelli. Di fronte a un elegante condominio, la madre aveva consultato l’elenco di nomi sulla pulsantiera del citofono e dopo una lunga esitazione aveva premuto un bottone cromato: D.ssa Cattaneo Veronica, fisioterapista.

Il portone si era aperto con un sommesso ronzio ed erano entrate in un atrio luminoso e pieno di piante in vaso dove il pavimento marmoreo risplendeva di cera e una spessa passatoia marrone conduceva all’ascensore. Salirono al settimo ed ultimo piano sul quale si affacciavano due porte, entrambe riportanti la targhetta con il medesimo nominativo che avevano appena visto sul quadro del citofono. Prima di suonare il campanello, la madre le si pose di fronte  e quando parlò la sua voce era rauca e sporca di lacrime ricacciate indietro:

“Da oggi lavorerai qui, dopo la scuola. Fai quello che ti dice la Dottoressa”,

e le girò le spalle, correndo giù per le scale.

Non aveva capito nulla di quello che le aveva detto la Dottoressa, ma aveva colto immediatamente il significato dello sguardo dell’uomo grasso e gentile, così come aveva compreso l’ineluttabilità di quel momento, di quella sorridente violenza  e delle giornate che sarebbero succedute a quella, paralizzata e disorientata dal pensiero che era stata sua madre a consegnarla a quella sorte. Con la primitiva saggezza di un animale preso in trappola, aveva solo cercato di sopravvivere. Non aveva pianto né si era ribellata, e dopo quella prima volta si era velocemente incallita in una totale assenza di sensibilità.

Mancava poco a Natale ma Milano era incredula e spenta,  intenta a guardarsi le spalle da un invisibile nemico e raggomitolata su se stessa a piangere i morti innocenti di Piazza Fontana.

La vigilia di quel triste Natale a casa di Vilma faceva talmente caldo da poter stare in maniche corte, perché tanto aveva fruttato la sua verginità: una nuova stufa ed una scorta di kerosene che sarebbe bastata per tutto l’inverno e anche oltre. Vilma però aveva sempre freddo, un freddo tenace e radicato, un freddo profondo e salvifico, come una misericordiosa anestesia.

Sua madre non le aveva mai chiesto nulla di quel giorno né di quelli successivi, non le chiedeva nemmeno i soldi che ritirava ogni sabato direttamente dalla Dottoressa, e lei aveva reciso il legame viscerale con la donna che l’aveva partorita senza avere la piena coscienza di un tale irreparabile ripudio.

In qualche modo era riuscita a conseguire la licenza di terza media ed avendo con ciò concluso i suoi studi gli appuntamenti alla casa di Corso Vercelli erano aumentati: piaceva molto quella sua aria da bambina con i seni troppo grandi, quella sua condiscendente arrendevolezza che aveva presto imparato a simulare con cinica determinazione, e che sovente le fruttava qualche regalino extra che teneva per sé.

Eppure, anche lei aveva dei sogni. Sognava di fare la cantante, sognava di essere come Patty Pravo, ne imitava il tono di voce che aveva similmente bassa e roca, quasi sgraziata e tanto sorprendente in quella fisionomia teneramente immatura, e come Patty Pravo nelle immagini che sbirciava sui rotocalchi indossava minigonne e scarpe con le zeppe sottolineando pesantemente gli occhi stanchi con l’eye liner nero. La Dottoressa però non voleva, e quando arrivava le faceva subito lavare la faccia e la costringeva a indossare assurdi vestitini da bimba.

Due anni dopo, un mattino d’autunno aveva conosciuto Dario, e quando correndo lungo il marciapiede della Stazione delle Ferrovie Nord di Quarto Oggiaro per salire sul treno aveva visto la sua mano tesa vi si era aggrappata, sospinta da una brama non del tutto sopita di speranza.

Lui aveva solo voluto aiutarla a salire su un vagone troppo affollato, ma nel breve tragitto – Quarto Oggiaro – Bovisa – Bullona – Milano Cadorna – durante il quale si era trovata forzosamente incollata al suo giovane corpo solido e caldo, nel naso un lieve sentore di canfora proveniente dalla giacca di velluto a coste che si mescolava al profumo di detersivo della camicia bianca, senza nemmeno poterlo vedere bene in viso perché era molto più alto e troppo vicino, lei aveva incominciato a fantasticare. Quando erano scesi dal treno aveva avuto modo di osservarlo meglio, e così alto e ben vestito, i capelli castano chiaro accuratamente pettinati con una perfetta scriminatura a sinistra, lo sguardo serio di un verde cupo, le era parso bello come un attore del cinema.

Aveva preso a recarsi alla stazione tutte le mattine alla stessa ora, anche quando non doveva andare così presto in Corso Vercelli, solo per vederlo e per afferrarsi al suo braccio ad ogni scossone del treno, e premendogli addosso con delicatezza il turgore del seno aveva percepito la sua imbarazzata ma innegabile eccitazione.

Era eccitata anche lei, la mattina in cui lo trascinò a casa sua, e nello sguardo febbrile del ragazzo, nei suoi gesti impacciati, nella furia maldestra non vi era nessuna rapace e brutale prevaricazione ma solo un desiderio puro e palpitante, e Vilma si commosse e si perdette cedendo ad uno struggimento sublime e fino a quel momento del tutto ignoto.

Lui non le raccontava molto delle sue giornate o delle sue aspirazioni e nella sua disarmante mancanza di profondità lei intuiva una distanza, senza poterla risolvere se non con le carezze, con la mescolanza dei fiati e con il tepore della pelle sudata: in quei momenti era suo, ed era sicura che avrebbe saputo proteggerla e blandirla come faceva con gli animali feriti che raccoglieva per strada, ai quali tentava di offrire una seconda possibilità.

Continuava a sostenere con grossolana civetteria che avrebbe voluto fare la cantante come Patty Pravo e guadagnare un sacco di soldi, perché riteneva che la ricchezza fosse l’unico modo per affrancarsi da un’incolpevole miseria senza nemmeno accorgersi che questa era prima di tutto interiore, ma i suoi sogni stavano pian piano deviando e le capitava di immaginarsi sposata con Dario, loro due che in agosto andavano al mare, lei con un bimbo biondo per mano. Immaginava un arioso appartamento in uno dei grossi casamenti su via Amoretti o su via Pascarella, che avrebbe saputo tenere pulito e ordinato, con i gerani sul balcone e a Natale le lucette colorate e intermittenti lungo la ringhiera.

Ma per quanto i suoi sogni fossero pateticamente modesti, si infrangevano contro la realtà quotidiana della casa di corso Vercelli e della falsa benevolenza della Dottoressa, ed erano annientati dal peso opprimente del corpo di tutti quegli estranei sopra il suo, uomini che per l’età avrebbero potuto essere quel padre che non sapeva chi fosse e che certamente erano padri di qualcuno che nemmeno poteva immaginare che razza di mostri fossero.

Vilma si incupì e si sentì sempre più triste e a disagio, sebbene Dario sembrasse non accorgersene, e il pomeriggio in cui lo accompagnò alla Cava Cabassi – un posto che non aveva mai visto e che le sembrò bellissimo, con quell’acqua cristallina e tutto quel verde attorno – dove seppellirono un povero cucciolo investito da un’auto, qualcosa nel suo giovane cuore indurito per ripararsi dall’altrui sordidezza si sgretolò e pianse a lungo per il dolore e la vergogna.

Vilma incominciò a pensare che la sua vita sarebbe potuta cambiare, se avesse voluto. La strada non era definitivamente tracciata, e se ora si trovava sul lato sbagliato quello giusto era a portata di mano: un guizzo di ribellione, un balzo, e avrebbe potuto afferrare il suo sogno di normalità. Ci pensò ancora qualche giorno, poi comunicò a sua madre che non sarebbe più andata alla casa di Corso Vercelli, si fottessero lei e la Dottoressa.

Fu un litigio aspro al termine del quale la madre pensò che la figlia avesse solo bisogno di una raddrizzata. Del resto, doveva essere nata marcia, guasta fin nel profondo dell’animo, altrimenti come avrebbe potuto sopportare quei due anni con quella quieta indifferenza? Doveva essere così, e dopotutto questa era la giustificazione che si era data la madre, non potendo riconoscere di averla dannata in cambio di quattro luridi soldi.

Corse dalla Dottoressa, e quella ascoltandola parlare rifletté che la donnetta consunta che le stava dinanzi le ispirava un disgusto fisico persino maggiore di quello che provava per gli uomini che frequentavano la casa. Ma gli affari sono affari, e fece un rapido calcolo sul valore commerciale di Vilma.

Chiamò allora un ragazzotto che la riforniva di certe pasticche e polverine che i suoi ospiti apprezzavano molto e che veniva da un giro di spacciatori  di Quarto Oggiaro.

“…la piccola Vilma si è innamorata e sta dando i numeri, la madre dice che ha minacciato anche di andare alla polizia. Non credo che lo farebbe, ma non posso correre rischi. Sei della stessa zona, cerca di scoprire chi è il ragazzo e poi spaventala per bene, falle capire che potrebbe andarci di mezzo lui. Dalle una lezione, ma attento a non esagerare: è merce preziosa e lo sarà ancora almeno per un paio d’anni”.

Gigi non era tanto più grande di Dario, ma doveva essere nato con un animo già frusto, una cosa di seconda mano che doveva averne già viste talmente tante da non potersi più commuovere né scandalizzare, come capita a certi vecchi rancorosi che stanno inutilmente e tenacemente attaccati ad una vita che disprezzano. Era uno di quelli che stanno dall’altra parte, uno di quelli ai quali Dario aveva evitato di mescolarsi sin da quando aveva incominciato a muoversi per quel quartiere malato.

Gigi aveva intercettato Vilma che in un radioso mattino di maggio camminava a passo spedito su via Cogne, diretta verso la stazione di Quarto. Sorrideva, Vilma, pensando alla sua liberazione e alla gioia che avrebbe dovuto custodire come un segreto. Nel pomeriggio sarebbe andata da un parrucchiere in via Varesina che cercava una sciampista, aveva visto il cartello sulla vetrina passando con il bus: era una cosa che poteva fare, e sarebbe passata dalla parte di quelli che si guadagnano la vita onestamente.

Mancava un quarto alle sette e la via era pressoché deserta, e se anche qualcuno vide non ritenne di intervenire, quando il ragazzo fermò l’utilitaria, scese e strattonò la ragazzina scaraventandola sul sedile posteriore. Se la portò a casa, un buco di appartamento buio e disadorno in un caseggiato in via Lopez che pareva un alveare, dove la lasciò legata e imbavagliata nell’unica camera da letto. Doveva sbrigare alcuni affari e ci mise più del previsto, ma pensò che in fondo andava bene così, perché nel frattempo la ragazzina aveva avuto tutto il tempo di riflettere e di spaventarsi. Era ormai il tardo pomeriggio quando dette inizio alla sua opera di persuasione.

Non essendo caratterialmente portato per la diplomazia e possedendo un vocabolario piuttosto limitato, le disse subito che sapeva dove abitava il suo ragazzo, del quale sciorinò beffardamente nome, cognome e indirizzo, e le garantì che se non avesse fatto come diceva la Dottoressa a quel tipo sarebbe successo qualcosa di molto brutto. Vilma lo ascoltava, immobile e ansante, e lui allora le tolse il bavaglio e la slegò, fissandola con una luce nello sguardo che lei aveva imparato a riconoscere: non appena fu libera gli balzò addosso graffiando e mordendo con una furia che lo spiazzò per qualche istante. Ma Gigi era giovane, forte e cattivo, e abituato a reazioni istintive. Smise di picchiare solo quando si accorse di avere combinato un guaio, e si sovvenne dell’avvertimento della megera della casa di Corso Vercelli:

“…attento a non esagerare: è merce preziosa e lo sarà ancora almeno per un paio d’anni”.

La guardò, e si rese conto che ormai era merce irrimediabilmente avariata. Respirava appena, ed era un picchiatore abbastanza esperto da comprendere che non avrebbe respirato ancora per molto.

Era ormai l’imbrunire quando la avvolse in un telo scuro, se la caricò sulle spalle con disinvoltura e la sistemò nel bagagliaio della Uno. I ragazzini che si rincorrevano in cortile ignorando i richiami materni provenienti dai balconi lo ignorarono completamente. Il piano che aveva elaborato era molto semplice: l’avrebbe scaricata alla Cava Cabassi e l’avrebbe bruciata, e nessuno ne avrebbe più saputo niente. Avrebbe riferito alla Dottoressa di averla convinta, o almeno così gli pareva, e se poi fosse scomparsa non era affar suo: sperava così di farla franca, anche se temeva l’acume della donna ed ancor più le sue conoscenze, che compenetravano tutti gli strati sociali, dal più infimo al più altolocato, ed erano tutte ugualmente potenti.

Non vi era anima viva alla Cava e poté scaricare il corpo della ragazza con tutta tranquillità. Era ormai buio, e quando la sistemò nel gabbiotto di legno che sorgeva lungo un lato della fossa la illuminò con la torcia, pensando che fosse morta: colse invece un debole respiro, e quando alla luce della torcia Vilma spalancò gli occhi pesti e lo guardò il ragazzo vide il suo dolore ed il terrore, ma non ne ebbe pietà.

Stava frugandosi in tasca alla ricerca dei fiammiferi quando si accorse di un’auto che procedeva a passo d’uomo fermandosi sul lato opposto della fossa. Si immobilizzò e al debole chiarore della luna vide scendere un uomo e una donna che iniziarono subito a baciarsi e palpeggiarsi. Bestemmiando tra sé Gigi pensò che era troppo rischioso restare lì, se ne sarebbe andato e si sarebbe appostato davanti alla Stazione: vi era quell’unica via di accesso alla cava, e quando li avesse visti andarsene sarebbe tornato a completare l’opera. Erano sul lato opposto della buca ed era buio, non si sarebbero certo diretti alla capanna. Si avviò silenziosamente verso la vettura, che aveva nascosto a breve distanza dalla cava e si allontanò pianissimo, a fari spenti.

Sbucò davanti alla stazione e si buttò sulla strada per girare l’auto e fermarsi con il muso rivolto verso la strada sterrata. Non vide il furgone che arrivava a velocità sostenuta, a fari spenti pure quello perché in quegli anni a Quarto Oggiaro la sera poteva capitare che diversi individui avessero buoni motivi per girare a  fari spenti. Lo prese in pieno, e la Uno si schiantò contro la recinzione in cemento della stazione. L’investitore aveva evidentemente buoni motivi anche per non fermarsi, e Gigi spirò con il medesimo buio che aveva visto poco prima  negli occhi della ragazzina che aveva ucciso, e per il quale ugualmente nessuno ebbe pietà.

Vilma aveva freddo e aveva paura, perché non sentiva nessun dolore ma si muoveva a fatica e se cercava di gridare dalla sua bocca non usciva alcun suono. Un alito di vento le portò il profumo di erba tagliata di fresco e si rafforzò allora l’impressione che aveva avuto quando Gigi l’aveva scaricata dall’auto: anzi, ora era certa di trovarsi alla Cava Cabassi, e nonostante il suo respiro si facesse via via più bruciante e corto si trascinò un poco fuori dalla baracca. Così, quando Dario sarebbe arrivato – sarebbe di certo arrivato, con qualche povero animaletto che non aveva voluto lasciare morire da solo – l’avrebbe subito vista, e allora sarebbe stata salva, per sempre.

Anche quella notte buia terminò e il cielo incominciò lentamente a schiarire mentre gli umili fiori di campo si dischiusero fiduciosi al tepore del sole di maggio.  Non smise nemmeno un attimo di sperare, fino all’ultimo, e si spense nel canto degli uccellini con la certezza di non essere sola.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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One thought on “Storia di Vilma

  1. Rossella Catelli il said:

    Triste destino per una ragazza certo piccola e fin troppo manipolata che paga con la vita le perversioni di altri calpestanti i suoi sogni.

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