Stregati dalla luna

“Qui, uomini dal pianeta Terra posero piede sulla Luna per la prima volta, luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace, a nome di tutta l’umanità” (targa in acciaio deposta sulla superficie lunare da Neil Armstrong e Buzz Aldrin).

Che bizzarra creatura, l’essere umano: dotato di raziocinio e di straordinaria inventiva,  egualmente capace di mirabolanti imprese come di inenarrabili meschinità e  nefandezze.

A Milano non vi era bottega, nemmeno la più modesta e periferica, che non esponesse una qualche immagine afferente alla missione spaziale statunitense Apollo 11, partita da Cape Kennedy il 16 luglio 1969. Quattro giorni dopo, approssimandosi l’allunaggio, le reti televisive di tutto il mondo occidentale si attrezzarono per mandare in onda la telecronaca in diretta della straordinaria impresa che nell’immaginario collettivo non era ascrivibile solo all’ingegno e all’audacia degli americani, bensì dell’umanità intera.

Immagini della luna, foto degli astronauti e dell’astronave Apollo 11 (ed era già tutto racchiuso in quel nome: la bellezza, la potenza, l’ardire) campeggiavano dunque per ogni dove. Anche il caffè in via Jean Jaures da qualche giorno esibiva, appiccicato alla porta d’ingresso, un manifesto che rammentava la copertina di un fumetto di Jeff Hawke.

Era un locale senza troppe pretese, con un juke box Ami 8 e qualche tavolino in posizione un poco appartata in fondo all’unica saletta dove ogni sera si componevano due o tre gruppi di giocatori l quali tra lazzi, frizzi e colorite imprecazioni disputavano interminabili partite a poker e a ramino puntando piccole somme. L’imprescindibile apparecchio televisivo dall’ingombrante tubo catodico  troneggiava, in equilibrio apparentemente precario, sopra un’ampia mensola sorretta da robusti tasselli.  Carlo, il proprietario dal ventre prominente con spioventi baffoni neri sul volto di età indecifrabile, dai lineamenti e dal colorito vagamente latino americani in virtù dei quali gli avventori più giovani lo chiamavano Santana (e il locale medesimo era stato da un certo momento in poi indicato con quella denominazione), si era dato un gran daffare per avvisare che la notte tra il 20 e il 21 di luglio avrebbe tenuto aperto oltre il normale orario di chiusura, mantenendo il televisore sintonizzato sulla telecronaca dell’allunaggio e proponendo un ricco assortimento di pizzette, focaccine e tartine, oltre ai consueti gelati e beveraggi.

Era una tipica domenica di luglio milanese, con il consueto armamentario di aria calda e ferma, puzzolente di catrame rammollito e di rifiuti in veloce putrefazione. Su viale Monza nel pomeriggio transitavano poche auto; chi non era all’Idroscalo o al Lido si trascinava ciabattando in canottiera e calzoncini corti di stanza in stanza, oppure usciva e andava a tirare l’ora di cena al bar, dove avrebbe potuto continuare a lamentarsi del caldo con qualcuno di diverso dai propri familiari. Ecco tuttavia che nel chiacchiericcio indolente di quella particolare domenica si insinuava la luna, satellite misterioso con un lato oscuro celebrato da poeti e musicisti, capace di condizionare le maree e financo le umane emozioni, che all’improvviso assumeva concretezza divenendo un suolo accessibile e calpestabile. In fondo un poco spiaceva, poiché perdeva una parte della sua imperscrutabile magia: ma l’esaltazione derivante da una simile prodezza, espressione del potere dell’uomo sulle cose dell’universo, suscitava un’onda euforica di commossa partecipazione.

Alle sette e mezza della sera dalle finestre spalancate sulla città si riversava la cacofonia lievemente asincrona delle voci di Tito Stagno, Andrea Barbato e Piero Forcella dagli studi Rai di via Teulada, con Ruggero Orlando in collegamento da Houston.

Verso le nove i clienti del Santana iniziarono ad arrivare; l’eccitazione della notte che avrebbero trascorso tutti assieme dinanzi allo schermo, impegnati nelle digressioni più svariate tra una pizzetta, un ghiacciolo e una tartina nell’attesa del momento in cui un uomo avrebbe calpestato per la prima volta il suolo lunare, produceva un insolito clima da gita scolastica. Era presente lo zoccolo duro al completo, ovvero coloro che in quel locale stazionavano mediamente quattro o cinque sere la settimana più le domeniche pomeriggio, con la variante delle mogli e delle fidanzate al seguito. I giocatori di carte più incalliti avevano un’età compresa tra i cinquanta e i settant’anni e anche in quella circostanza esibivano con fiera noncuranza gambe magre e bianche sotto le braghette di tela rigorosamente blu e toraci scarni o al contrario mollemente dilatati, comunque parimenti valorizzati da canottiere di cotone a costine più o meno candide. Le signore, decisamente più attente al decoro, le forme generalmente un poco fuori controllo racchiuse dentro certi abitini a righe o a fiori, inalberavano acconciature cotonate che nemmeno le temperature più estreme avrebbero potuto disgregare e sventolavano con vigore neri ventagli pizzuti. Poi vi erano i “ragazzi”, un gruppetto composto da individui tra l trenta e i quarant’anni, qualcuno fidanzato di lungo corso, altri a fasi alterne. Quasi tutti risiedevano nelle vie tra Turro e Gorla e in virtù di qualche particolare congiunzione astrale molti erano immigrati pugliesi, come d’altronde il proprietario del locale che proveniva da Cerignola…

******

Irma aveva conosciuto la compagnia del Santana una domenica di giugno dell’anno precedente, sulla spiaggia in rena grossolana del lato Est dell’Idroscalo. In realtà di sabbia da calpestare ne era rimasta poca per via dell’affollamento tipico di una domenica estiva, così Irma e l’amica Piera si erano ritrovate a stendere gli asciugamani a ridosso di quelli della compagine formata da quattro coppie e due ragazzi soli, i quali non ci misero molto ad attaccare bottone con le due nuove arrivate. Manuela, Giovanna, Paola e Luciana, rispettivamente fidanzate di Tino, Marco, Nico e Beppe le accolsero con schietta cordialità: finirono per trascorrere la giornata in un’allegra e spontanea promiscuità condividendo spazi, cibo e bibite e si lasciarono la sera scambiandosi i numeri di telefono e ripromettendosi di rivedersi presto.

Bella ragazza dal fisico atletico e dai lineamenti un poco spigolosi ingentiliti dagli occhi grigi e dai lunghi capelli ondulati color mogano, Irma aveva un atteggiamento disinvolto e un piglio volitivo che sui maschi esercitavano un’immancabile eppure passeggera suggestione, presto spodestata da un imbarazzato disagio.  Iscritta al secondo anno di Lettere alla Statale, faceva da qualche tempo coppia fissa con la timida Piera, graziosa ma capace di mimetizzarsi con qualsiasi sottofondo riuscendo a risultare del tutto invisibile.

Francesco era un trentenne dai modi cortesi e il corpo che pareva scolpito nel marmo da qualche allievo della scuola di Prassitele, con l’aggravante di un sorriso dolcemente malandrino che illuminava gli occhi color nocciola. Naturalmente elegante e misurato nei gesti e nell’eloquio, era figlio di un ferroviere foggiano ed era arrivato a Milano qualche anno prima grazie a un parente che lo aveva sistemato alla Pirelli. Di ingegno acuto, attento e curioso, tendeva istintivamente ad adoperarsi per conseguire il massimo risultato con il minimo sforzo. Delle molte ragazze che aveva frequentato nessuna era mai durata più di qualche mese, tanto che della maggior parte di queste gli amici, ai quali erano state regolarmente presentate, non ricordavano nemmeno il nome. L’altro scompagnato era Maurizio, chiamato da tutti Gigante e non tanto perché questo fosse, in effetti, il suo cognome, quanto per la considerevole altezza di un metro e novantacinque. Disarticolato, le spalle e la schiena lievemente incurvate come quasi tutti gli individui troppo alti e magri, aveva occhi  blu e una bella faccia dai tratti piacevolmente squadrati parzialmente adombrata da una massa ingarbugliata di crespi capelli biondi. Laureato in giurisprudenza, figlio di un noto avvocato civilista milanese, si era sposato poco prima della laurea con una coetanea già al quinto mese di gravidanza ed era andato ad abitare nei paraggi di viale Monza, prendendo in gestione un’edicola posta nella stazione della linea rossa della Metropolitana di Turro. Il matrimonio era durato meno di un anno e si era ritrovato a ingobbirsi nel gabbiotto angusto dell’edicola per troppe ore, nella luce innaturale dei neon, per campare e mettere assieme i soldi dell’assegno di mantenimento senza chiedere aiuto alla ricca famiglia, con la quale aveva tagliato i ponti dopo lo sciagurato matrimonio. A differenza di Francesco, non aveva l’abitudine di portare al Santana le sue effimere conquiste, dove invece trascinava talvolta il figlio il quale ormai frequentava la seconda elementare e che, benché gli somigliasse come una goccia d’acqua, gli diveniva via via più estraneo. A dispetto delle evidenti differenze caratteriali, Maurizio e Francesco erano legati da un’amicizia che non includeva tuttavia una particolare confidenza, come sovente accade nei sodalizi tra uomini.

Appena qualche giorno appresso Irma aveva ricevuto nella stessa  serata due telefonate dai maschi singoli dell’affiatata compagnia del bar di via Jean aures, e nessuno dei due aveva menzionato l’amica.  Scantonando con grazia e fingendo di aver frainteso l’invito di entrambi, aveva accettato volentieri di aggregarsi agli amici del Santana per le uscite serali o per qualche gita domenicale: da via Plinio, dove abitava con i genitori a due passi dal celebre Bar Basso (nel quale da un mero errore di miscelazione nacque il Negroni Sbagliato, cocktail assai in voga tra i milanesi per molti decenni), il caffè di via Jean Jaures distava solo poche fermate di metropolitana; se anche fossero stati mossi da altre intenzioni i due abbozzarono con eguale eleganza.

Irma aveva provato un’immediata simpatia e anche una schietta attrazione per il bel Francesco, inquadrandolo immediatamente come candidato ideale per una storia divertente ma senza alcun impegno; mentre l’introverso Maurizio le suscitava una curiosità assai meno superficiale e un sotterraneo turbamento che un poco la intimoriva. Le cose presero una direzione imprevista e repentina all’inizio di agosto, con la momentanea disgregazione del gruppo per le ferie imminenti e con il sorprendente annuncio  di Maurizio, il quale una sera salutò tutti perché aveva affidato l’edicola a un cugino per soggiornare tre mesi negli Sati Unti, dove aveva dei parenti a New York. Vi fu un momento in cui Maurizio agganciò lo sguardo di Irma e sembrò che volesse aggiungere qualcosa, mentre la ragazza tratteneva il fiato cercando di mettere a fuoco un pensiero non ancora compiuto (se mi invita a seguirlo, gli dico di sì). Invece le sfiorò appena una mano mormorando

“…allora, ci vediamo”,

e Irma naufragò in un repentino rammarico, come per un’occasione perduta, e per non piangere si rifugiò in un irragionevole risentimento. Il giorno dopo accettò di partire per una vacanza di due settimane sulla costa del Gargano insieme a Francesco.

Ebbe modo di incontrare la sua numerosa famiglia e fu accolta con chiassosa benevolenza anche dagli amici d’infanzia, molti dei quali erano emigrati all’estero o al nord  al pari di Francesco e tornavano ai paesi d’origine per le ferie estive. In quei luoghi di rude bellezza sovente negletta, che proprio per tale miope trascuratezza manteneva intatta una sorta di selvatica energia, fu del tutto naturale assecondare il desiderio. L’errore fu confondere la passione con il sentimento, lasciare che lo scompiglio dei sensi alimentasse il sogno di un futuro comune, stordirsi dell’odore della pelle dell’altro sussurrando nel buio le parole “per sempre”.

L’andamento della storia di Irma e Francesco assunse il carattere furioso di un violento fenomeno naturale che travolge indiscriminatamente ogni ostacolo posto sul suo impetuoso procedere. Al rientro in città erano ancora sotto l’influsso di una malia che li sospingeva ineluttabilmente dentro un inestricabile abbraccio, in una sorta di consapevole annientamento della propria individualità. Irma si scontrò aspramente con i genitori e, irritata dagli insistenti inviti a non prendere decisioni avventate, all’inizio di settembre si trasferì comunque a casa di Francesco.

Fu presto chiaro che non avrebbero potuto vivere dignitosamente con il solo stipendio del ragazzo, anche se l’affitto per il malandato appartamento in via Boiardo, sull’altro lato di viale Monza rispetto a via Jean Jaures, composto da due stanze buie affacciate su di un angusto cortile interno dal quale salivano i miasmi provenienti dai bidoni della spazzatura,  era assai modesto. Irma aveva dovuto cercarsi un  impiego; non avendo alcuna esperienza dovette accontentarsi della mansione di commessa in un negozio di abbigliamento in Corso Buenos Aires, dubitando che avrebbe saputo trovare il tempo per proseguire gli studi universitari. Da figlia minore coccolata e protetta sia dai genitori che dalla sorella maggiore e alla quale era stata risparmiata ogni incombenza domestica, come pure  qualsiasi preoccupazione di carattere finanziario, si ritrovò a fare i conti per arrivare faticosamente alla fine del mese, con un lavoro stancante e per nulla gratificante e una casa di cui occuparsi. Tuttavia, il senso di completezza e di appagamento svolgeva la doppia funzione di ricompensa e di corroborante, illuminando la scena di una calda luce rosata.

Milano esprime uno spirito solidamente pragmatico, poco incline ai sentimentalismi barocchi; tale concretezza prima o dopo affiora ed ecco che allora le situazioni si delineano con ineluttabile crudezza. Con lo scemare dell’abbagliante luminosità estiva, l’onda passionale che aveva catturato e cullato Irma e Francesco prese a ritirarsi lentamente ma in modo percettibile: le differenze presero a stridere in dissonanza, si ristabilirono delle distanze e fu come se, dopo un momentaneo sbandamento, ognuno tendesse a ricongiungersi con le proprie personali aspettative che tornavano a prevalere sulla presenza dell’altro. Tuttavia, nessuno dei due pareva ancora disposto ad affrontare l’ammissione di un fallimento, paventando la difficoltà di riprendere la propria strada dal punto esatto in cui ognuno l’aveva interrotta per imboccarne una comune.

Al ritorno da New York, Maurizio aveva preso atto della relazione tra i due con sconcerto appena dissimulato. Aveva diradato la sua frequentazione della compagnia del Santana e nessuno sapeva come e dove impiegasse il suo tempo, sebbene in certe serate capitasse al bar in compagnia di qualche amica, sempre assai giovane.

All’inizio del 1969, durante la pausa pranzo Irma prese l’abitudine di scendere all’edicola della metro di Turro per fermarsi a chiacchierare con Maurizio. Francesco pranzava in mensa, a casa sarebbe stata sola e incominciava a percepire quell’ambiente per quello che era: poco confortevole, disadorno eppure disordinato, un luogo di passaggio che le faceva venire in mente la sala d’aspetto di una stazione ferroviaria di periferia. Maurizio l’aveva accolta sin dalla prima volta senza far domande ma palesemente felice della sua compagnia. Dopo qualche tempo le raccontò di essersi recato a New York perché aveva ereditato una casa e una considerevole somma da uno zio paterno che non si era mai sposato e alcuni atti formali avevano richiesto la sua presenza.

“…e continui a star qui a vendere giornali e biglietti per la metro?”

“Per il momento sì, sto cercando di capire…sì, insomma, non so ancora cosa farò, ci sto pensando”

“Già, c’è anche tuo figlio”.

“Mio figlio? Ormai chiama papà il compagno di sua madre, credo che sia troppo tardi per cercar di fare il padre, ammesso che ne sia capace. No, non è quello che mi trattiene”.

Non aggiunse altro, né Irma cercò di approfondire: non era comunque il momento.

Nei loro discorsi Francesco non veniva mai nominato e se anche la ragazza non gli confidò mai il quieto spegnersi della loro storia, al quale entrambi assistevano in preda a un’inspiegabile inerzia, l’omissione di qualsiasi riferimento all’amico da parte di Maurizio suggeriva che egli ne fosse in qualche modo cosciente. Nell’ora del pranzo, trascorsa nel gabbiotto dell’edicola mangiucchiando un panino, ripresero il filo di un discorso interrotto mesi prima, senza curarsi di saggiarne la composizione né la consistenza; divenne una consuetudine che Irma non riferì al suo compagno, senza soffermarsi a ragionare sui motivi di tale omissione.

******

…la sera del 20 luglio del 69 la compagnia del Santana aveva occupato tre tavolini adiacenti e assisteva alla diretta televisiva insieme agli altri avventori, commentando di tanto in tanto. Era arrivato anche Maurizio:

“ciao, Gigante. Se bisognava che qualcuno andasse sulla Luna per riportarti qui, potevi dirlo prima!”,

aveva esclamato Beppe ed erano seguiti calorosi abbracci dalle ragazze e virili pacche sulle spalle dai ragazzi. Quando alle 22,17 il modulo “Eagle” planò goffamente sul suolo lunare tutti si levarono in piedi applaudendo e partì il primo giro di tartine, salatini e calici di spumante.

Irma si volse verso Maurizio e si accorse che la stava sogguardando, assorto. Cercò Francesco e vide che faceva il brillante con la figlia diciottenne di uno dei giocatori di poker in una maniera che le suggerì un’inequivocabile confidenza tra i due. La constatazione la lasciò indifferente ma all’improvviso ebbe fretta di andarsene.

“Ma dai, aspettiamo che gli astronauti scendano, siamo qui apposta”,

obiettò Francesco quando Irma salutò tutti.

“Tu stai pure finché ti pare, io vado”.

Si diresse con lentezza verso viale Monza pensando che avrebbe avuto bisogno di una macchina per portarsi via le sue cose, che stavano tutte in un paio di valigie (un anno racchiuso in due valigie, poca cosa in fondo).

Udì finalmente dei passi alle sue spalle e si fermò ad aspettare Maurizio.

“Non so nemmeno dove abiti”,

gli disse a un tratto e non era propriamente ciò che voleva dire, ma quello capì. Intrecciò le dita alle sue e la guidò su viale Monza verso via Monte San Gabriele e poi lungo la Martesana, in via Bertelli. Camminarono nell’oscurità improvvisamente silenziosa, accompagnati dal sommesso fruscio delle acque rischiarate dalla luna, la stessa luna che molti altri stavano guardando alla televisione. Proseguirono su via Tofane e Irma si rese conto che si trovavano all’altra estremità di via Jean Jaures, ma avevano compiuto quella lunga digressione per evitare di passare di nuovo davanti al bar.

Maurizio abitava nei pressi di una bocciofila e di tanto in tanto si udiva lo schiocco secco della palla che abbatteva i birilli, seguito da un momentaneo vociare. Era una vecchia casa dai muri giallini macchiati di umidità con un terrazzino affacciato sul Naviglio. L’appartamento si dispiegava in uno spazioso ambiente aperto con la zona notte su di un soppalco; l’unica porta laccata di blu conduceva al bagno.

Sopra al letto vi era un grande lucernario e diverse ore dopo, mentre Neil Armstrong compiva il fatidico primo passo e dagli studi Rai tra Tito Stagno e Ruggero Orlando andava in scena la piccola polemica sui tempi (“Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare”, “No, non ha toccato”) Irma e Maurizio fluttuavano in una dimensione parallela ed esclusiva, in un certo senso essi pure in assenza di forza di gravità, mentre la luna li osservava complice e benevola. Nella pacata dolcezza di quel momento Irma comprese che aveva bisogno di ritrovare il suo cammino, prima di qualsiasi altra cosa. Maurizio la salutò il mattino dopo con la certezza che non si sarebbero mai più rivisti, perché vi è un tempo giusto per ogni cosa e ogni momento mancato non è più recuperabile.

Tutto era incominciato all’Idroscalo, bacino alimentato da acque sorgive e dall’affluenza del Naviglio Martesana: in un certo senso Irma aveva risalito la corrente ed era giusto che tutto finisse lì. Lasciò la casa di via Boiardo il giorno successivo. Fu comunque un finale amaro che lasciò uno scoramento appiccicoso come una bava di lumaca, forse per via di quel tempo sprecato e della cognizione di non aver saputo scegliere con giudizio, non distinguendo i sentimenti dall’infatuazione.

Decise di passare qualche tempo dalla sorella maggiore, sposata a Perugia e finì per conseguire la laurea in lettere all’Università di quella città.  Dopo il trasferimento i contatti con Maurizio si erano presto diradati, interrompendosi del tutto quando gli aveva confidato la sua intenzione di trattenersi. Per molto tempo aveva covato il rimpianto di molte parole non dette, di un passo che non aveva avuto il coraggio di compiere, come se Neil Armstrong in quella notte d’estate nello spazio oscuro si fosse lasciato vincere dalla paura e non avesse mai posato il piede sul suolo lunare. Aveva finito per farsene una ragione, aveva persino dimenticato e aveva vissuto un’altra vita, abbandonando infine l’ozioso e snervante esercizio di chiedersi come sarebbero andate le cose se non se ne fosse andata, se non fosse fuggita. Tuttavia, non vi era stata notte in cui le fosse capitato di guardare alla luna senza tornare con la mente a quella notte di momentanea, gloriosa perfezione che il mondo intero seguitava a celebrare per tutt’altre ragioni, anno dopo anno.

Fece ritorno a Milano vent’anni più tardi allorché ottenne l’assegnazione di una cattedra in un liceo cittadino, lasciandosi alle spalle appena un paio di storie durate a lungo eppure marginali: dopo la convivenza con Francesco aveva acquisito un atteggiamento tanto prudente da sconfinare infine in una sorta di avarizia sentimentale, preferendo una fondamentale solitudine al rischio di perdersi un’altra volta.

Era di nuovo luglio; Milano nei due decenni del suo volontario esilio aveva cambiato pelle senza rinnegarsi del tutto, al pari di un individuo che crescendo muta di aspetto, mantenendo tuttavia nei suoi connotati un tratto indelebile e sempre ravvisabile.

Per la fine dell’estate Irma doveva essere pronta per iniziare una nuova fase della sua vita; si trattava dunque prima di tutto di cercare casa. Ricorreva il ventesimo anniversario dall’allunaggio del 1969 ed era già deflagrata la fantasiosa teoria complottista secondo la quale la missione spaziale Apollo 11 non era mai avvenuta e ciò che andò in scena nella fatidica notte tra il 20 e il 21 luglio non fu altro che un filmato, realizzato e diretto nientemeno che da Stanley Kubrick. In ogni caso, la luna era nuovamente oggetto di chiacchiere e dibattiti, mentre Irma aveva la sensazione di intraprendere un viaggio a ritroso nel tempo.

Non fu un ragionamento cosciente ma piuttosto il dipanarsi del filo della memoria a condurla alla stazione metropolitana di Turro. Come allora, una manciata di fermate da casa dei suoi genitori, in via Plinio; come allora era ora di pranzo. Lo stesso odore. I luoghi dei ricordi hanno un’impronta olfattiva che permane in qualche recesso dell’animo, capace di manifestarsi intatta anche dopo molto tempo.

Riconobbe immediatamente l’alta figura leggermente curva che si sporgeva per sistemare alcuni quotidiani sul banco esterno dell’edicola, la capigliatura indomita, i gesti ampi e metodici. Quando si accorse della sua presenza l’uomo rimase con un braccio a mezz’aria, in una posa involontariamente ieratica. Per qualche istante si scrutarono in silenzio, osservando reciprocamente i segni di quei vent’anni di lontananza alla ricerca di un segnale o di un appiglio.

“Non sei andato a New York”.

“Sì che ci sono andato, per quasi dieci anni. Sono tornato già da un po’. Non hai nemmeno portato un panino”.

“No, ma rimedierò domani. O dopodomani, c’è tempo prima che ricominci la scuola”.

“Perché, studi ancora?”,

e come tanti anni prima una nota costantemente canzonatoria alleggeriva il tono della voce da basso profondo.

“Ma no, scemo: insegno. A Milano”.

Certe trame si ingarbugliano ma non si logorano, resistendo al tempo, all’assenza, agli errori. Qualche volta non sono occasioni perdute, semplicemente non era il momento.

“Pensavo di guardare alla luna, stasera. Abiti sempre da queste parti?”

“Sì. Non è facile lasciare la Martesana, una volta che la si incontra. Ho sistemato diverse cose, vedrai che ti piacerà”.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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