Tamburi nella notte

Tempo stimato di lettura: 2 minuti

Questa è la storia di un brillante medico che lasciò tutto per l’Africa e per tutto, intendo, tutto.

Sono nato in una famiglia dell’alta borghesia romana: papà famoso avvocato, mamma contessa di casato sconosciuto, frequentazioni scolastiche prestigiose, cocktail al Circolo Canottieri, vacanze a Capri ovvero la noia mortale. L’unica trasgressione “asociale” concessa fu di poter frequentare l’università statale, visto la breve distanza dallo studio legale di mio padre; ciò avrebbe consentito ad entrambi di parlare più spesso incontrandosi negli austeri dintorni.

© Elio Ciol, EUR-Roma (1955)

Fu durante una di queste fugaci passeggiate che confessai il sogno di specializzarmi in medicina tropicale e partire volontario in missione umanitaria. Allo stupore iniziale seguì presto scetticismo ed il rifiuto categorico di mio padre. Le sue ambizioni “primario e clinica privata” non coincidevano con le mie, anzi, io non nutrivo alcuna ambizione; avevo solo sogni e quello più grande era di realizzarmi con le mie forze, senza appoggi o compromessi, insomma di vivere la vita a modo mio e di volerla vivere lì, in Africa. Si adirò, dando la colpa alle amicizie universitarie, a quei “compagni” che mi avevano imbottito la testa di stupidaggini e mi arringò, turbato e disperato, come mai aveva fatto in tutta la sua carriera.

L’anno dopo sbarcai in Nigeria. Era il 1968, la guerra civile insanguinava quella terra magnifica.

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© Gilles Caron, Biafra 1968

Arrivai alla missione che albeggiava, all’improvviso fui fermato da un gruppo di guerrieri di etnia Ibo che mi puntarono addosso un mitra intimando l’altolà. I loro occhi inferociti esprimevano diffidenza e paura, quel barbaro conflitto aveva cambiato profondamente la loro esistenza. Mi accerchiarono in un lampo trascinandomi all’interno dell’edificio. Che trauma quella brutale accoglienza! Cercavo affannosamente di spiegare nel mio inglese sofisticato che ero un medico venuto dall’Italia per aiutarli, ma sembrava non ascoltassero, mi osservavano e basta, inespressivi. Dopo un tempo che mi sembrò interminabile mi liberarono; fu così che mi portarono da Padre Joseph, responsabile del centro: il religioso sorridendo mi venne incontro allargando le sue forti braccia.

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© Romano Cagnoni, Biafra 1968

Nella missione ospitavamo centinaia di persone: donne, bambini, anziani, studenti miracolosamente scampati al genocidio, ma sempre più se ne aggiungevano affamati, terrorizzati, martoriati dalla guerra; non dimenticherò mai lo sguardo rassegnato e dolente di una madre che stringeva a sé i suoi piccoli senza lacrime, il petto scarno, corpi scheletrici che invocavano solo cibo e protezione. Le riserve alimentari ed i medicinali scarseggiavano, l’unico pozzo disponibile venne contaminato per rappresaglia, l’eco dei massacri a sud erano tamburi nella notte nera.

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© Gilles Caron, Carrying rockets (Biafran War, Nigeria 1968)

L’incontro con i bambini-soldato fu altrettanto esperienza sconvolgente. Ebbi a verificare che essi erano assai più crudeli degli adulti, obbedienti tanto da immolarsi in azioni kamikaze; macelleria umana, strumenti di morte usati per il trasporto di missili a corta gittata o pesanti caricatori mitragliatrice. Bambini senza memoria, dallo sguardo assente, strappati con la forza agli affetti familiari; rapiti, drogati, picchiati, costretti ad uccidere coetanei per sopravvivere essi stessi. Quell’infanzia, quell’adolescenza negata, mi fecero molta impressione. Alle fanciulle veniva riservato una sorte diversa: dai loro racconti, emergevano storie di schiavismo sessuale. L’orrore nell’orrore.

Mi fermai in Nigeria fino alla fine del conflitto. Il giorno che andai via, il cuore batteva forte dall’emozione: quanta povertà, sofferenza ed abominio avevano visto i miei occhi, ma anche quanto amore, solidarietà e sorrisi innocenti avevo conosciuto. Non avevo più nulla eppure ero ricco.

Venne anche il leone a salutare: si sdraiò accanto a me ed immobile restò a scrutare l’orizzonte.

Avevo una missione in Africa ai piedi dell’altopiano di Jos

© Nick Brandt, Lion before storm II, A shadow falls series, Mas Mara 2006

 

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Daniela Pepe

Anima migrante, laureata in economia. Lasciò tutto per l'America viaggiando in Transiberiana. Vive a Roma ma il suo cuore è a Tel Aviv

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4 commenti su “Tamburi nella notte

  1. FanSonia il said:

    io vedo sempre qualcosa di grandioso e di salvifico nel gesto di rottura con le convenzioni sociali e con i percorsi precostituiti che porta un giovane a dire “no, grazie: scelgo io la mia strada, scelgo la sfida, la fatica, le sconfitte, la solitudine. Un giorno mi fermerò, tirerò le somme e capirò se ne è valsa la pena. Intanto, miro ad arrivare a quel giorno”.
    Le immagini che si intrecciano al racconto di oggi con tutta la carica emotiva del dolore e della rabbia che ritraggono dovrebbero ricordarci che in natura non esiste animale più ingiustificatamente feroce dell’uomo.
    Grazie, Transiberiana, per la bella storia di oggi, che è di orrore e di morte, ma anche di amore e di solidarietà: fortunatamente, l’animale uomo è anche questo.

  2. Daniela Pepe il said:

    Ti sono grata FanSonia per le toccanti parole, per l’affetto con cui segui ogni tappa di questo mio percorso narrativo e per la stima che ricambio di cuore

  3. fansonia il said:

    Il racconto breve e’ una forma letteraria che amo molto, perché per scrivere (bene) un racconto breve occorre saper immaginare l’architettura di una vicenda anche di ampio respiro, e poi riuscire a sintetizzarla, catturare subito l’attenzione del lettore e creare una suggestione che fa immaginare anche ciò che non si esprime.
    in un certo senso, il racconto breve e’ fluido e interagisce con la sensibilità di chi legge proprio per ciò che lascia intuire senza dire. Mica facile.
    I tuoi racconti sono come una finestra aperta su un paesaggio: la quantità dei dettagli percepiti dipende dalla capacità immaginifica e dalla curiosità del lettore…..

  4. Daniela Pepe il said:

    Quello che mi piace del racconto breve é la sua brevità: lasciare al lettore la possibilità d’immaginare un personale proseguimento della storia: come nella vita, fatta di scelte, speranze, illusioni e sentimenti unici.

    [Immaginare é scegliere]
    Jean Giono, Noé (1947)

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