La geopolitica che verrà (prima parte)

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Per non perdere il treno ultra-veloce del nuovo riassetto mondiale

L’odierno quadro geopolitico ed economico – anche alla luce della nuova “Via della Seta” – e il riflesso che può generare nell’orizzonte temporale del prossimo decennio, non risulta soltanto molto stimolante, è semplicemente decisivo.

Adesso il Risiko del mondo è così composto. L’influenza degli Stati Uniti d’America, sia in termini politici, economici e militari – è ancora l’unica realtà con capacità operativa a livello mondiale ed esperienza nella gestione di coalizioni multinazionali – sia per quanto concerne l’ambito culturale – la forza del famoso “soft power” –, si estende ancora a livello planetario.

È però altrettanto evidente che il trend è sempre più relativistico rispetto al passato, anche per colpa di Obama prima e poi per l’accelerazione di Trump (oltre che imprevedibile, non è amante del multilateralismo). Qualcosa dal respiro simile lo riesce a smuovere l’Unione Europea, che però manca di un’anima comune e ora è indebolita dalla “Brexit”. Cina e Giappone sono forti economicamente ma hanno poco “appeal” politico e militarmente non hanno il raggio d’azione statunitense. La Russia ha un enorme arsenale nucleare ed è tornata a essere un attore importante nel Medio Oriente ma non riesce a uscire in termini economico-politico-culturali oltre i confini della ex Unione Sovietica. Brasile, India, Iran e Turchia sono potenze regionali.

Ecco quindi che si prefigura un vuoto di potere geopolitico-economico delle grandi super-potenze con la responsabilità per il mantenimento dell’ordine politico, economico e militare che ormai è anch’esso limitato a livello regionale, in un mondo dove non vi è alcuna sicurezza sul mantenimento del diritto internazionale. D’altro canto, uno Stato “canaglia” per essere al sicuro da attacchi da parte degli Stati Uniti deve possedere un deterrente nucleare. A dirlo è la storia recente. In mancanza di armi nucleari, Iraq e Libia hanno visto i loro governi rovesciati e i loro leader brutalmente uccisi. Mentre la ben più pericolosa Corea del Nord – dotata di armi nucleari – finora se l’è cavata egregiamente.

Non molto tempo fa, la geopolitica era in gran parte spiegabile in termini di blocco USA-URSS. Dopo un momento unipolare con la fine dell’Unione Sovietica, gli ordini politico-economici sono andati frastagliandosi a livello regionale o sub-regionale, con rivalità che hanno alimentato enormi acquisti di armi – prodotte dalle super potenze – da parte di potenze di medio livello. Il dato è significativo: le spese militari globali tra il 2001 e il 2015 sono cresciute del 50%. Gli acquisti di armi dell’Arabia Saudita sono triplicati negli ultimi cinque anni. Le tendenze degli altri Paesi membri del Gulf Cooperation Council (GCC) sono simili. Cina, Unione Europea, India, Indonesia, Giappone, Russia e Turchia sono impegnati in interventi militari tra Libia, Siria, Yemen… Non prendiamolo come un segnale di pace!

Questa panoramica per dire che la perdita di influenza da parte di Stati Uniti e con l’Unione Europea così poco propositiva rappresenta un’opportunità per le potenze di medio livello, chiaramente non solo dal punto di vista prettamente politico-militare. L’Ucraina traballa tra Oriente e Occidente, le Filippine tra USA e Cina, come pure Thailandia, Cuba e Venezuela; Myanmar e Vietnam cercano partner strategici per bilanciare l’“invasione” cinese.

Opportunità anche per l’Italia…

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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