Storia d’Italia dal tricolore al gialloverde

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XIX secolo

La storia dell’Italia, e forse di molti altri paesi – ma qui non è mia intenzione ampliare qui il discorso a confronti internazionali- è stata segnata costantemente da un’ambizione di grandezza, quasi sempre conseguenza di un complesso di inferiorità. Il processo di unificazione dei Savoia mirava a fare dell’Italia un Grande Paese, riunendone le parti in uno Stato Nazione, come gli altri d’Europa. Una lingua; una cultura – esemplificata dalle singole grandi realizzazioni artistiche sparse nello Stivale; forse una vocazione – suggerita dalla posizione periferica e peculiare, proiettata nel Mediterraneo.

Il libro Cuore e i programmi scolastici di Gentile volevano trasformare in presentabile e borghese un popolo composito, di contadini e di analfabeti, ma anche di funzionari decisamente più rustici e naif dei loro omologhi europei. Anche l’Andrea Sperelli del Piacere, che D’Annunzio volle fare molto sofisticato, assomiglia piuttosto all’Alberto Sordi in bombetta e ombrello che gioca ad essere londinese.

Il ventennio

Il fascismo, così spesso rievocato in questi primi giorni di governo lega-stellato, più di tutti voleva rimettere l’Italia al suo posto, dove “suo” corrispondeva a un’idea di parità con gli altri. E non si può sminuire l’impegno profuso: bonificare molte centinaia di chilometri quadrati, risanare decine di quartieri, costruire l’EUR erano imprese enormi per l’epoca, il cui risultato fu ragguardevole. Molte di quelle opere costituiscono ancora una parte importante della dotazione italiana, erano innovative e di grande livello.

Il dopoguerra

La liberazione dall’oppressione e dalle minacce del regime lasciò spazio a un buon numero di intellettuali, peraltro mai scomparsi del tutto durante il ventennio, che costituirono un riferimento pronto per il dopoguerra.

Per esemplificare ne cito in ordine sparso una serie, tra quelli non troppo popolari, proprio per mostrare che anche di quella presenza non così vistosa è rimasta memoria: gli austeri del Mondo, i sinistri scoraggiati tipo Bianciardi o Mastronardi, gli scostanti alla Arbasino, i cattolici proteiformi alla Testori. Soprattutto c’era una vasta schiera di intellettuali meridionalisti, a dare senso e dignità a una condizione di svantaggio che giustamente non doveva essere confusa con una mera richiesta di pane.

La fine del “secolo breve”

Anche l’ultima grande discontinuità del passato aveva un riferimento aspirazionale. Tangentopoli voleva moralizzare la classe dirigente, adeguare la politica a uno standard che immaginavamo più evoluto. Le persone erano Ciampi e Borrelli, emblemi di competenza e delle istituzioni. L’economia e la società parlavano, forse ingenuamente, di liberalizzazioni e di federalismo fiscale. Tutte cose che presuppongono più responsabilità e più capacità.

Ora non c’è nulla di tutto questo. Ci troviamo nuovamente in una fase di passaggio che ha già prodotto cambiamenti grandi e profondi, ma senza quell’idea di grandezza o di recupero della distanza che c’è stata ininterrottamente per almeno 150 anni.

Cambiamenti intangibili ma già avvenuti in alcune persone, che si fanno strada in altre e che sono riconoscibili da tutti: l’esplicito abbandono del mito condiviso degli “Italiani, brava gente”, il rifiuto dell’ineluttabilità del percorso verso l’Europa, la drammatica presa di coscienza collettiva dell’impoverimento e la conseguente tendenza ad asserragliarsi nel fortino con le proprie cose. Mancano altrettanto i riferimenti intellettuali, per quanto frammentari e impressionistici, a guidare verso un modello di società desiderabile da ciascuno, secondo le proprio convinzioni e condizioni.

Oggi

Il cambiamento che oggi si annuncia e che vasta parte del Paese sostiene, non solo è poco definito e contraddittorio, ma è anche certamente privo di qualunque elemento aspirazionale. È rinunciatario, minimale, noioso, prosaico, squallido. Se si realizzerà al meglio, scansando il gran numero di rischi che implica, ci lascerà con meno di prima. Isolati, arretrati, illusi. Su una bagnarola che descriveremo come uno yacht, asserendo che i nostri prodotti superati siano prodigiosi e che le nostre spiagge siano frequentate da turisti incapaci di comprenderne il valore.

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Non analizzo qui cosa abbia portato a questo svuotamento della motivazione. Osservo però che è avvenuto e che confina le energie della società in una inutile litigiosità senza scopo. In una opposizione di tutti contro tutto, che si manifesta vistosamente dietro lo schermo dei social ma che è presente a tutti i livelli, ha radici profonde e non deve essere superficialmente attribuita solo ai meccanismi dell’interazione digitale. Il giustizialismo, l’invidia sociale rimossa e sostituita dall’incongrua pretesa di un reddito di cittadinanza, l’ossessione per i dettagli personali, come le note spese dei parlamentari, sono tutti segni di questa attenzione attiva e livorosa, tutta rivolta all’interno, per mancanza di speranze e aspettative.

Uno sguardo un po’ più in là

Nessuna forza sbloccherà l’Italia senza fornire un’aspirazione che rivolga le energie comuni fuori da questo quadro autoreferenziale. L’augurio è che questa aspirazione si diffonda prima che ne resti una sola disponibile: quella di ricostruire un benessere divenuto insopportabilmente insufficiente.

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Luca Bianchetti

Ha frequentato con curiosità gli angiporti aziendali, da consulente e da manager. Iscritto al PRI nella Prima Repubblica. Molto contento di stare a Milano. Ingegnere e MBA. Aspirante sociologo e ciclista urbano per l'anarchia responsabile.

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