Telecom nel Paese delle meraviglie

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Una volta c’era Mediobanca”. E’ il titolo dell’editoriale del vicedirettore del Corriere della Sera, Daniele Manca che certifica la fine del ruolo decennale di Mediobanca come camera di compensazione per gli equilibri industriali e finanziari nazionali. Una ritirata (“precisa strategia o mancanza di essa?”, si chiede Manca)  cui “non è corrisposto il passaggio di consegne ad altri azionisti, altri imprenditori o investitori istituzionali pronti a prenderne eredità e responsabilità”. Viene dunque invocato un ruolo di Cassa Depositi e Prestiti che “dovrebbe trovare i soldi per tentare di disegnare un domani sicuro se non a Telecom almeno alle tlc italiane”.

Sullo sfondo dell’editoriale del Corriere c’è un settore delle tlc in profonda trasformazione e un ritardo ormai cronico dell’Italia sullo sviluppo della banda larga. C’è soprattutto la convinzione che le telco siano una commodity e per questo si continuano ad abbassare le tariffe e a tagliare gli investimenti sulla rete.

Intanto dall’altra parte del mondo c’è chi ha messo il turbo da anni. Prendiamo il caso della giapponese NTT-Docomo che ha fatto nel 2007 un accordo con McDonald’s per pagare al fast food con il cellulare. I giapponesi stanno studiando come evolvere la tecnologia per soddisfare le esigenze del cliente. McDonald’s deve infatti gestire le code alla cassa che rappresentano l’ostacolo più grande al suo business, deve ridurre i tempi di pagamento ma al tempo stesso attirare più clienti possibili. Quindi Docomo cosa fa? Con le nuove tecnologie che consentono di localizzare il cliente dal device (sia esso uno smartphone o un tablet) consente a McDonald’s di mandare un coupon con uno sconto al potenziale cliente che si trova nei pressi del fast food. Docomo sta anche investendo sulla sensoristica per veicolare sui device dati relativi alla diagnostica, ovvero le informazioni sullo stato di salute, sulla pressione sanguigna, sui battiti cardiaci etc. Dati che poi possono essere condivisi con il proprio medico, col servizio sanitario, con le case farmaceutiche e anche con le compagnie di assicurazioni. E se di mezzo c’è la propria salute il cliente finale non cerca di certo la tariffa più bassa ma è disposto a pagare anche qualcosa di più se il servizio funziona. Si tratta di un modello di business che una volta rodato poi porterà comunque all’abbassamento dei prezzi.

Altro esempio. In America Verizon ha capito che è più profittevole servire la famiglia piuttosto che l’individuo e ha lanciato il piano “share everything” che prevede un unico contratto per tutti i device usati in casa (il cui numero è aumentato, dai cellulari agli ipad etc e qui ognuno ha un contratto/sim diverso). Il ragionamento è semplice: io cliente dico a Verizon quante sim voglio e loro mi fanno un’offerta in base al numero e all’utilizzo, un po’ come viene già fatto con le aziende.

E in Italia? Invece di studiare i modelli di business di Docomo e Verizon, si discute di alleanze, equilibri di governance e tengono banco le convivenze a volte complicate fra soci. Si fa finanza, non industria. Non si ragiona più per cassa e sulla base di una solida visione industriale che preveda la condivisione dei costi. Non si ragiona su come quotare i vari asset in Borsa separatamente (il real estate, la parte infrastrutturale, la parte tecnologica) dimenticando che un investitore vuole le torri di trasmissione che hanno un ritorno del 9% l’anno e orizzonti di investimento lunghi quasi come un bond, un altro vuole l’elettronica che ogni tre-quattro anni deve rinnovare il parco e saltare un ciclo tecnologico, altri sono interessati solo alla parte retail che dipende da altre variabili. In Italia domina invece l’immobilismo. Telecom ha tutte le tecnologie in casa ma ha una testa e un corpo che non sono collegate.

Quanto al consolidamento in atto a livello europeo, spesso di tratta di operazioni di market repair. Si mettono insieme due società zoppe e piene di debiti ma non si risolve il problema strutturale dell’Unione Europea dove ci sono 200-250 operatori per 27 paesi. Mentre in Usa ce ne sono solo tre e mezzo (At&T, Verizon, Sprint e Tmobile) per 300 milioni di persone. Il vero consolidamento va fatto crossborder individuando i poli aggreganti in modo da arrivare al massimo con tre-quattro operatori per ogni Paese.

Di questo dovrebbero occuparsi i manager delle tlc. Meno finanza, più industria. Sperando che non sia troppo tardi. Secondo un report della School of Management del Politecnico di Milano, l’incidenza dei ricavi Tlc sul Pil italiano è superiore al 2% ma dal 2006 al 2013 è calata di circa un punto percentuale. Non solo. L’Italia risulta il Paese con la minor incidenza di tale indicatore nel 2006 e nel 2013 risulta penultima. E ancora: in termini di copertura dell’infrastruttura broadband, il nostro Paese risulta all’ultimo posto in tutta Europa (21% delle abitazioni contro il 62% europeo). E nonostante l’Italia abbia una penetrazione della banda larga fissa al di sotto della media europea, anche il tasso di crescita annuo risulta il più basso del Vecchio Continente. Il mercato degli operatori tlc in Italia ha perso dal 2006 al 2013 oltre 12 miliardi di euro (-26%) di cui 6,4 miliardi dal mobile e 5,8 miliardi dal fisso. Infine, l’ultimo dato arrivato dall’Agcom: Telecom Italia negli ultimi due anni ha perso 1, 5 milioni di linee fisse, di cui solo 450.000 (il 30%) vengono «recuperate» dagli olo, gli altri operatori.

Una volta c’era Mediobanca, titola il Corriere. E forse, una volta c’erano anche le telecom.

 

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Camilla Conti

Giornalista. Moglie di un giornalista. Mamma di una nana anarchica.

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